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Ronald Reagan e l’economia di libero mercato

13 Mar 2010 | Un Commento | 4.538 Visite
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ronald reaganGli Stati Uniti d’America ricordano saltuariamente uno degli uomini politici di maggiore spessore. Ronald Reagan.
Certamente, è stato il Presidente Americano più criticato del novecento, in particolare il secolo in cui l’economia è stata ispirata da John Maynard Keynes durante il quale tutti gli studiosi delle scienze economiche, politiche e sociali ponevano come dogma infallibile, anche più di quello del papa, l’analisi economica del lord inglese. Ronald Reagan fu il più accanito fautore di un modello di economia finalmente liberale, senza incentivi alle imprese, con privatizzazioni, con il recupero dell’efficienza del sistema, con la detassazione, con la riduzione dell’intervento statale diretto in economia, con l’abbandono della cultura keynesiana di sovvenzionamento ed assistenza alle imprese e all’economia più inefficiente con l’alibi della difesa dei livelli occupazionali.
Keynes, fino all’inizio degli anni ’80, era considerato il salvatore dell’economia americana degli anni ’30 dopo la grave crisi del 1929 in quanto consulente economico del Presidente Roosvelt,. Egli riteneva che l’economia debba essere aggiustata nel breve e brevissimo periodo con interventi di assistenza, le così dette politiche economiche, e perfino nel “pagare i lavoratori anche solo per scavare buche nel terreno e poi nel richiuderle”. Il lungo periodo era considerato superfluo nell’analisi economica e politica. Inoltre, Keynes fu anche colui che ritenne necessario distinguere tra “economia reale” ed “economia monetaria”, affermando che i politici devono guardare soprattutto, se non esclusivamente, all’economia reale, cioè quella dei fattori produttivi, trascurando il sistema monetario. In tal modo, riteneva necessaria una politica di bilancio di “deficit spending”, cioè in passivo, piuttosto che il pareggio di bilancio con livelli di disoccupazione ufficiali più o meno elevati. Infine Keynes era un convinto assertore del protezionismo.

Luigi Einaudi nel corso degli anni trenta, quaranta e cinquanta, pur essendo un uomo molto pragmatico, considerava assurde queste teorie, in quanto se nel breve periodo avrebbero forse portato l’economia ad una piena occupazione dei lavoratori, certamente il protrarsi nel medio e lungo periodo di un deficit strutturale dei bilanci pubblici non può essere foriero di sviluppo economico. Anzi, l’effetto sarebbe proprio la crisi grave dell’economia con una eccessiva inflazione e con livelli di disoccupazione elevatissimi.
L’Italia degli anni ’70 e ’80 ha conosciuto questo tipo di crisi economica con l’inflazione a due cifre e tutt’oggi, in Italia paghiamo gli effetti di uno stratosferico debito pubblico creato durante quei due decenni.

Ronald Reagan ebbe il coraggio di dimostrare l’inefficienza generale delle teorie keynesiane, e se nel breve periodo la sua politica economica portò ad un certo deficit di bilancio dovuto ad una complessa ristrutturazione dell’intero sistema economico americano, con riduzione dell’imposizione fiscale, riduzione dell’intervento pubblico in economia, privatizzazioni, investimenti, ecc., in ossequio alle teorie di due grandi economisti americani: John Laffer e Milton Friedman, nel medio periodo l’economia americana ha conosciuto uno sviluppo senza precedenti con bilancio statale strutturalmente in pareggio e piena occupazione.
Di tale effetto benefico hanno fruito i successori del grande Presidente: George Bush sr. e Bill Clinton, ma anche Bush jr..
In realtà Reagan rinnovò totalmente la politica americana oltre alla sua economia, creando i presupposti e le basi fondamentali per la crescita economica successiva. Reagan aprì l’economia americana al libero scambio mondiale dopo quarant’anni di protezionismo. Il libero scambio porta sempre alla diffusione non solo del benessere economico ma anche delle idee e quindi della libertà.

Ed anche in politica estera fu ampiamente innovatore e concreto con notevoli ed importanti risultati. Reagan fu anche l’uomo che riuscì a fine mandato a portare alla firma fondamentale degli accordi di disarmo e di pace con l’URSS, il nemico storico degli USA, e con Gorbaciov che contemporaneamente si macchiava della repressione nel sangue delle rivolte liberali nella Georgia e nelle altre repubbliche caucasiche appartenenti all’URSS. Come spesso accade gli onori sono tributati dagli analisti politici ex post e non in “corso d’opera”, ma l’essenziale che ci siano.

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