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Storie di film e dintorni. Parte III: le difficoltà del cinema italiano negli anni ’50

6 Mar 2016 | Nessun Commento | 1.000 Visite
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nm1Continua l’appuntamento con la rubrica “Storie di film e dintorni” dedicata al cinema, pronta a svelare ogni domenica i retroscena legati alla realizzazione di pellicole che hanno fatto la storia della settima arte.

Nel corso del 1951, infatti, sono stati prodotti 488 film di cui 85 italiani per un incasso di 80 miliardi di lire senza però superare la crisi d’identità: dove voleva andare il nostro cinema? Si potrebbe migliorare, visto il favore del pubblico, ma bisogna migliorare il prodotto, è necessario confezionare pellicole di qualità senza insistere nei soliti film comici, le insulse commedie o melodrammi strappacuore. Soprattutto è necessario che i produttori cerchino di consorziarsi perché il male peggiore del nostro cinema sta nell’inflazione di produttori, nell’anarchia dei quadri: non è possibile che su 85 pellicole realizzate ci siano settanta produttori diversi. Significa dispersione di risorse professionali e di capitali senza contare che molti produttori improvvisati, ignari degli ingranaggi dell’ambiente finiscono per pagare più del dovuto attori e registi facendo aumentare i costi di produzione.

L’analisi, dunque, degli addetti ai lavori, è che in previsione di una carenza di film americani e prendendo atto che il pubblico si riconosce sempre più nel cinema europeo per qualità, ambiente e tematiche vicine alla sua cultura, bisognerebbe approfittarne.

Ma è vero? No, non è vero, specie nei paesi più poveri di tutte le province, dove spessonm2 accade il contrario: i film americani, anche i più vecchi, restano i più graditi perché divertono, intrattengono mentre il ‘grande’ film, il film d’arte è un lusso che solo una grande cinematografia può permettersi e… il nostro cinema è alquanto lontano dal definirsi ‘grande’. Il neorealismo è stato proprio una rondine che non ha portato la primavera. Insomma, molte ‘analisi’, molte parole, molti ‘sogni’ degli addetti ai lavori mentre Hollywood sforna non solo fior di pellicole d’intrattenimento, dai musical alle commedie, ma anche film d’arte, di denuncia sociale e di ogni altro genere accentuando la propria supremazia mentre la cinematografia italiana continua a produrre lavori mediocri, salvo rare eccezioni dove a rischiare sono i singoli produttori.

Ma torniamo in sala, andiamo a sorbirci questa nuova tortura della pubblicità nei cinematografi prima dell’inizio del film. “Una storia che sta diventando veramente grossa” scrive e si sfoga Virgintino che per motivi professionali al cinema ci deve andare tutti i santi giorni. “Credo che uno spettacolo non possa essere più avvilito. È un supplizio e gli spettatori che protestano non hanno tutti i torti. Il film, il documentario, il cinegiornale, le presentazioni dei nuovi arrivi, i ‘prossimamente su questo schermo’, due, tre, quattro, e infine la pubblicità: troppa grazia! E se per sfortuna vi capita un ottimo film, magari un’opera d’arte, state pur certi che l’incanto è rotto: vi toccherà vedere e sentire, come si allena il tale giocatore di pallone, fare l’ambita conoscenza della sua famiglia, apprendere dalla sua alata parola che il ‘romolet-watch’ è il più insuperabile degli orologi; vi toccherà vedere e sentire, che a volte è peggio, l’imbattibile ‘asso’ del pedale declamare che lo sport è la quintessenza della vita e altre amenità varie. Eccolo allenarsi, ecco la gara, ed eccolo infine, in primo piano, confidarvi che il segreto è tutto in un sorso di ‘Chinsette Bianchi’.

nm4Altre volte poi, c’è la sintesi di un incontro di calcio, la ‘mascotte’ che realizza il più bel gol della giornata mentre ai giocatori viene distribuito la…. tonificante bibita. E, naturalmente ci sono i saponi da barba, la brillantina, il dopo barba, le scarpe, il cognac, la lana persino i mobili… e la gente fischia e urla in sala perché non ne può più. Non è possibile apprestarsi ad assistere alla visione di un buon film, peggio se è malvagio, quando sei già stato amareggiato da venti minuti di pubblicità. E allora? Non resta che abolire la pubblicità cinematografica. La radio trasmette quotidianamente una particolare rubrica di pubblicità e di canzoni, concerti e partite di calcio e, se non volete ascoltarla, non dovete far altro che cambiare stazione o spegnerla; ma alla radio non si paga il biglietto e il cinema non si può spegnerlo. L’ideale sarebbe trovarsi in sala all’inizio del film, magari mentre il ‘leone’ s’incavola e ruggisce, e alzarsi e uscire inseguito dalla parola ‘fine’. Garantisco: è una bella soddisfazione!” Ma non sempre riesce.

L’anno cinematografico inizia con due pellicole di pregevole fattura, due western: nm3L’amante indiana, il 4 gennaio al Galleria e Winchester 73 lo stesso giorno al Cinema Umberto. Entrambi interpretati da James StewartL’amante indiana è diretto dall’eclettico Delmer Davies passato dal melodramma al genere bellico e infine al western, dove raggiunge la notorietà, a cominciare proprio dall’Amante indiana in cui approfondisce e sviluppa quella sensibilità verso i ‘pellerossa’, appena accennata da John Ford nel film Massacro a Fort Apache, per inaugurare un filone antirazzista e filoindiano che induce gli americani a riflettere e riconsiderare i loro atteggiamenti verso i nativi che hanno assoggettato con la forza fino al genocidio.

La rubrica “Storie di cinema e dintorni” continua la prossima domenica.

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