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“Suite 24” il nuovo album del batterista Giacomo Mongelli pubblicato da Dodicilune edizioni

6 Mar 2009 | Nessun Commento | 2.345 Visite
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Copertina-suite24

Suite 24, l’album di Giacomo Mongelli dà proprio la sensazione di ascoltare una suite. Non è un disco che si può ascoltare cosi per caso. Ci si deve ritagliare il giusto spazio e decidere di dedicare del tempo ad ascoltare l’opera esattamente come l’autore l’ha immaginata dedicandone del suo per potere elaborare un concetto, una forma con cui parlarti, dirti qualcosa di sé. Dunque vale la pena rilassarsi un attimo e goderselo con cura dall’inizio alla fine.
Il lavoro è pensato, coordinato e diretto dal batterista e autore barese Giacomo Mongelli che ce ne parla attraverso la sua visione intima prima ancora che estetica: “…ho iniziato a studiare e ad ascoltare le influenze più radicali della musica improvvisata. Lezioni interessantissime su Maderna, Stockhausen, Jarret, Cage, Coltrane, e seminari con grandi come Markus Stockhausen, Steve Potts, Joelle Leandre ecc.. Sentivo sempre più il bisogno di vivere in prima persona le esperienze di questi grandi e cercare nel mio piccolo di trovare dei musicisti con cui condividere un percorso e con cui sviluppare un linguaggio che richiamasse gli ideali dei musicisti citati e che nello stesso tempo potesse portare qualcosa di nuovo.
Dunque Mongelli è alla ricerca di un suono nuovo, si appoggia agli ideali di grandi maestri del suono e della improvvisazione totale. Il suo primo disco è un tentativo di aprirsi una strada attraverso il mondo della musica improvvisata e attraverso l’esperienza vissuta alla ricerca di un modo sincero, spontaneo di vivere il jazz, per quanto l’etichetta di jazz poco si adatta a questa visione, sarebbe più corretto parlare di musica nella sua completezza e spontaneità di suoni e colori.
Suite 24 è suonata in quartetto con esponenti di rilievo della scena musicale italiana: Gianni Lenoci al pianoforte, Gaetano Partipilo al sax e Giovanni Maier al contrabbasso e tutti e tre contribuiscono con Mongelli a costruire un percorso fine e coerente nei sette brani (di cui 6 originali) contenuti nell’album.
…“L’idea che ha mosso il tutto era quella di mettere insieme quattro musicisti che in maniera differente fossero interessati all’improvvisazione e che in maniera differente avrebbero potuto offrire il proprio suono e fonderlo insieme a quello degli altri a favore della musica. La maniera per ottenere questa forza musicale era quella di non porre limiti a singoli (composizioni scritte, schemi, ecc..) e lasciare che ognuno in maniera più o meno libera lasciasse il proprio contributo al flusso musicale. La massima espressione di questo concetto la si ritrova nel brano Suite 24 dove ognuno di noi quattro ha vissuto in maniera completamente libera la musica che sviluppava. L’interazione, il rispetto e l’ascolto hanno fatto il resto. Il brano Suite 24 è quanto di più avrei potuto chiedere ai miei compagni per la realizazzione di un concetto di suono da cui da tempo ero alla ricerca.”….
L’album si chiude con un brano molto famoso di Abdullah IbrahimThe Wedding”, che rappresenta un omaggio, oltre che al grande compositore e pianista sudafricano, a ciò che c’è di più piacevole nell’ascoltare e nel fare musica: il lirismo melodico costruito sulla semplicità ed espressività interpretata dai quattro con grande stile e a rappresentare quasi un saluto per l’ascoltatore attento che si è preso un’oretta lì sul divano a godersi questo viaggio introspettivo dell’artista.
Per concludere, illuminiamo un attimo ciò che c’è dietro veramente questo lavoro: coraggio, eleganza, pensiero creativo e voglia di comunicare qualcosa che comunque non mina la tradizione ma ne vorrebbe far parte nel suo giusto ruolo di innovatore attento alle proprie esigenze interiori, prima ancora che a quelle di mercato e a dispetto dei tanti cloni del jazz in circolazione, Mongelli rappresenta uno stimolo a tutti coloro che producono e pensano da sé i propri lavori, si gestiscono il proprio percorso artistico faticosamente ma conseguendo il bene più prezioso per l’artista: la piena libertà di esprimersi e di creare.

SUITE 24

Giacomo Mongelli, Dodicilune edizioni

Info: www.myspace.com/giacomomongelli

 

DA LEGGERE ATTENTAMENTE: Arte e Consapevolezza 

Direi che abbiamo tutti bisogno di qualcosa di questi tempi, e possiamo stare sicuri che non è un nuovo telefonino o una macchina nuova, o niente che possa più consolarci dal fatto di sentirci meno poveri materialmente.
Naturalmente parlo da artista. Ed è proprio agli artisti che chiedo: dove siete finiti tutti? Abbiamo bisogno di voi.
Voi artisti, intendo parlare di maestri della comunicazione, di stimolatori dell’anima, di prestidigitatori dello spirito, di portatori di luce nelle tenebre, di trascendenza e finalmente, di amore.
Il parto dell’artista è la sua opera, il suo bambino, in cui è racchiuso l’ingegno, un idea divenuta cosa concreta, tangibile che ci fa godere oppure soffrire, o anche fuggire o cercare o amare o detestare o farci diventare attenti o illuderci o renderci consapevoli.

 

Ecco di cosa parliamo esattamente, di consapevolezza.

Non è l’opera in sé ad essere un capolavoro d’arte ( e parlo di qualsiasi forma in cui sia espressa), ma i frutti che ne conseguono dal momento in cui ne usufruiamo, sono la vera essenza, la fragranza, il modo in cui influenza la nostra vita o i nostri pensieri da lì in poi. E’ proprio lì il gusto.

Parlo di comunicazione.

Viviamo nell’era della comunicazione globale, eppure c’è qualcosa che non va. Ho pensato a lungo e, soprattutto fatto esperienze di vita in diversi posti del mondo ( e spero di farne delle altre), poi improvvisamente dopo tante elucubrazioni, ho capito che non è che manchino i sistemi per poterci parlare e migliorare la nostra vita, manca la volontà ( e dunque il potere) nei nuovi artisti di dire e fare veramente qualcosa.
Tutti (o quasi) hanno paura di compromettersi, di mettersi in gioco e inevitabilmente i loro parti artistici e le loro opere ci fanno sentire qualcosa dentro che forse è la madre di tutti i mali: la noia, la ripetizione, frutti della clonazione.
Da questo punto di vista, siamo tenuti in vita (spiritualmente) dai grandi maestri del passato, viventi e non, e dai pochi giovani che ancora ci credono e qualcosa da dire ce l’hanno.
Poi ho scoperto un’altra cosa.
Il pubblico, gli usufruitori dell’arte, anche loro hanno paura. Hanno paura di divertirsi, di stare bene, di pensare anche per dieci minuti diversamente da come hanno sempre fatto, di aprire un attimo le porte del loro interiore e mettersi un poco in discussione o semplicemente rilassarsi e godere di una nuova visione anche se di breve durata.

Bene. Allora diciamo che gli artisti sono i maestri e il loro pubblico sono i discepoli, gli allievi che hanno bisogno di ottenere più consapevolezza, di essere ammaestrati al fine di vivere meglio le loro vite e dare la più grande soddisfazione all’artista: aver portato un pò di luce e calore in una posto buio e freddo.
E’ una grande responsabilità.
Se il pubblico di una mostra d’arte o un concerto o uno spettacolo teatrale esce dalla sala con delle sensazioni vere, tornerà a casa contento, sarà più gentile col suo vicino, inviterà qualche amico a cena, spegnerà la televisione e magari farà anche l’amore con la propria compagna, o il proprio compagno. Insomma si sarà tutti un pò meno soli e disposti a farci crescere, perchè avremo capito che se sta bene uno, stanno bene tutti.
Se davvero è cosi (e per me lo è) siamo tutti co-responsabili se le cose non funzionano come dovrebbero e non cambia nulla davvero e invece di fare comunità ognuno pensa alla sua piccola aiuola, trascurando di vivere tutti nello stesso giardino che, a breve, sarà completamente divelto dalla mediocrità e dalla solitudine e diventerà piuttosto un grande parcheggio auto, magari di un bel centro commerciale.

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