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Successo straordinario per “Bari in Jazz”. Note degne di nota da Enzo Favata a Luca Aquino

8 Lug 2015 | Nessun Commento | 933 Visite
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b1Arriva il caldo, si cerca il fresco ma il jazz non può mancare. Si conclude “Bari in Jazz”, definito “Festival Metropolitano” con escursioni nei posti più significativi della nostra ex-Provincia: Polignano, Conversano, Alberobello, Gioia del Colle, Turi, Gravina, Molfetta e altri. Una rassegna jazz itinerante sul modello di “Umbria Jazz”, fatte le dovute proporzioni, meno prestigiosa ma senza dubbio stimolante e non meno intelligente. Sono di tutto rispetto artisti come Amalia Grè, Dado Moroni, Franco D’Andrea, Luca Aquino, Cristina Zavalloni, Manu Katché, Kekko Fornarelli. L’ingresso è stato quasi sempre libero. In particolare noi abbiamo seguito i concerti dell’ultimo week end: è stato un saggio di competenza e professionalità sul quale non nutrivamo dubbi.

A Sannicandro c’è un meraviglioso castello svevo, il cui atrio all’occorrenza diventa uno splendido palcoscenico sotto le stelle: Enzo Favata, sassofonista sardo alle soglie dei 60 anni, con un invidiabile bagaglio di esperienze maturate anche nel campo delle colonne sonore, vi si è esibito in quartetto. Con lui il foggiano Danilo Gallo, il possente U. T. Gandhi, già noto collaboratore di Enrico Rava, alla batteria e il promettente Enrico Zanisi al pianoforte. La musica è tosta e poco commestibile: Favata al sax soprano guida la band sulle sue ricercate miscele etniche. Il pubblico all’inizio tiepido si scioglie solo davanti a grandi atmosfere, liquide e intense, come la suggestiva “Steps to Heaven”. Eccellente la ritmica, poderosi gli armonici, ma in ombra Zanisi, miglior talento nel 2012 per l’autorevole “Musica Jazz”: relegato al ruolo di semplice gregario (lo si attendeva come special guest) non gli è stato possibile esprimersi al meglio delle sue capacità, tranne un paio di brevi assolo.

Altra musica a Giovinazzo nel cortile dell’Istituto “Vittorio Emanuele II”. Kristin b2Asbjornsen e Olav Torget sono due norvegesi non molto noti presso il pubblico di casa nostra. La cosa che ha sorpreso e sconcertato i più è stato quando dalle prime note ci si è trovati di fronte ad una straordinaria vocalist che di norvegese aveva solo il nome; per il resto una voce negroide degna della migliore tradizione blues e gospel (con tanto di “Alleluja” e “Jesus”),  un po’ Cindy Lauper, per qualche pop song, un po’ Janis Joplin. In possesso di una grande tecnica vocale, Kristin è capace di salire a timbri acuti per poi scendere a toni delicati. Per graffiare c’è sempre tempo, come e quando vuole, senza eccessi. “I Waited So Long”, “On my Way”, “Slow Day”  sono tratti dal suo ultimo disco “I Meet You in the Morning”. Le finali “Run All the Way” e “Don’t Hide Your Face from Me”, abbinate, con la chitarra e i loop di Olav Torget, conquistano letteralmente la platea, lasciandola ammutolita e stupefatta fino all’applauso liberatorio.

b5La star della serata, sempre a Giovinazzo, è però quel Luca Aquino, trombettista, di cui tanto si parla negli ambienti specializzati. Sedotto dalla tromba di Miles Davis e di Chet Baker, in qualche modo si è apparentato anche con Paolo Fresu per la tecnica dei silenzi e del soffio accennato. Il suo ultimo lavoro discografico, “OverDoors”, è interamente dedicato ai Doors e soprattutto al loro album “Morrison Hotel”. E’ un modo di dedicare un tributo alla grande band statunitense, con una personalissima rivisitazione in chiave jazz/rock di alcune loro composizioni storiche. Ma Luca le stravolge al punto da renderle riconoscibili solo a fatica: la originalità sta tutta nell’eseguire i pezzi su due binari paralleli, uno rock, (quasi hard, differente da quello dei Doors) e uno jazz  alla tromba e filicorno. Il miracolo avviene nella sensibilità dell’ascoltatore con un risultato sorprendentemente univoco. Passato il primo attimo di stupore (e smarrimento), poi ci si abitua e si apprezza fino in fondo il concerto. “Waiting for the Sun”, “Riders on the Storm”, “Blue Sunday”, e “Light My Fire” sono classici immortali trasformati e rigenerati. “Indian Summer” si distacca dal contesto, richiamando le sonorità orchestrali dei Weather Report. Da citare Antonio Jasevoli alla chitarra, al quale si è aggiunto per lo spazio di un solo brano il barese Fabrizio Savino: da applausi a scena aperta i loro assolo.

 

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