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Successo al Petruzzelli per la “Carmen” partenopea della originale rivisitazione di Enzo Moscato

30 Apr 2015 | Nessun Commento | 1.068 Visite
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c1Si chiude la stagione di prosa del Teatro Pubblico Pugliese nella prestigiosa cornice del Teatro Petruzzelli con una “Carmen” in una insolita rivisitazione. Non opera lirica, ma riscrittura di Enzo Moscato ambientata in una Napoli che vive e pulsa in un periodo indefinito fra il dopoguerra e i nostri giorni. E’ la Napoli della criminalità e della prostituzione dei quartieri spagnoli, crocevia di varia umanità con immigrazioni da Spagna, Francia, Tunisia: città vitalissima nell’arte di arrangiarsi e felice e dolente nella sua povertà.

Moscato più che da Bizet riparte dalla novella scritta da Prosper Mérimée nel 1845, reinventa e rimaneggia e ne trae un’opera gustosa ricca di amore, passione, allegria e dolore. Poi la gira a Mario Martone, napoletano come lui e direttore del Teatro stabile di Torino, per l’adattamento teatrale. Questi a sua volta affida a Mario Tronco e alla sua c3Orchestra di Piazza Vittorio il compito di riscrivere le musiche ispirandosi liberamente a quelle di Bizet. Il risultato è una contaminazione che investe tutta la pièce, dove la zarzuela spagnola e la sceneggiata napoletana di Raffele Viviani si mescolano e si confondono.

E se Siviglia diventa Napoli, le nacchere diventano tamburelli, Carmen diventa Carmèn, Don Josè diventa Don Cosè, e poi ci sono o’ Torero, rubacuori e libertino, o’ Dancairo, il taverniere malavitoso, Lilà Bastià, uomo delle pulizie. L’esordio esalta la vocazione mediterranea della trascrizione con lo sciabordio del mare; poi Iaia Forte, Carmèn, si presenta come tenutaria di un bordello, “puttana e filosofa”, e in un lungo flashback inizia a raccontare la sua storia. Quella di una donna “anarchica e anticonformista che sceglie e consuma gli uomini senza categorie morali” fuori dal “fortilizio di vecchi pregiudizi”, infine vittima sacrificale del suo spirito di  indipendenza. Mentre la vicenda si snocciola è poi Lilà Bastià a continuare il racconto. Don Cosè, un soldatino che parla veneto, si innamora perdutamente di Carmèn e, roso da una dolorosa e sconfinata gelosia, per lei compirà una serie di delitti, a cominciare da quello dell’odioso tenente Zuniga. Carmèn che in un primo momento aveva corrisposto l’amore di Don Cosè, poi lo respinge e perde la testa per l’affascinante Torero.

c4Lo spettacolo scorre agevole sui binari dell’ironia coinvolgendo a pieno titolo gli undici musicisti della multietnica orchestra, i quali spesso salgono sul palco e interagiscono con gli attori suonando e cantando o mescolandosi alle coreografie. Ma l’ironia sa farsi anche tragedia nella tensione dei duelli e dei dialoghi di amore disperato. Carmèn è donna lasciva, erotica, crudele, ribelle, e Iaia Forte ne è perfetta interprete carnale, femminile ed esuberante nella sua sensualità.

Le musiche eseguite dal vivo riprendono sono arrangiamenti gioiosi delle composizioni di Bizet, conciliando tonalità francesi, partenopee ed arabo/andaluse. Quando appare sul palco un “carro canoro”, sorta di torre luminosa popolata da cantanti e ballerini in festa, sembra di stare a Piedigrotta. Ma è proprio nel momento della festa che si consuma la tragedia: Don Cosè dopo lungo peregrinare da latitante si presenta a Carmèn e la supplica di tornare con lui; ma di fronte al netto e secco rifiuto della donna che rivendica la sua libertà di amare a costo della vita, egli la acceca e poi spara all’incolpevole torero, c2uccidendolo. I dialoghi del finale sono quasi fedeli all’originale. Però nella novella di Mérimée, bisogna ricordarlo, Carmen rimane uccisa in quello che oggi definiremmo un femminicidio.

Carmèn alla fine si ritrova sola a gestire un bordello. “Ogni storia d’amore, – dice Don Cosè –  quando oltrepassa i limiti della ragione, è stupida.” ; “Ogni stupido – gli risponde di rimando Carmèn – è fatalmente preda di una storia d’amore! I’ nun so muorta. Musica maestro!”

Della Forte abbiamo già detto. Roberto De Francesco (Don Cosè), Giovanni Ludeno (Zuniga), Francesco Di Leva (o’ Dancairo) ed Ernesto Mahieux (Lilà Bastià) sono artisti di mestiere, delle certezze per un’esperienza che rompe gli schemi.

“Uno spettacolo nuovo, di teatro e di musica, di poesia e di ritmo” secondo gli autori. Perfettamente d’accordo.

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