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Storie di Puglia. Venti anni fa, il 17 febbraio 1992 scoppiava Tangentopoli

16 Feb 2012 | Nessun Commento | 2.587 Visite
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Colombo, Di Pietro e Davigo il pool di mani pulite
Con questo articolo Nicola Mascellaro continua nel suo viaggio dell’Italia di un tempo e lo fa con la rubrica, «Storie di Puglia», per il nostro giornale.  Ecco altri episodi, scampoli di un tempo che fu, in una visione ampliata alla Regione.

Venti anni fa, il 17 febbraio 1992, esattamente un secolo dopo lo scandalo della Banca Romana che travolse Giovanni Giolitti e Francesco Crispi, scoppiava il più grande scandalo politico-economico del Novecento. Un “affaire” così gigantesco da coinvolgere tutti i partiti “dell’arco Costituzionale”, si diceva all’epoca, tranne il neonato PDS sopravvissuto al PCI.
Uno scandalo che smentiva l’assunto del più volte ministro Rino Formica il quale affermava che «il convento è povero, ma i monaci sono ricchi».
Tangentopoli dimostrerà il contrario. Erano i conventi, cioè i partiti, ad arricchirsi, attraverso monaci che facevano la questua salvo qualche monaco che dalla questua faceva la cresta. Tant’è che nel giro di un anno, tutti i partiti di Governo vengono spazzati via dalla geografia politica del Paese e con la “discesa in campo” di un “Cavaliere bianco” nasce la Seconda Repubblica.
Vent’anni dopo – purtroppo tanto ci mettono gli italiani prima di accorgersi di essere stati turlupinati – l’affermazione di Formica diventa realtà: la Seconda Repubblica sarà governata da una classe politica così ingorda da ridurre il Paese alle pezze. Ognuno ha pensato e governato solo per il proprio tornaconto. A volte per pura sete di potere, altre per arricchimento personale come dimostra l’ultima furbata del senatore Luigi Lusi ex tesoriere della Margherita: hanno scoperto che si è indebitamente appropriato di 13 milioni di euro e si è giustificato semplicemente affermando che «mi servivano e li ho presi».
Adesso la Margherita li rivuole indietro, ma sono soldi loro? No, sono sempre soldi nostri.
Dunque non era così che funzionava con Tangentopoli. C’era tutto un rito da rispettare. I soldi si prendevano certo, valigiate di soldi, ma in nome e per conto del Partito. Solo qualche furbetto faceva la cresta e, quando scoperto, si è guadagnato uno spregiativo “mariuolo”.
Il mariuolo, bollato da Bettino Craxi, è l’ingegnere Mario Chiesa, socialista, presidente del Pio Albergo Trivulzio, il più vecchio ospizio milanese comunemente noto come “La Baggina”.
Un grigio mattino dell’inizio di febbraio – Milano sembra avvolta nella bambagia tanto è spessa la coltre di nubi, foschia e fumi d’inquinamento. Non si sa bene se è l’alba o il tramonto – il capitano dei Carabinieri Roberto Zuliani, entra nell’ufficio del sostituto procuratore Antonio Di Pietro e gli racconta la storia di un piccolo imprenditore, Luca Magni, titolare di un’impresa di pulizia e già fornitore di servizi al Pio Albergo. Magni, sostiene l’Ufficiale, si è aggiudicato un nuovo appalto di 140 milioni l’anno per le pulizie di M.-Chiesa-e-B.-Craxiun padiglione della “Baggina”. A fronte della nuova commessa, l’ingegnere-presidente Mario Chiesa gli ha chiesto la solita tangente: «14 milioni in contanti – gli ha detto perentorio – altrimenti non se ne fa niente». La storia va avanti da anni, dice Zuliani, ma ora Magni è stanco, quell’ulteriore mazzetta non se la può permettere: è più di quanto ci guadagna. L’ufficiale ha finito, ma Di Pietro non alza neppure la testa dalla scrivania, non appare per nulla impressionato dalla sua storia. Scuote il testone, fa un cenno di sconforto con le spalle, guarda Zuliani negli occhi e dice: «Capitano, parliamoci chiaro. Storie come questa me ne raccontano tutti i giorni. Una denuncia non basta. In tribunale sarebbe la parola di un galantuomo, che non conta niente, contro quella del Presidente della “Baggina” che invece conta, eccome se conta. Perciò, se vogliamo incastrarlo, dobbiamo coglierlo con le mani nella marmellata. Magni è disposto a collaborare?» Interrogato Magni acconsente ed è lui stesso a fissare l’appuntamento con Mario Chiesa per il pomeriggio del 17 febbraio. I cronisti, che hanno raccontato più volte quel colloquio fra Di Pietro e Zuliani, sostengono che quel 17 febbraio era una giornata insolitamente limpida per il capoluogo lombardo. Chissà, forse è solo una metafora o forse la mano di un sapiente regista che, ad una buona novella, squarcia le nubi di un cielo solitamente plumbeo e lascia che sia un’impresa di pulizie a sollevare il coperchio della più maleodorante pozza inquinante del Paese. Quando il giovane Luca Magni entra nell’elegante ufficio del Presidente della “Baggina” ha con sé una busta contenente sette milioni di lire in banconote da centomila già contrassegnate, un microfono nascosto sotto la giacca e una valigetta con una micro camera… «ecco i soldi Ingegnere… c’è tutto?… No, sono solo la metà, non mi è stato possibile mettere insieme l’intera somma. L’accordo non era questo», protesta Chiesa e mentre sta per buttare, con assoluta non curanza, la busta in un cassetto, tre carabinieri, accompagnati dallo stesso Di Pietro, irrompono nell’ufficio e gliela sottraggono dalle mani. Chiesa ha un attimo di smarrimento. Poi, d’impulso, farfuglia… «Signori, quei soldi sono miei!» «Sbagliato Presidente, quei soldi sono nostri» dirà Di Pietro. In seguito Chiesa confesserà che mentre i militi gli perquisivano l’ufficio lui era riuscito a liberarsi di altri 37 milioni, ricevuti appena tre ore prima, buttandoli nel cesso. Incriminato per concussione, la sera stessa Mario Chiesa diventa un ospite privilegiato di San Vittore dove viene rinchiuso in una cella singola. Per circa un mese Chiesa ammetterà di aver riscosso solo due tangenti oltre a quelle di Luca Magni. Ma quando dalla cella singola viene trasferito in una cella comune, l’ingegnere si sente perduto, e crolla. Cinque giorni dopo il suo arresto, Chiesa è espulso dal PSI e Bettino Craxi lo bolla come “mariuolo”. Il risentimento del potente Segretario del PSI non era per l’esiguità della mazzetta, ma per aver commesso una grave omissione: le ha intascate invece di versarle nelle casse del Partito. Emarginato, abbandonato dal Partito, Chiesa ha ora un solo “amico”: Di Pietro, che non lo molla un istante. Il sostituto Procuratore dopo avergli rivoltato la vita politica e personale “come un calzino” – a Di Pietro piaceva, e gli piace ancora, usare termini popolari – lo sollecita a rispondere a una lunga serie di addebiti, altrimenti sarà solo lui a subirne le conseguenze. Inserita la “password” Tangenti il computer di Di Pietro prende a elaborare dati e a dare le prime risposte. Ma è solo l’inizio. Le prime indagini accertano che Chiesa, per il solo periodo di gestione della “Baggina”, ha intascato mazzette per circa quattro miliardi. E tuttavia, il suo patrimonio personale ammonta ad oltre 15 miliardi. Da quanto tempo va avanti questa storia? A quante aziende ha chiesto tangenti? Come funziona il turpe mercato? Quanti altri soggetti sono implicati? Dove finiscono le tangenti dopo che hanno subito un trattamento dimagrante nelle sue tasche? Pressato come da un torchio, abbandonato dai “compagni” e dalla famiglia – la moglie l’aveva lasciato pochi mesi prima e il figlio non gli rivolge più la parola dal giorno del suo arresto – rinchiuso in una cella insieme a delinquenti comuni, dopo quattro lunghi verbali di interrogatori, Mario Chiesa consegna a Di Pietro le chiavi della città di Tangentopoli. Nel giro di pochi giorni i metodi di Di Pietro dilagano. Non ci si ferma più alle sole indagini, alla verifica delle denunce dei corrotti e dei corruttori che ormai affollano gli uffici della Procura di Milano. Il nuovo metodo è: l’esca, la trappola e l’arresto in flagrante. Cadono, come mosche, imprenditori, amministratori, dirigenti, portaborse, delinquenti, faccendieri ed esponenti politici di Consigli comunali, regionali e provinciali di ogni colore politico in ogni città d’Italia. Da Belluno a Reggio Calabria, da Treviso a Venezia, da Roma a Padova, Pavia, Busto Arsizio, Torino, Palermo, Napoli, Taranto, Bari, Foggia e Lecce, la cui provincia è divenuta la più grande discarica abusiva del Paese. Tutti affratellati nella grande spartizione. Ovunque ci fosse un appalto, una transazione, una lottizzazione, un’asta, c’era una tangente. A volte subìta a volte offerta spontaneamente. Era la prassi. Era l’unico modo per fare affari, per restare sul mercato e continuare a lavorare. Un fiume di denaro più lungo del Po che arrivato alla foce si spande in mille rivoli invadendo, senza distinzione, tutti i canali del variegato sistema politico nazionale. Un mare d’acqua limacciosa che inquina ogni forma di vita sociale. Si rubava sugli ospedali, sui malati, sui medicinali, sugli asili nido, sulla refezione scolastica. E poi ancora: sulle scuole, sui libri di testo, sulla formazione professionale. Si pagavano tangenti per far sorgere un’azienda e per ottenere un lavoro, per costruire case, discariche, inceneritori, porti, aeroporti, ferrovie, metropolitane, strade, autostrade, ospizi e perfino per avere un loculo al cimitero. Una Antonio-Di-Pietrotassa in più, un obolo per vivere ed essere governati poiché questa era, in ultima analisi, la giustificazione della classe politica. La tesi comune è che la democrazia, intesa come insieme di voci e partiti che rendono un Paese democratico, costa. La pluralità politica, che assicura la democrazia, necessita di enormi apparati organizzativi che bisogna pagare. Qualcuno obietta che la legge per il finanziamento pubblico dei partiti, introdotta nel 1974, elargisce contributi per 80 miliardi l’anno, fra finanziamenti e contributi elettorali, per tutti i partiti. Non bastano? Non scherziamo. Per la “Balena Bianca”, la DC, e per le manie di grandezza dei socialisti, bastano sì e no per fare un paio di congressi. Dunque… «questa moneta servono» diceva Totò. Le tangenti sono il sale della democrazia. Sarà pure un metodo illegale, ma paradossalmente preserva la legalità, il sistema democratico. La convinzione è così radicata che l’impegno alla bisogna è totale. L’organizzazione è perfetta. C’è perfino una scala burocratica fra quanti incassano “mazzette” e chi chiede e ottiene “tangenti”. Le prime infatti vengono riscosse dalla fauna del sottobosco politico e amministrativo. Le seconde, le Tangenti, quelle con la T maiuscola, si contrattano nelle Segreterie politiche nazionali, con autorevoli deputati e senatori se non, addirittura ministri quando si tratta di salassare le grandi industrie come quella farmaceutica, chimica e petrolifera. La gente mormora? E chi se ne frega. Che pensino a fare il loro dovere di elettori! Quei ‘qualunquisti’ di Samarcanda e Striscia strepitano? Oscuriamoli, così imparano ad interferire con la campagna elettorale! «Le rivolte civili – scriveva il sociologo Sabino Acquavivaoccorrono quando una classe dirigente non riesce a soddisfare i bisogni essenziali di intere popolazioni; quando il senso d’impotenza dei cittadini raggiunge la massa critica».
Quella “massa critica”, nella Prima Repubblica, era stata raggiunta nel 1992. E, vent’anni dopo – gli italiani ci mettono sempre un ventennio prima di accorgersi di essere stati raggirati – si è punto e a capo. La massa critica, questa volta, arriva alla fusione e finisce per produrre una deflagrazione più devastante di quella della Prima Repubblica perché non è stata provocata dai partiti istituzionali, ma dai singoli personaggi che apparivano carismatici e si sono invece dimostrati dei “quaquaraquà” per usare un termine caro allo scrittore siciliano Leonardo Sciascia.
Morale, Tangentopoli ha minato la fiducia degli elettori nei partiti; la Seconda Repubblica ha minato l’affidabilità delle più alte istituzioni democratiche del Paese, Camera e Senato, riducendole ad una specie di consiglio d’amministrazione di banche d’affari dove gli unici affari, prebende e privilegi che si discutono sono quelli dei consiglieri.
Nel 1956 lo scrittore e giornalista calabrese, Corrado Alvaro, prima di morire volle inciso, in bella evidenza sulla sua tomba, il seguente epitaffio: «La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società, è il dubbio che vivere rettamente sia inutile».
Nel settembre del 1999, esattamente tre mesi prima di spegnersi, Nilde Iotti, eletta ininterrottamente alla Camera dei Deputati per 13 legislature e Presidente della Camera dal 1979 al 1992, intervistata da Enzo Biagi disse: «Rendersi colpevoli di aver tradito la fiducia degli italiani, è stato il crimine peggiore della nostra classe politica».
Ma intanto lo hanno commesso.

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