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Storie di film e dintorni. Parte XV: la nascita della Nouvelle Vague e il cinema sudamericano

29 Mag 2016 | Nessun Commento | 803 Visite
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st1Torna puntuale come un orologio, ogni domenica, la rubrica “Storie di film e dintorni”. Dove ci eravamo lasciati la scorsa settimana?

L’entusiasmo di Virgintino per i film di buona fattura è evidente, sono tutti film di notevole valore artistico, ma destinati a far ‘soffrire’ il botteghino, ugualmente noleggiati per soddisfare la voracità delle sale italiane e i pochi spettatori che apprezzano un buon film. Ci vorrà ancora qualche anno prima che il cinema francese si trasformi completamente grazie a quella pattuglia di giovani fondatori della Nouvelle Vague.

Il cinema inglese, invece, mostra maggiore vivacità grazie ad un drappello di giovani registi, quali David Lean, Carol Reed e Michael Powell insieme a Emeric Pressburg che subito dopo il conflitto cominciano a produrre film di ottimo livello culturale e tecnico destinati all’esportazione come Le avventure di Oliver Twist, Il terzo uomo e Scarpette rosse.st2

In Inghilterra torna Alfred Hitchcock per girare Paura in palcoscenico, sullo schermo dell’Impero il 23 maggio, interpretato da Michael Wilding, Jane Wyman e dall’intramontabile Marlene Dietrich. Non è uno dei migliori thriller del Maestro “il piglio è piuttosto bonario e a volte scherzoso – scrive Virgintino –  ma la trama è svolta con agilità, come si conviene ad un consumato regista che non voglia impegnarsi a fondo”.

Perciò, senza l’apporto cospicuo e costante di Francia, Germania e Inghilterra ad alimentare le sale cinematografiche italiane i distributori, molto attivi, ricorrono al mercato sudamericano che ha caratteristiche simile al nostro cinema, specie le pellicole messicane interpretate da Pedro Armendariz, Dolores Del Rio, Ricardo Montalban, l’affascinante Gilbert Roland, Katy Jurado, Maria Felix, il ‘cattivo’ Emilio Fernandez ed Antony Quinn il più famoso, che nasce in Messico ma si è formato in America. Tutti protagonisti di film passionali e melodrammatici improntati ad una forte virilità, con un temperamento fiero, ‘caliente’, e in definitiva sentimentali come st3gli italiani. Salvo qualche eccezione, i loro film sono quasi tutti prodotti commerciali di scarsa importanza e tuttavia recitati così bene che fanno presa sul pubblico italiano.

I migliori arrivati sui nostri schermi quest’anno sono: Rosauro Castro, Il corsaro nero, La malquerida, premiato a Venezia per la migliore fotografia e colonna sonora, tutti e tre interpretati da un formidabile Pedro Armendariz e Donne perdute con Esther Fernandez e Ricardo Montalban che recitano il tipico dramma della ragazza di campagna – qui la campagna è messicana – che finisce sul marciapiede manipolata da uomini senza scrupoli… tutto nella norma!

Molto numerosi, naturalmente, i film appena discreti per il grande pubblico costituito da maschi adulti, giovani, ragazzi e, la domenica, le donne accompagnate, per vedere il film d’amore, meglio se d’ambiente napoletano, le commedie alla buona, il film comico, il dramma, il film ‘giallo’, il noir che non si capiva bene cosa fosse e spesso risultava complicato; le pellicole di spionaggio, quelle dei detective americani, i film d’avventura, di cappa e spada e di guerra, che per fortuna, ne arrivano sempre meno. In compenso ist4 western sono sempre più numerosi. In generale le pellicole più amate dalle famiglie meridionali sono i film d’ambiente napoletano, pieni di sentimento, di passioni e di musica. Del resto 160 anni di dominio borbonico non potevano passare senza lasciare un retaggio spirituale, culturale e sociale, insieme ad usi e costumi che nel ceto popolare resistono ancora. Per duecento anni tutta la borghesia pugliese, la regione più ricca del regno borbonico, si è formata nelle aule universitarie della capitale partenopea, un passato che ancora ci accompagna. Col tempo quella cultura, quelle tradizioni si attenuano, impallidiscono, ma una parte del suo spirito sopravvive sempre: basta un nulla, un segno, una frase di ritorno e le cose, nel bene e nel male rivivono.

Ed è quello che accade quando, passando davanti ad un cinematografo, vedi i titoli dei film sui grandi manifesti: Addio mia bella Napoli, Anema e core, Core ‘ngrato, st5Fenesta ca lucive, Santa Lucia luntana, Malavita, ecc. e, solo alzando lo sguardo, ti sembra di essere inseguito dalle melodie immortali e vuoi vedere quei film che evocano scampoli di vita sofferta, di povertà vergognosa e sopportata con dignità, di sofferenza intima, lenita dai caldi, struggenti versi di un vecchio ritornello. I personaggi di quelle melodie, di qualunque brano musicale, sono tra noi, somigliano a qualcuno della nostra famiglia, a noi stessi, e raccontano le nostre ansie, illusioni, delusioni, lusinghe, inganni, e tradimenti che ci elargisce la vita. Sono film in cui una frase, una battuta, una melodia colpisce nel segno, turba, richiama una sofferenza. Ognuno vede un pezzo della sua vita, si riconosce… ed esce dal cinema quasi consolato: io, speriamo che me la cavo!

 

“Storie di film e dintorni” continua la prossima domenica…

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