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STORIA. Aldo Moro 40 anni dopo. Caso ancora non risolto

28 Apr 2018 | Nessun Commento | 604 Visite
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via caetaniMuoio se così desidera il mio partito… il 30 aprile, Oronzo Valentini, profondamente colpito dalla lettera di Moro e dalle negative reazioni del mondo politico, scrive un duro editoriale contro ‘Questo Stato’ che egli stesso ha sempre difeso con incrollabile fiducia… dopo aver fatto un elenco di episodi dolorosi e mortificanti per ‘Questo Stato’, ci si può almeno domandare se c’è qualcosa, qualche piccolo segno che lasci sperare che tutto questo non si ripeterà?… E la decisione di abbandonare Moro al suo destino – in nome di principi che sarebbero sacrosanti se non fosse impudente invocare così freddamente – servirebbe a restituire allo Stato tutto quel che ha perduto finora e a garantire che non saranno più aggrediti e ammazzati agenti, carabinieri e uomini politici? Quello che accade sotto i nostri occhi ci può far pericolosamente disperare. Oh Signore, che tempi!

Nel frattempo il ‘caso’ Moro sembra perso nelle pieghe di intensi incontri al vertice per decidere, alla fine, che la via suggerita da Craxi – una trattativa per uno scambio di prigionieri – è impraticabile. Il 5 maggio alle 14,15 il Comitato interministeriale per la sicurezza ribadisce il NO alla trattativa e, neppure un’ora dopo, da Genova, giunge la risposta dei brigatisti con il comunicato numero 9… concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza cui Aldo Moro è stato condannato.

Niente, non c’è proprio più nulla da fare. Il clima, in tutto il Paese è di rassegnata attesa, confermata dall’ultima lettera di Moro alla moglie, Eleonora, il 6 maggio. È una lettera di addio, Moro si è arreso, ma la famiglia continua a sperare tempestando di telefonate Leone, Zaccagnini, Fanfani e Andreotti, ricevendo in cambio, solo parole di circostanza.

Qual è la realtà? – scrive ancora Valentini domenica 7 maggio – che dopo 52 giorni pesantemente allineati e brutalmente infilati, l’uno dopo l’altro, nelle pagine prenotate dalla Storia per l’Italia di oggi, siamo appesi a un gerundio – eseguendo – nella incapacità, meglio nell’impotenza, di coniugare chiaramente una voce verbale precisa, a una vicenda che sta sconvolgendo il Paese.

Cossiga, andreottiIl 9 maggio, in una elegante palazzina di via Montalcini, a Roma, Laura Braghetti, Mario Moretti, Prospero Gallinari e Germano Maccari – il fantomatico ing. Altobelli identificato e arrestato nel 1993 – entrano nella stanzetta in cui Aldo Moro è prigioniero da 55 giorni; gli chiedono di vestirsi per uscire, lo fanno entrare in un grande cesto di vimini – è l’ultima versione – lo trasportano nell’ascensore che porta direttamente al garage, trascinano il cesto fino al box dov’è custodita una Reanult 4 rossa, lo fanno uscire dal cesto e gli chiedono di adagiarsi nel vano posteriore dell’auto. Poi, lo coprono con un plaid e lo uccidono, freddamente; prima usano una pistola col silenziatore e poi una mitraglietta.

Il plurale è d’obbligo perché il 6 marzo 1982, il brigatista Antonio Savasta rivela che ad uccidere Moro fu Prospero Gallinari. Una verità smentita 11 anni dopo, il 25 ottobre 1993, da Mario Moretti… non avrei mai permesso che lo facesse un altro. C’erano tutti, ma questa incombenza me la sono presa io. Dopo l’assassinio, Mario Moretti e Prospero Gallinari, lasciano il garage, attraversano con calma mezza città, e posteggiano la rossa Renault 4 in via Caetani. Abbandonato il veicolo, Moretti telefona al prof. Franco Tritto, un amico della famiglia Moro, comunicandogli dove trovare l’auto con a bordo il corpo del Presidente della DC.

Gli assassini sono stati spietati. Oltre ad uccidere Aldo Moro, hanno organizzato una beffa atroce abbandonando il corpo della loro vittima a poco meno di 200 metri dalla sede della DC e a non più di 100 metri da quella del PCI. Alla conferma della notizia, Renato Curcio e Alberto Franceschini, sotto processo a Torino, proclamano: è stato compiuto il più alto atto di umanità possibile in questa società divisa in classi.

MoroLa Renault viene aperta alle 13,59; il corpo di Moro è semidisteso nell’angusto vano posteriore della vettura. Il suo volto è sereno, la sua tragedia è finita. Prima di sera, tutti i quotidiani escono in edizione straordinaria… un’angoscia senza limiti ha fatto irruzione nelle nostre case – scrive il direttore Valentini sulla Gazzetta – Moro non era un uomo da salvare, forse non è stato mai salvabile, perché già dalla prima ora della sua prigionia era inesorabilmente condannato… è difficile pensare e scrivere in queste ore, frenare invettive, tacere l’acutissimo dolore, non recriminare per tutto quello che è accaduto in questi 55 giorni più oscuri della storia dell’Italia libera.

Il 10 maggio, il ministro degli Interni, Francesco Cossiga, si dimette. Un atto quasi clamoroso in uno Stato in cui fallimenti e deficienze sono la regola senza che nessuno abbia mai perso il posto o considerato di dimettersi.

Il primo processo per la strage di via Fani e l’assassinio di Aldo Moro, si svolge a Roma dal 21 aprile 1982 al 24 gennaio 1983 ma più che un processo per la strage, è un processo alla ‘colonna romana’ delle Brigate rosse. Dei 63 imputati presenti, 32 vengono condannati all’ergastolo; 27 avranno pene detentive dai trenta ai sei anni, 4 sono assolti per insufficienza di prove. Tutti i componenti del ‘commando’ di via Fani – Mario Moretti, Valerio Morucci, Prospero Gallinari, Adriana Faranda, Barbara Balzerani, Alvaro Lojacono, Raffaele Fiore, Franco Bonisoli, Laura Braghetti e Bruno Seghetti – i carcerieri e gli assassini, meno Germano Maccari, sono stati nel frattempo arrestati e, in questo processo, condannati all’ergastolo. Poi, fra appelli, Moroter e Moroquater, pentiti e dissociati ognuno con la sua verità, la storia di questi 55 giorni s’è ingarbugliata e ancora oggi molti lati restano oscuri.

Alcuni brigatisti definiti ‘irriducibili’, come Barbara Balzerani e Mario Moretti che ha collezionato 6 ergastoli, dal 1994 escono dal carcere il mattino e vi rientrano la sera; Prospero Gallinari è in regime di semilibertà per motivi di salute. Valerio Morucci e Adriana Faranda sono il libertà condizionata. Laura Braghetti, la carceriera di Moro, è in semilibertà; Antonio Savasta, pentito autoaccusatosi di 17 omicidi, è in semilibertà. E così dicasi di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Patrizio Peci, Nadia Mantovani e, non decine, ma centinaia di altri. Il terrorismo è stato battuto: il Paese è cambiato, il tempo ha mitigato gli animi ed il fenomeno del pentitismo e dei collaboratori di giustizia ha reso possibile agevolazioni di pene, sconti, finanche la libertà e la protezione, anche per chi ha commesso crimini infamanti… in cambio di un vantaggio per lo Stato, si dice oggi, ma nel 1978, niente e nessuno riuscì a salvare Moro il cui unico crimine era quello di essere l’ideologo della politica italiana, fautore del ‘compromesso storico’. La sua vita, all’epoca, non era considerata ‘un vantaggio per lo Stato’.

Dove sono tutti quei ‘ragazzi’ terribili del Settantotto? In questi ultimi anni Venti del secondo millennio a nessuno importa più nulla. Ma non dobbiamo dimenticare!

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