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Senza più Mario

30 Nov 2010 | Un Commento | 2.143 Visite
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Mario MonicelliE’ difficile non incazzarsi quando la vita si accanisce su di te e non vuole lasciarti andare come qualsiasi altro uomo affetto da quel terribile male che è il cancro. E’ difficile non incazzarsi specie di questi tempi dove tutto soggiace alle leggi della banalità e della demenza. Deve aver sentito questo Mario Monicelli in queste ore di dolori lancinanti e di ottusa ricerca di un perché. Rabbia. Dev’essersi davvero incazzato a non poter essere ancora in campo, con la sua ironia, con la sua poca, davvero poca, disponibilità verso le idiozie del prossimo. Dev’essersi incazzato ad accorgersi che la gente continua a dire scempiaggini, continua ad infinocchiare l’altro, ma senza più la furbesca bontà dei suoi personaggi, senza più l’eroismo cialtronesco della sua sua armata Brancaleone, mentre lui non può più muoversi, non può più denunciare con il suo splendido occhio filmico i difetti e la generosità, a volte talmente scabrosa, del suo popolo martoriato.Ho conosciuto Monicelli a Bari, al Fortino, qualche anno fa, in occasione della presentazione del suo ultimo lungometraggio Le rose del deserto. Terribile, un uomo terribile. Burbero, asciutto nei suoi commenti, agile nella mente, così come agilmente ti mandava a quel paese se dicevi una corbelleria o esageravi con la piaggeria. Assolutamente allergico agli autografi. Ma lucido, straordinariamente lucido, nel guardare la realtà sociale che gli era attorno e denunciare senza più mezzi termini, senza nemmeno la metafora del cinema, la degradante situazione culturale, economica, sociale e spirituale a cui il paese si stava riducendo per colpa del sistema politico dei “soliti noti”. Lucido fino al termine dev’essere stato, nel prendere quella per noi incomprensibile decisione di spiccare un ultimo volo, nient’affatto virtuale, verso l’ignoto della morte.Questo commento, perché altro non è, nasce esclusivamente dalla mia emotività, e per questo chiedo perdono. Nasce dalla sensazione di rabbia e frustrazione che ho provato ad apprendere che Mario Monicelli ci ha lasciato.E’ difficile non incazzarsi all’idea che questa “grande guerra” la combatteremo, d’ora innanzi, senza il nostro grande regista.

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1 commento

  1. Carlo Coppola's GravatarCarlo Coppola
    30 Novembre 2010 at 11:57 | Permalink

    Il mio ricordo di Mario Monicelli è personale, personalissimo.
    Ero alla Mostra del Cinema di Venezia e di lì a poco si sarebbero tenute le primarie della sinistra. Con alcuni amici baresi che da sempre compongono un folto e compatto gruppo tra giornalisti (Gilda Camero, Antonella Gaeta, Giancarlo Visitilli) e ricercatori universitari (il voziano Vito Santoro) ci recammo alla presentazione di un video ideato da Silvio Maselli, allora copy di Proforma, a per il candidato Fausto Bertinotti.
    Intorno a noi Citto Maselli con la moglie, Ugo Gregoretti e lui, Mario Monicelli. Io più piccolo del gruppo barese mi sentivo in imbarazzo fra tanti grandi del cinema e della televisione. Monicelli stava accanto a Giancarlo e Gilda seduti dietro di me. Nel vederlo ebbi un sussulto di emozione, da poco avevo rivisto la versione restaurata della “Grande Guerra”. Non potei fare a meno di salutarlo chiamandolo “Maestro!”.
    Non sapevo dell’idiosincrasia di Monicelli per questo appellativo. Lui mi rimbrotto con un cenno della mano. Il giorno dopo lo rincontrai per strada e per sfottermi in segno di saluto mi replicò “Buongiorno Maestro!”

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