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Roma omaggia Frida Kahlo alle Scuderie del Quirinale. ‘’Yo soy la desintegración’’

7 Apr 2014 | Nessun Commento | 1.340 Visite
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kahlo_2Le gremite sale delle Scuderie, a poco più di due settimane dall’inaugurazione, testimoniano il successo riscosso dall’esposizione di più di 150 tra opere, bozzetti e fotografie dell’artista messicana Frida Kahlo, nel sessantesimo anniversario della sua morte. La mostra organizza sapientemente un percorso artistico e di vita, esponendo alcune tra le opere più famose dell’artista, un corpus molto ricco di fotografie (tra le altre, quelle firmate da Dora Maar, Leo Matiz e da Nickolas Murray, padre della celeberrima fotografia della Khalo che fu copertina di Vogue) e quadri di altri artisti che furono d’ispirazione o furono ispirati dalla Khalo, primo su tutti il marito Diego Rivera.

Influenze assimilate e rielaborate in maniera personalissima dall’artista (come nel caso di ‘Autoritratto con treccia’ ispirato al ‘Sognatore poetico’ di De Chirico) che, a differenza dell’ingombrante marito, era autodidatta e non si formò accademicamente, riuscendo ad imporsi con uno stile distintivo che irruppe nel Novecento intercettandone le novità ma profondamente radicato nel sostrato artistico-culturale d’origine. Un’appartenenza orgoliosamente rivendicata anche da un punto di vista storico, tanto che la Kahlo era solita posticipare l’anno della sua nascita di tre anni, facendolo coincidere con la rivoluzione messicana di cui si sentiva figlia.

L’incontro con l’arte fu fortuito, nato da una disperata voglia di raccontare la propria vicenda interiore mentre era immobilizzata a letto a causa di un terribile incidente che fu causa di infinite sofferenze fisiche per tutta la vita. Costretta a vivere i lancinanti dolori faccia a faccia con se stessa, l’artista fece della propria individualità il perno della sua ricerca artistica, sviluppado una sorprendente capacità di autosservazione, interiore ed esteriore, che la portò a preferire l’autoritratto come tema prediletto delle sue opere. Il lavoro sulla propria individualità è tale che, scorrendo gli autoritratti, si possono facilmente collocare cronologicamente, tanta è la precisione con cui registrava col pennello il passare degli anni e le tribolazioni fisiche che aumentavano, così come gli altri dolori, soprattutto quelli derivanti dal complesso rapporto con Diego Rivera, o dalla maternità mai realizzata; tenerissimo e straziante è un corsetto incluso nell’esposizione, su cui sui due seni l’artista disegnò i simboli del comunismo (altra sua grande passione), mentre un bambino in posizione fetale occupa la pancia.

La continua lotta dualistica, un altro tra i temi più frequentati dall’artista, è riprodotta in una composizione vitale, violenta, apparentemente ordinata che trova gli strumenti per l’elaborazione pittorica – colori, simboli, riferimenti religiosi e politici – nel sostrato culturale, il Messico degli indigeni e della rivoluzione. Il magnificente ‘Mosé’ (1945) riproduce l’episodio con la figura centrale del bimbo al centro del quadro, ancora dentro l’utero materno riprodotto con anatomica precisione, sotto un sole di cui pare avvertire il calore dei raggi e sopra l’acqua, che, in una sequenza temporale che sovrappone più momenti sullo stesso piano di narrazione, accoglie il bimbo in culla poco prima di essere salvato. Tutto intorno,un ‘Giudizio Universale’ comunista, dove i personaggi sono icone del comunismo e della religione, scheletri, una sorta di Adamo ed Eva: l’intento comunicativo a favore del popolo, tipico dell’arte murale di Rivera, è qui complicato da rimandi e simbologie su più piani.

kahlo_1In ‘Autoritratto con collana di spine e colibrì’, le simbologie non sminuiscono l’immediatezza evocativa dell’insieme. L’artista è rappresentata su uno sfondo di natura lussureggiante, due farfalle sulle trecce sistemate a formare il simbolo dell’infinito, una collana di spine a penetrare le carni dell’artista ed in cui rimane impigliato, quasi crocifisso, il più piccolo e vitale degli uccelli che si distingue dagli altri per la sveltezza del battito d’ali, metafora della incessante ricerca artistica della donna-artista. In altri esemplari, la Kahlo non disdegna di utilizzare mezzi espressivi immediati, quasi infantili, per comunicare le emozioni: ecco che compaiono grosse lacrime sul suo volto nei quadri e bozzetti dedicati al traumatico episodio dell’aborto, oppure, in ‘Diego nei miei pensieri’ l’artista opta per la rappresentazione dell’amato sulla sua fronte, con un effetto iconico soprendente. Il linguaggio artistico, però, è sempre duplice, lo sforzo di coniugare gli opposti dell’esistenza dell’uomo si riflettono inun uso binario della simbologia e dell’icona di immediata comprensione. Capolavoro di questa estetica è ‘The love embrace of the Universe’, dove l’illusorietà della conciliazione degli opposti procede per coppie oppositive gerarchicamente organizzate: notte-giorno, luna-sole, luce-buio, terra-cielo, abbracciano l’artista che a sua volta ha in grembo Rivera sotto le sembianze di un bambino, proiezione e massima sublimazione della Madre Universale.

Il valore dell’arte della Khalo, espressione di una travagliata storia di un’anima, fu quasi subito riconosciuto, all’estero come in Messico, dove finalmente ricevette anche l’incarico di insegnare presso la locale accademia, ‘L’esmeralda’, circondata dalla stima e dalla venerazione dei sui alunni, soprannomiati ‘Los Fridos’, che lei scherzosamente ritrasse come adoranti scimmiette.

La mostra raccoglie anche dei video che testimoniano l’incontro con Trotsky, ma soprattutto, mostrano la Casa Azul, la famiglia, Frida e Diego che si cercano continuamente e che si baciano teneramente, rivelando quella affettività e fisicità che già conosciamo attraverso i suoi quadri e che per l’epoca erano inusitati.

Una donna che alla ‘disintegrazione’, parola con la quale designa se stessa nel suo diario di memorie, ha sempre orgogliosamente risposto con l’arte, da vera combattiva: ora col suo corpo, sbeffeggiando i dolori e lo sfiorire con elaborate pettinature impreziosite da coloratissimi fiori, ora decorando i busti di gesso, ora pittandosi le labbra di rosso e facendosi fotografare altera con una sigaretta tra le dita, ma soprattutto, raccontando con la sua pittura, senza censure, gioie e dolori (fisici e morali) di una vita straordinaria.

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