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“Sagrademari”: il canto sirenico delle Faraualla strega il Teatro Abeliano di Bari

1 Apr 2015 | Un Commento | 1.604 Visite
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f_lsdCi sono viaggi che non finiscono, non possono, essendo parte integrante degli uomini che se ne fanno carico per il bene stesso dell’umanità.

Il viaggio del gruppo Terrae / Faraualla ha sinora toccato e visitato molte terre e da ognuna di queste ha tratto un’esperienza di vita che ha saputo sempre tramutare in racconto per la gioia di quanti – e sono tanti – si pongono all’ascolto. Ma ci sono porti che, forse, non si possono abbandonare con estrema facilità, anzi il distacco è oltremodo arduo, se non impossibile. Anni fa abbiamo avuto l’immensa fortuna di assistere alla “Contr’Odissea” che la geniale penna di Stefano di Lauro aveva creato per le ipnotiche architetture vocali delle Faraulla e l’inestimabile talento recitativo di Anna Garofalo che dava voce alle donne di Ulisse nel tentativo di raccontarne la vita, le gesta, il mito ed ancor più gli amori; per farlo Anna diveniva Euriclea ed Anticlea e Calipso e Circe ed Atena e Nausicaa e Penelope, in un vortice ipnotico di rara bellezza, mentre al – troppo – amato eroe veniva concesso solo di introdurci nella vicenda declamando le sublimi parole dedicategli da Dante Alighieri nel XXVI Canto dell’Inferno.

Oggi, a distanza di molti anni da quell’indimenticabile esperienza, la nostra strada, quella di Terrae / Faraualla e quella di Ulisse si sono nuovamente incrociate in “Sagrademari”, la pièce andata in scena per due sere in uno straripante ed osannante Teatro Abeliano di Bari, un nuovo straordinario percorso che, pur prendendo le mosse dalla parola di Stefano Benni, a nostro modesto parere è il naturale proseguimento dell’altro, tant’è che, ora come allora, si apre con il capolavoro dantesco ancora una volta superbamente declamato da Rocco Capri Chiumarulo. Eppure – lo comprendevamo immediatamente – era un viaggio del tutto diverso, quasi si volesse disegnare una rotta difforme, tratteggiare un differente punto di vista: laddove erano le donne a parlare, qui è Ulisse stesso unitamente al suo alter ego più periglioso Sinbad a raccontarsi; laddove l’eroe non conosceva incrinature, qui ci appare impaurito, tremolante, implorante pietà; laddove l’uomo si ergeva ad unico mirabile rappresentante dell’umanità, qui viene catturato, dileggiato ed infine graziato dalle mostruose creature del mare che gli (di)mostrano tutta la sua innata disumanità. E vien da sé che lì dove era la parola, nella sua più pura accezione a doverne raccontare le gesta, qui occorresse cercare un linguaggio dissimile e dissomigliante, discorde e discordante, disuguale sino all’incomprensione, un esperanto maledetto che lasciasse trapelare il senso delle parole non dal “cosa vogliano canonicamente dire” bensì dal “come vengano effettivamente dette”. Una nuova sfida per la Garofalo che – ça va sans dire – ne è uscita nuovamente vittoriosa; la sua voce mutava di personaggio in personaggio, di umore in umore, di emozione in emozione, per, infine, mescolarsi alle ugole d’oro di Serena Fortebraccio, Gabriella Schiavone, Maristella Schiavone, Teresa Vallarella, ossia le Faraualla, così da divenire anch’essa strumento di questa favolosa orchestra impegnata in un inusuale concerto che superava in più momenti la perfezione. Unico neo, se così possiamo dire, era determinato dall’assenza – riteniamo per subentrati problemi tecnici – del video firmato dall’astro nascente della cinematografia barese Letizia Lamartire, che peraltro fa bella mostra di sé su Youtube (andatelo a vedere, se vi volete bene). Alla fine, quando, dopo tanta “musica”, siam tornati a riveder le stelle nel silenzio della notte, ci sentivamo come il marinaio della truppa di Ulisse, reso immortale dalla celebre canzone di Lucio Dalla, che continua a professarsi pronto a raggiungere nuovi porti al fianco del suo capitano.

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