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Storie di film e dintorni. Parte XXI: dall’alluvione del Polesine alla stella nascente Mario Lanza

9 Ott 2016 | Nessun Commento | 836 Visite
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nmNicola Mascellaro continua a raccontarci, come ogni domenica, la magia della settima arte nella sua rubrica “Storie di film e dintorni”. Riprendiamo il filo della narrazione dall’ultimo episodio della scorsa settimana. A che punto eravamo?

Così, mentre prosegue nei suoi progetti, cerca, e forse ottiene, aiuti da produttori d’Oltralpe e comincia a girare il film, registrato poi come una produzione italo-francese, facendo venire dal Messico l’avvenente e passionale Maria Felix prima stella del cinema messicano. Il 5 dicembre, un mese dopo la proiezione di Sansone e Dalila, nello stesso cinema ‘sul mare’, il Margherita, la casa di distribuzione fondata dallo stesso regista presenta il primo Peplum italiano del dopoguerra: Messalina “la femmina divina e perversa – si legge sulla locandina – che con la sua affascinante bellezza, mista di ambizione, lussuria e crudeltà, ebbe ai suoi piedi l’Impero dei Cesari”. Ce n’è a volontà per soddisfare i mandrilli nostrani, ma non gli amanti del cinema d’arte. Come se si fossero evocati eventi biblici, proprio a novembre l’Italia subisce il primo grande disastro naturale della sua storia repubblicana: l’alluvione del Polesine.

Da giorni tutta l’immensa pianura padana è coperta da una coltre di nubi dense e nere. Città industriose e ricche della valle come Pavia, Piacenza, Cremona, Mantova, Ferrara e Rovigo non vedono più la luce del sole dal 6 novembre. Il freddo è pungente ed il Po, il grande irrigatore della pianura, l’artefice della ricchezza agro/alimentare di mezza Italia, piano piano si gonfia come un mostruoso drago cinese intento a divorare la sua vittima: la terra. La pioggia, fitta e insistente, cade ormai ininterrottamente da 8 giorni. Poi, il 14 novembre, il fiume-drago, nell’impossibilità di contenere oltre tutta quell’acqua, ha come un sussulto e di colpo vomita: dalle sue enormi fauci, non esce una lingua di fuoco, ma un terrificante fiotto d’acqua che al suo passaggio travolge, distrugge e allaga tutto quanto trova sulla sua strada. Una valanga d’acqua che esce dagli argini del fiume con una portata di 12mila metri cubi al secondo. È l’alluvione del Polesine. Un evento così devastante non si ricordava da centinaia di anni. Un mare di acqua nera e terrosa devasta colture, sradica alberi, sommerge case, trascina con se e uccide migliaia di capi di bestiame, minaccia perfino la città di Rovigo che per precauzione, due giorni dopo, viene evacuata.nm2

Si organizzano squadre di soccorso, si apprestano autocarri di viveri e medicinali mentre a Roma, a quasi un mese di distanza, si discute se è più utile inviare subito le necessarie provvidenze o formare prima una Commissione d’inchiesta da inviare sui luoghi disastrati e suggerire le misure da adottare mentre centocinquantamila ettari di terreno sono stati sommersi da 8 miliardi di metri cubi d’acqua e si contano molte vittime: ottantaquattro infelici che saliti su un camion per porsi in salvo nella vicina Rovigo sono raggiunti e travolti dall’acqua mugghiante del grande fiume. Oltre 160 mila persone, invece, hanno perso tutto. Quando alla fine l’acqua comincia a ritirarsi, il Polesine sembra devastato da una bomba atomica: le 5.674 case distrutte hanno provocato un esercito di profughi. Sei mesi dopo il Polesine è di nuovo in piedi, l’Italia del miracolo ha lavorato a tempo di record. Non era vero. Centinaia di famiglie, migliaia di profughi non torneranno mai più nel Polesine: si sparsero per l’Italia e in diversi paesi d’oltralpe.

Insieme al Peplum gli americani hanno scoperto anche un giovanottone d’origine italiana, Mario Lanza, nome d’arte di Alfredo Arnaldo Cocozza nato nella little Italy di Filadelfia nm3nel 1921 da genitori napoletani. Operaio e appassionato di musica lirica Lanza era entrato nel Conservatorio musicale di Filadelfia per consegnare un pianoforte e s’era messo a cantare con una bella voce tenorile la romanza pucciniana ‘ch’ella mi creda libero e lontano’ da La fanciulla del West. Pochi minuti dopo, il salone dove Cocozza stava installando il pianoforte, si riempie di allievi e professori del Conservatorio che lo ascoltano incantati. Era un nuovo Caruso? La MGM non aveva perso tempo. Il futuro Lanza era anche un bel ragazzone perciò lo aveva contattato e subito messo sotto contratto. Nel 1949 gli fa girare una commedia musicale ricca solo di romanze e arie liriche, Il bacio di mezzanotte, accanto alla vivace Kathryn Grayson e il 26 settembre 1951 il film è sullo schermo del Margherita: “a parte qualche ingenuità su cui si può sorvolare – annota Virgintino – il film è gradevole e le musiche sono state accuratamente selezionate”, in quanto al raffronto con Enrico Caruso, il corrispondente della Gazzetta da New York, scrive: “il vero Caruso è quello che dorme nel cimitero odoroso di Napoli e da Napoli, non da Filadelfia, verrà un nuovo Caruso. Il signor Cocozza ha una bella voce, squillante e potente, ma è lontana dalla voce melodiosa, dolce e calda del grande napoletano”.

“Storie di film e dintorni” vi da il suo arrivederci alla prossima domenica.

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