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Storie di film e dintorni. Parte XXIII: dall’Otello di Welles al non convincente Achtung Banditi

23 Ott 2016 | Nessun Commento | 754 Visite
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nmContinua l’appuntamento con la rubrica cinematografica a cura di Nicola Mascellaro. A che punto del racconto ci aveva lasciati il nostro reporter la scorsa domenica?

È evidente che Otello ha dei punti di vantaggio rispetto a Macbeth anche perché Giuseppe Verdi gli ha dato anima e scene liriche mentre il dramma dell’amore e della gelosia, portato alle estreme conseguenze, offre miglior materia. A Welles va dato atto di aver creato l’atmosfera e l’ambiente e, alla prolissità del testo, supplisce con movimenti di macchina: la sua esuberanza dilaga anche nel modo di narrare. Film interessante e spettacolarmente efficace. Welles è un interprete eccellente.

Otello è considerato una pietra miliare del cinema classico mondiale e nel 1952 vince il Grand Prix per il migliori film al Festival di Cannes. Eppure, in 365 giorni di programmazione Otello incassa appena 6 milioni di lire. Messalina ha incassato 70 volte tanto.

Il cinema italiano dunque, resta il miglior esempio di ‘piccola impresa’ ad alto profitto: registi, scrittori, sceneggiatori, tecnici e attori hanno individuato i generi, i filoni, i gusti che fanno accorrere lo spettatore al botteghino, e li sfruttano senza porsi problemi etici o morali, l’importante è non incorrere nella censura. Sono tutti uniti in uno spirito cameratesco encomiabile. Poco importa se per realizzare un’idea manca il produttore tradizionale, la ‘casa cinematografica’. Cinque, sei, dieci amici del mondo dello spettacolo, a volte anche speculatori in cerca di facili guadagni, mettono insieme i loro risparmi, la loro arte e professionalità e girano il film, un’idea che spesso si traduce in melodramma, meglio ancora un film comico, una commedia rosa, o neorealista come l’ultimo film realizzato da Carlo Lizzani, in cooperativa con attori, tecnici e spettatori per un’opera sulla storia recente e dilaniante del nostro Paese: la Resistenza.

A ventotto anni Lizzani ha già fatto una serie di esperienze nella cinematografia: è documentarista, sceneggiatore, scrive di cinema su diverse riviste specializzate, è attore e infine regista esordiente di un film che rievoca una pagina della Resistenza ligure. Il film è Achtung Banditi, interpretato da Gina Lollobrigida e dall’esperto Andrea Checchi, dal 14 dicembre al cinema Impero.

Il tema è particolarmente sentito dagli italiani che patiscono ancora le piaghe lasciate dalla guerra, soprattutto dalla fratricida lotta contro il nazifascismo, e il recensore della Gazzetta, che appena quattro anni prima era prigioniero di guerra degli inglesi, si fa interprete di questo dolore vivo e non del tutto lenito nelle famiglie del Centronord.

“Al giovane neo regista si possono muovere molte lodi e molti rimproveri – scrivenm2 Virgintino -. Il suo esordio era facilitato dalla materia stessa del film che gli forniva spunti documentaristici e numerose occasioni d’intensa drammaticità. E, nonostante la passione e l’impegno con cui ha affrontato questo lavoro, il Lizzani si è mantenuto quasi sempre al di fuori del soggetto, dei fatti, dei personaggi, al di fuori dell’idea stessa del soggetto: la Resistenza. Meglio, egli è stato preso più dal meccanismo delle cose che dal profondo significato della cose stesse, e non è riuscito a esprimere in pieno, non ha saputo dominare la materia e si è adagiato sulle formule più comuni del cinematografo corrente. Ad un tema simile si addiceva un altro linguaggio, più forte, più vibrante, più denso e meno verboso. È mancata la commozione, quell’affettuosa partecipazione capace di far risaltare uomini e fatti, quella comunicativa che accende la sensibilità dello spettatore sempre più distratto. Ma, se difettano rilievo drammatico ed evidenza narrativa, va dato atto al Lizzani di aver affrontato questa prova con intelligenza e bravura. Ci sono in questo suo primo lavoro tanti pezzi staccati di pregevole cinema creati con acutezza e precisione di toni; anche l’atmosfera della guerra partigiana è resa con evidenza non facilmente dimenticabile. Lizzani maturerà certamente, le premesse sono buone”.

Pochi giorni prima anche in Puglia si gira un film neorealista. Anzi, realista poiché è tutto vero, reale, naturale: vero è il luogo, Torre Alemanna in Capitanata; veri sono i personaggi, braccianti e pastori; naturale è l’ambiente, la ricca pianura del Tavoliere di Puglia. Il titolo del film è La riforma agraria, ovvero la distribuzione di migliaia di ettari di terra incolta ai contadini ridotti allo stremo. Il ‘film’ inizia all’alba di sabato 8 dicembre 1951 nm3quando Vincenzo Di Bartolomeo, 46 anni bracciante agricolo di Cerignola, aiuta la moglie a vestire i loro dieci figli per recarsi a Torre Alemanna, già feudo della principessa Aiossa-Pignatelli. Gli hanno detto che gli verrà assegnato un pezzo di terra e Vincenzo vuole vedere con i proprio occhi se veramente quel giorno la vita della sua famiglia sarebbe cambiata. Non è il solo ad avviarsi nel feudo principesco con lo stesso scetticismo. Man mano che passano le ore, il luogo dell’incontro, vicino a Cerignola, si affolla. Centinaia di braccianti insolitamente agghindati con i loro abiti migliori, riempiono il grande spiazzo verde.

 

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