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Stefano Bollani e Valentina Cenni portano in scena a Bari l’emozionante tentativo di libertà de “La regina Dada”

1 Mag 2016 | Nessun Commento | 2.853 Visite
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d1“Con il Dadaismo cercavamo un’arte elementare che curasse gli uomini dalla follia dell’epoca, un ordine nuovo che ribaltasse l’equilibrio tra il cielo e l’inferno. La legge del caso, che racchiude in sé tutte le leggi e resta a noi incomprensibile come la causa prima donde origina la vita, può essere conosciuta soltanto in un completo abbandono all’inconscio. Io affermo che chi segue questa legge creerà la vita vera e propria”.

(Hans Jean Arp)

Esiste ancora un modo di comunicare? Può davvero oggi l’essere umano presumere di poter andare oltre quel mero esercizio di parole in libertà che ormai ha irrimediabilmente sostituito, se non soppiantato, la vera comunicazione, quella che può essere fatta di gesti, sguardi, silenzi e, perché no, musica? Credevamo di no, finché non abbiamo incontrato due assoluti pionieri della divulgazione e della comunicazione stessa che ci hanno ancora una volta ricordato che è possibile “nominare l’innominabile e comunicare l’inconoscibile”, come diceva, riguardo appunto al potere della musica, il Maestro Leonard Bernstein; perchè questo è quello che fanno Valentina Cenni e Stefano Bollani con il loro “La regina Dada”, lo spettacolo teatrale giunto nel rinato Teatro Palazzo di Bari ove ha fatto registrare un meritatissimo sold out.

La pace dell’angusto monolocale abitato da un maestro di pianoforte viene violentatad2 dall’arrivo della inquieta – ed inquietante – regina Dada, che gli si presenta con un annuncio sconvolgente: stanca del ruolo che gli altri le hanno imposto fin dalla nascita, ha deciso di abdicare e rinunciare al trono, dandosi alla fuga e guadagnando, per la prima volta nella sua regale esistenza, una piena e totale libertà. Ma non è solo – comprenderemo presto – una fuga da rigidi e gravosi vincoli di rappresentanza che Dada cerca, quanto – semmai – dalle opprimenti regole della logica; il tentativo, insomma, di aprire la gabbia dorata in cui è stata, sino a quel momento, rinchiusa per incolpevole successione. Per farlo, è pronta appunto ad abiurare la sua fedeltà alla corona ma anche a se stessa, percorso non facile che intraprende in compagnia del proprio silenziosissimo – ed altrettanto paziente – maestro di pianoforte, non sapendo di trovarsi al cospetto di Alain Cosmeau (si scriverà così?), noto saggista che tanto ha scritto proprio sull’esistenza – o, meglio, sull’essenza – umana; ecco, pare di comprendere che Cosmeau abbia già affrontato gli impervi sentieri che Dada ha appena imboccato, convincendosi ad abbandonare le inutili ed ingombranti parole, ora affidate alla fredda registrazione di una macchina che ripete i suoi pensieri del passato (passaggi dai suoi libri) ovvero i pensieri del presente, che sembrano tutti rivolti verso la bellissima regina (materializzatisi nell’incipit del brano di Celentano “24.000 baci”, inno all’amore ed al desiderio).

Cosmeau ha operato la sua scelta in tempi non sospetti: quando la regina estrinsecava tutta la sua autorità in editti incomprensibili, come quello che vietava il commercio di gabbie, lui aveva già deciso di cercare un mezzo diverso di comunicazione, affidandosi esclusivamente alla musica, probabilmente memore della grande lezione di Marcel Proust che amava indicare la musica come “l’esempio unico di ciò che avrebbe potuto essere la comunicazione delle anime, se non ci fossero state l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee”. Grazie alle cure dell’innamorato silente maestro, Dada imparerà presto ad usare soprattutto il linguaggio del corpo, con cui trasmettere le proprie emozioni in modo semplice, diretto, naturale, lontana dagli artifizi con cui la nostra mente tenta di legarci ad una realtà convenzionalmente accettata; è il caso, ad esempio, di quello che universalmente si pensa della morte: a tutti appare d3indiscutibile che tutti si debba morire, ma chi ci dice che la morte esista solo perchè noi vogliamo così, perchè per tutto l’arco della nostra vita pensiamo a lei finchè questa non giunge, quasi fosse stata chiamata, cercata, anelata, creata da noi? Non basterà non pensarci per sconfiggerla? Ecco, ordina Dada, per essere davvero liberi occorrerà staccarsi dalla realtà e dalla ragione, abdicare ogni giorno dal ruolo che ci è stato imposto, vivere il presente senza farsi irretire da patti e convenzioni che noi non abbiamo mai voluto né cercato. Si può? Dada e Cosmeau non sembrano infine rispondere affermativamente, troppo preoccupati di chi – o di cosa – bussa freneticamente alla loro porta, e finanche delle bandite gabbie, che –incredibilmente – si moltiplicano in scena, sino a catturare di nuovo la consenziente regina e – probabilmente – mettere definitivamente fine al suo tentativo di volo.

Forse, dunque, non si può ancora vivere in modo diverso, libero, ma, quantomeno, ci si può provare: a noi è apparso questo il significato ultimo dell’opera creata dagli stessi Cenni e Bollani, che è innanzitutto un grande lavoro, cui il misero riassunto che abbiamo qui abbozzato non rende onore, di scrittura a quattro mani, zeppo di innumerevoli momenti in cui anche lo spettatore più distratto è spinto ad interrogarsi, in un continuo gioco di richiami letterari e filosofici che meriterebbero finanche una attenta lettura, a partire dal nome dato alla regina, che rimanda direttamente al movimento dadaista, nato come rigetto nei confronti degli orrori della prima guerra mondiale, a quel rifiuto degli standard culturali, a quella voglia di stravolgere le convenzioni della società, a quel netto rifiuto di soccombere alle leggi della ragione e della logica, enfatizzando l’eccentricità nella speranza di poter finalmente liberare la creatività.

Ora come allora, anzi probabilmente mai come in questo periodo storico in cui la barbarie sembra avere la meglio sull’umanità, l’artista è chiamato a prendere posizione, e Valentina e Stefano lo hanno compreso perfettamente: il loro spettacolo, giunto già alla sua seconda versione (e c’è così tanta carne al fuoco che potrebbero essercene ancora altre, in un infinito work in progress), è una esaltante sfida, non solo tra gli artisti impegnati, che danno fondo a tutto il loro immenso bagaglio tecnico miscelando momenti di musica paradisiaca, per lo più composta dallo stesso Bollani – anche se qui e là affiorano brani classici come “Lo schiaccianoci” e “Danza ritual del fuego” di Manuel de Falla – che la esegue dal vivo come solo lui sa fare, a sublimi parole ed ipnotici passi di danza, tutti affidati alla innegabile maestria della Cenni, perfetta tanto come affabulatrice quanto come danzatrice / ginnasta (splendidi i momenti in cui inscena una moderna danza del fuoco), ma anche tra la coppia stessa ed il pubblico, soprattutto quanti – e sono in tanti, confessiamolo – si aspettavano qualcosa di più semplice, lineare, accondiscendente, richiesta peraltro strana se solo ci si ferma a riflettere sulla innata iperattività che spinge Bollani da sempre a non farsi mai vincere dalla noia e dalla ripetitività.

Supportata dalle luci avveniristiche di Luigi Biondi, dalle affascinanti scenografie did Andrea Svanisci, dalle maschere di Roberta Bagni e dalle gabbie, vere opere d’arte, create da Maria Grazia Tosi, madre della Cenni, tutti ricordati in finale di spettacolo con un espediente davvero originale e simpatico, “La regina Dada” è una performance piena di poesia e di magia, che a noi ha riportato alla memoria l’eccelso “Cirque Invisible” di Victoria Chaplin e Jean Baptiste Thierrée; una magia che è continuata anche nei bis quando un Bollani in evidente fuga dalla realtà (ancora il Dadaismo?), ha ipotizzato che nessun musicista sia in effetti morto in tempi recenti, semmai si sono assentati per partecipare alle selezioni dell’Orchestra di Dio (che tutti speriamo di ascoltare il più tardi possibile!), prima di omaggiare, da par suo Prince con “Kiss”, Keith Emerson con “Honky tonk train blues” ed infine l’amico Gianmaria Testa, con cui ha condiviso una stagione di successi in compagnia di Enrico Rava e la Banda Osiris con lo splendido “Guarda che luna”, con il brano “Biancaluna”, regalandoci ancora un’altra grandissima emozione.

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