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Speciale Aperitivo in Concerto #1: incontro con Gianni M. Gualberto

24 Set 2012 | Nessun Commento | 1.272 Visite
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DeeAlexander

Aperitivo in Concerto è una delle più prestigiose rassegne musicali di Milano. Si svolge in un orario insolito, ossia alle 11 della domenica, ma per 27 anni ha sempre riscontato un’affluenza di pubblico altissima, tanto da fare il tutto esaurito per la maggior parte delle date presenti in cartellone. Nasce come rassegna di musica classica per spostarsi poi verso un repertorio di musica internazionale, in costante ricerca delle forme espressive esterne alla nostra cultura tradizionale, una vera e propria “finestra sul mondo”.
Abbiamo incontrato Gianni M. Gualberto, critico musicale, ex professore di musica all’università Bocconi, organizzatore di festival e rassegne musicali, nonché direttore artistico di Aperitivo in Concerto dal ’97.

La figura di musicologo, esperto musicale, spesso ha dei confini molto labili, tu stato ora critico, ora organizzatore e direttore artistico di rassegne musicali, in passato sei stato anche insegnante di musica…
Ho insegnato per provare anche questa esperienza. Ho lasciato l’insegnamento da quasi 5 anni, e ho insegnato per 11. Il corso di laurea nel quale insegnavo era triennale e trattava l’economia delle arti, musica e spettacolo. Mi sono reso conto che non ero troppo incline all’insegnamento, e che non potevo continuare, quando ho realizzato che andavo in automatico e ogni anno ripetevo esattamente le stesse cose dell’anno prima. Interagivo con gli studenti, facevo più spesso lezione da casa che in facoltà, perché mi piace cucinare e cucinavo con loro facendogli lezione. Ma molta gente prende dei corsi senza sapere esattamente dove va a parare, difatti i corsi che si fanno oggi non è che ti danno chissà quale preparazione. Ti possono dare una preparazione se tu arrivi già preparato. Se arrivi tabula rasa, nessuno ti può insegnare la storia della musica, né in tre anni, neanche in sette o otto. Molti studenti di questo tipo di corsi poi hanno come scopo finale l’organizzazione di eventi. Ma il creatore di eventi deve avere una cultura pregressa che difficilmente si fa all’università o in conservatorio. E in più c’è l’aggravante dell’organizzazione, perché non è detto che chi ha una cultura musicale possa capire come organizzare un evento, ci vuole fiuto e capacità, cognizione pratica. C’è tutto un ammasso di burocrazia e cose pratiche. È un mestiere artigianale e come tutte le cose artigianali non c’è nessun corso che possa insegnartelo. I corsi ti dicono un po’ come va la vita, ma poi se non la vivi la vita, in realtà non ne sai nulla. C’è chi sa tutto della musica e non sa nulla della vita. Questo lavoro è la coniugazione di queste cose pratiche, poco nobili, o aristocratiche e poi della parte nobile, che comunque uno tocca tangenzialmente. È un mestiere che con la crisi soffre parecchio. Anche se i tempi brutti devono ancora venire.

Eppure quest’anno a Milano ci sono stati moltissimi eventi!
Questo settembre era una sorta di deadline per spendere gli ultimi soldi rimasti. Gli eventi estivi non sono andati bene.
Il trend assolutamente negativo per tutti i generi musicali, un po’ meno per la musica classica che era stata penalizzata già anni fa. I carrozzoni degli enti lirici, le stagioni di musica classica, sono stati già tagliati, loro hanno già perso la fetta di pubblico che dovevano perdere ma rimane uno zoccolo duro, che regge. Chi frequenta la musica accademica è difficile che abbandoni, sempre che ce la faccia. Che si parli di musica classica, di pop, jazz, rock, la crisi sta tagliando qualsiasi cosa. Lo stato ha battuto in ritirata, non abbiamo privati che sovvenzionano, ma non solo perché c’è la crisi, perché manca la sensibilità verso l’arte e la cultura. Se pensiamo che negli stati uniti se si sovvenziona l’arte lo si può detrarre delle tasse! In Italia ci sono solo delle elemosine, gli investimenti sulla cultura, i fondi dello stato, sono stato sempre finti, ridicoli, e in più c’è sempre stata una speculazione su questi fondi ridicoli. Lo stato sta risparmiando sulla cultura dove in realtà c’era già così poco da risparmiare! A Roma si dicono “i conti di Maria Calzetta”! C’è chi sostiene che Non si mangia con la cultura…Ma è un’idiozia, gestendo male le cose non si mangia con nulla, se tu consideri la cultura una cosa che non serve a nulla, una cosa effimera, cosa ci si può aspettare? La cultura nei paesi civili produce reddito. La musica e la cultura incidono sul 3% del PIL degli stati uniti!

Si potrebbe fare un discorso enorme che tocca qualsiasi forma d’arte, ma nonostante in Italia non ci sia, a mio parere, un adeguato insegnamento alla cultura, in questo momento di crisi, si ha come l’impressione che la gente senta ancora più forte il bisogno della cultura, come forma di appagamento rispetto a tante privazioni che è costretta a subire. La gente ricerca la cultura e affolla comunque gli eventi gratuiti o che hanno un costo accessibile.
Vengo da una generazione dove il prezzo doveva essere “politico” ed ho sempre cercato di mantenere il prezzo basso di questa manifestazione. Godiamo anche della fortuna di potercelo permettere avendo dei fondi privati. Non c’è il fine primario dell’incasso ma quello di andare quantomeno in pari. Il problema non è più il prezzo di un singolo biglietto, ma per chi vive in una grande città come Milano, che garantisce sempre comunque una grande offerta, il problema diventa la cernita. Essendoci meno soldi l’abbonamento non viene fatto perché in qualche modo costringe ad anticipare dei soldi. Si preferisce andare ai singoli eventi così da parcellizzare la spesa. Ma questo fa parte del gioco. Aperitivo in Concerto ha cercato per tanti anni di fare delle cose diverse dal solito anche rischiando. Però in realtà per confermare quello che dicevi che la gente ha l’interesse e la voglia, siamo sempre riusciti a fare tutto esaurito con degli artisti che sicuramente non sono popolari. Per noi l’impresa è ancora più “meritoria” perché facciamo gli spettacoli la domenica mattina e portare un migliaio di persone la domenica mattina non è da tutti. Siamo soddisfatti perché non abbiamo mai tradito la nostra missione che era quella di aprire una finestra sul mondo. Per noi italiani il mondo è stato sempre un po’ asfittico, perché abbiamo un circuito concertistico che tende ad importare l’assodato, grandi nomi. Portare cose diverse, cose poco conosciute, diventa necessario per contrastare questo meccanismo di usualità. Noi abbiamo fatto un’operazione opposta, ci siamo detti “cerchiamo di vedere quello che fanno gli altri”, ci siamo quindi dedicati alla ricerca soprattutto  di nuove culture, focalizzandoci verso quei paesi dove la cultura nasce da una sorta di puzzle di culture diverse che si sono incastrate. Vedere cosa viene fuori da questo cocktail della post globalizzazione, dove non esistono più le tradizioni consolidate perché devono costantemente confrontarsi e misurarsi con l’ingresso in scena di altre realtà che fino ad oggi hanno comunicato in maniera diversa. All’inizio della stagione, 28 anni fa, quando era essenzialmente una stagione di musica classica, c’era già la voglia di vedere quale fosse la musica classica fuori dall’Europa. Perché abbiamo sempre classificato il jazz come americano, la musica classica come fondamentalmente europea, il samba brasiliano, ma in realtà non funziona più così, ci sono compositori di musica classica anche in altri paesi. L’obiettivo quindi per noi è stato sempre cercare di vedere cosa succedeva al di fuori di noi.
Quindi esclusivamente “ricerca verso l’esterno”.
Io vengo sempre accusato di non far suonare mai musicisti Italiani. Io parto dal presupposto che in realtà, l’italiano in generale non riesce a importare e fare proprie delle mescolanze di culture. In Italia non ci sono coppie miste, noi siamo un paese dove già facciamo delle differenze all’interno dell’Italia, ci si pone già la questione di come magari un friulano possa riuscire a sposarsi con una catanese, figuriamoci se guardiamo all’esterno.
Non riusciamo a mischiarci, ma nello stesso tempo, specialmente nella musica, siamo sempre molto esterofili, perchè gli artisti stranieri attirano di più?
Io parto dal presupposto che, tranne nei paesi dove c’è la difesa del prodotto locale, prendi la Francia o l’Inghilterra ad esempio, tolti questi casi, si è sempre un po’ esterofili. Si sa che l’erba del vicino è sempre + verde e poi credo che l’Italia sia un paese molto caratterizzato culturalmente, specialmente dal punto di vista musicale. All’estero siamo considerati un paese molto musicale, se sapessero come viene trattata la musica in Italia forse non sarebbero della stessa idea! È il paese di Verdi, di Puccini, del grande canto e delle melodie. Ma è anche vero che tutti noi diamo certi linguaggi per scontati. Per esempio, nessuno di noi frequenta con particolare attivismo il mondo della musica napoletana, che è stato uno dei grandi filoni della cultura italiana, quella di Roberto Murolo, o di tanti compositori come lui. Sicuramente è un repertorio bellissimo, ma noi non la frequentiamo. Prendi i Francesi, loro hanno un rapporto di odio e amore con l’Italia, si sentono superiori, dicono “i talenti Italiani li scopriamo noi”, però se andiamo a guardare alcuni degli artisti Italiani, oggi molto popolari in un campo non commerciale, come Paolo Fresu o Enrico Rava, il battesimo del successo l’hanno effettivamente avuto in Francia. Il banco di prova è sempre stato all’estero. Alcuni dei nostri musicisti sono bravi perché al contrario di molti hanno osato all’estero, anche in posti dove all’inizio contavano meno di zero. A noi manca la capacità di internazionalizzarsi. Rimane sempre difficile lasciare la casa di mamma e papà (anche se è vero che oggi giorno è difficile perché non si saprebbe altrimenti dove andare a mangiare!). Perché la nostra è una tradizione di emigranti. I nostri antenati sono andati a farsi umiliare e sfruttare all’estero per poter mangiare e quindi il rimanere in Italia diviene una sorta di riscatto di questa condizione. Oggi viene presa l’idea di andare fuori come “mi tocca andare all’estero perché a casa non ho possibilità”, e questo in un certo senso ci limita. E quindi si, esportiamo poco e importiamo molto.
Parlando di questa propensione verso l’esterno, arriviamo a quello che è il tema della stagione di quest’anno, ossia l’Afrocentrismo.
Si! Per un motivo molto semplice, nel 900 i neri hanno vinto la loro battaglia. Tre quarti della musica che oggi ascoltiamo è di origine nera. Anche a casa nostra, basti pensare ad un Pino Daniele. Lui fa una musica di origine afro americana, poi ci mette il napoletano, sicuramente. La musica americana, quella Latino-Americana, sono tutte tradizioni nere che nel 900 hanno divampato. Di recente c’era Enrico Rava con Gino Paoli, c’è una jezzificazione della musica italiana, perché come tanti prodotti di origine africana, anche il jazz ha avuto una internazionalizzazione, una capacità di accumulare molte esperienze anche di altri, di unirle. In questo i neri sono stati straordinari, magari neanche per volontà loro, si sono trovati costretti ad essere schiavi altrove, e si sono dovuti misurare con gli altri sapendo assimilare, ma rimanendo comunque loro stessi. Hanno saputo diramare un loro linguaggio e costruirne di  nuovi. Quindi ripercorrere questa cosa dell’africa… Perché l’africa? Cosa ha avuto l’africa nel 900? Perché improvvisamente dai ghetti e dai bordelli di New Orleans la musica è dilagata? Gli stessi neri si sono posti il problema, perché? Molti neri non sapevano neanche come fosse fatta l’Africa. Anzi quando tornavano in africa rimanevano delusi. Questa presenza nera è diventata una presenza quasi permanente. E ci si chiede il perché, come mai, cosa è successo?
Mi viene da pensare che, così come fisicamente i neri hanno una tempra differente, così anche nel sangue, nel DNA hanno qualcosa di diverso, che è il ritmo, ossia il cuore pulsante di tutta la musica. Ed è per questo che la musica nera è riuscita ad entrare, a mischiarsi con il resto della musica.
I neri ci hanno fatto anche riscoprire il corpo. Dagli occidentali, fra armonia e religiosità, il corpo non era preso in considerazione. La cultura occidentale è una cultura di pensiero non di corpo. I neri hanno fatto riscoprire la corporeità, la fisicità, la forza espressiva del movimento. Un corpo che serve anche come strumento di creatività e di comunicazione.

In questo programma orientato alle riscoperte delle ritmiche africane, quale di questi concerti hai scelto col cuore? Dato che, come abbiamo detto anche prima, nell’organizzazione, nella scelta del cartellone, spesso si è schiavi comunque di una serie di aspetti pratici, economici, e poi a volte si fanno delle scelte di qualità ma che prescindono dai gusti personali.
Certo i concerti uno li fa per gli altri e non per se, quindi bisogna mettere un po’ d’accordo tutte le situazioni e le esigenze. Comunque il primo concerto. Perché Archie Shepp è uno dei sassofonisti storici del jazz contemporaneo che porta un progetto che ha una sua storia, lui si presenta con questi musicisti tuareg, i Dar Gnawa che sono una tribù del marocco che non è esattamente marocchina, nel senso che non deriva direttamente dal mondo arabo, islamico, ma loro sono discendenti degli schiavi neri che gli arabi portavano come forza lavoro nel nord Africa, perché gli arabi erano il tramite con l’Europa per lo schiavismo. I Dar Gnawa hanno quindi mantenuto una tradizione molto particolare, venata però con le esperienze di secoli a contatto col mondo arabo, marocchino, nord africano. Archie Shepp ebbe questa idea tanti anni fa, fu uno dei primissimi artisti americani ad andare a misurarsi con la cultura africana, con i progenitori, e nel 69 partecipò al primo festival Panafricano di Algeri, cercava di mettere insieme, di ricomporre la cosiddetta diaspora africana, e suonò con i tuareg trovando una serie di punti di dissidio ma anche di contatto. Lui ripercorre adesso, a distanza di più di 40 anni, questa esperienza di incontro. Quindi questo è un concerto molto particolare dove c’è questo cerchio che si chiude, perché il jazz è fatto di molteplici influenze che vengono anche dall’Africa Araba, dall’Africa islamica, per cui è un coagulo di cose che fanno tutte parte della esperienza africana, che diventano poi anche una nostra esperienza. Quindi questo è il concerto più manifestamente chiave di lettura della stagione.
Ripercorrendo quella che è stata l’evoluzione del jazz, a seguito di un’apertura verso nuove esplorazioni, vedo che hai incluso anche Michael Henderson, che però un po’ si discosta dagli altri concerti, o sbaglio?
In realtà la stagione era nata con l’idea di orientarsi sulle comunità africane. Per quanto riguarda questo concerto, dobbiamo considerare che, negli anni 60-70 negli stati uniti c’erano ancora conflittualità e i musicisti neri rivendicavano la loro africa con orgoglio, dicevano “noi siamo neri, siamo diversi”. All’epoca i bianchi e i neri non suonavano spesso assieme negli Stati Uniti, si erano create delle comunità di musicisti neri che vivevano tra loro stessi quella condizione di negritudine, di discendenza africana. Tanto è vero che il gruppo del secondo concerto, di Idris Ackamoor, era una di queste comunità, era un gruppo che si chiama The Pyramids, un gruppo di soli neri che rivendicava la tradizione africana, la tradizione teatrale, tribale. Michael Henderson è stato il bassista, il leader chiave del progetto musicale di Miles Davis, quando Miles fece la svolta dal jazz, tradizionalmente jazz, a questo mondo elettrico che era anch’esso tribale, panafricano, c’era anche lì una scoperta di questa blackness, di questa africanità, di questo fiume sotterraneo denso odorante di sonorità africane. Miles voleva coniugare anche molte forme musicali popolari americane come il Funky e il rhythm & blues, James Brown, quel mondo popolare afroamericano che oltretutto si era distaccato dal jazz perché il jazz era troppo elucubrato rispetto alle necessità espressive delle masse. Per cui Michael Henderson, poiché era il bassista di Stevie Wonder, apportò questo elemento nero di altro tipo rispetto al mondo di Davis, al suo gruppo, nel quale suonavano anche i bianchi sì, ma erano “utilizzati” per una musica totalmente nera. Anche lì c’era un fenomeno di tribalismo. La stagione quindi nasce come una forma di mappatura di diverse tribù che oggi sono tornate a ricongiungersi, grazie all’avvento di internet, che ha ridato la possibilità di incontro, comunità che si riuniscono intorno ad un progetto, formando vere e proprie famiglie musicali.

www.aperitivoinconcerto.com

Dee Alexander – credit photo Roberto Cifarelli
Archie Shepp –  credit photo Peter Necessany

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