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Riparte alla grande la nuova stagione di “Nel gioco del jazz”: la performance scoppiettante di Trilok Gurtu

25 Ott 2016 | Nessun Commento | 834 Visite
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tr1Il ritmo ha qualcosa di magico; ci fa perfino credere che il sublime ci appartenga.” (Johann Wolfgang Goethe)

Si è aperta col botto la nuova stagione dell’associazione “Nel gioco del jazz”, anzi potremmo dire che è stata salutata da una miriade di fuochi d’artificio; tali infatti potevano apparire ad orecchio non bene allenato i suoni che sgorgavano dalle percussioni del maestro Trilok Gurtu e che si propagavano all’interno del Teatro Palazzo di Bari, incomprensibilmente non preso d’assalto dal pubblico delle grandi occasioni ma, piuttosto, da uno stuolo di finissimi intenditori, addetti ai lavori ed apprezzatissimi musicisti, tra cui abbiamo riconosciuto Michele Perruggini.

Ed abbiamo detto incomprensibilmente, ma forse avremmo dovuto dire astrusamente, se non di peggio, per definire il comportamento di quella parte del pubblico barese che si è lasciato sfuggire una performance di quello che viene considerato, non solo da chi scrive, il maggior percussionista vivente, probabilmente l’unico ad oggi che abbia saputo sintetizzare in modo impeccabile l’innata sonorità indiana (è nato a Bombay nel 1951) con la grande lezione jazz, mandata a memoria grazie alla lunga militanza con nomi del calibro di Don Cherry, suo mentore, Jan Garbarek, Pat Metheny, John McLaughlin, Franco D’Andrea ed altri, non disdegnando passaggi del migliore pop, tra cui ci piace ricordare le collaborazioni italiane con Pino Daniele ed Ivano Fossati, in una carriera talmente caleidoscopica da far apparire fuorviante, se non sterile o addirittura avvilente, parlare di generi musicali in sua presenza; la sua musica, come ricordava anche il maestro Roberto Ottavianodeus ex machina dell’associazione insieme a Donato Romito e Pietro Laera – nella sempre ottima presentazione del concerto, vive una dimensione totale,tr2 riuscendo a toccare e coinvolgere le anime degli ascoltatori a qualunque latitudine o longitudine essi si trovino, passando con fluida agilità dalla delicatezza delle suggestioni oniriche ad un sound impetuoso e vigoroso, realizzando in se stesso la perfetta incarnazione della world music, intesa nel suo senso più alto, sempre tesa, nello slancio compositivo, a trovarsi al momento giusto nel posto giusto, nell’intersecarsi di direzioni, contatti, interazioni musicali, ma anche di culture e persone diverse, nel tentativo di arricchirsi di nuovi ed innovativi concetti. Le creazioni musicali di Gurtu sono fitte di citazioni e di echi presi ovunque, rese dalla sua sensibilità uniche, sempre affascinanti, popolari e tradizionali ma anche colte ed innovative allo stesso tempo, mai scontate, che contemplano tutti i generi e nessuno in particolare, riuscendo a sfuggire a qualsivoglia definizione.

Anche la serata barese ha seguito questi canoni, denotando ancora una volta l’altissima cifra stilistica di Trilok. Determinante è apparso anche l’apporto dei tre musicisti impegnati nell’ensemble; il pianista Tulug Tirpan, il bassista Jonathan Ihlenfeld Cuniado e soprattutto il trombettista Frederik Köster hanno dato il giusto spessore al magnifico progetto Spellbound, studio sulle potenzialità della tromba nel jazz (e forse non è un caso che l’associazione barese abbia pensato di chiudere l’annuale rassegna sulle note virtuose di Avishai Cohen), nato in Trilok dopo aver ritrovato due brevi frammenti di tr3e con Don Cherry registrati dal vivo; sembra esserci però molto più Joe Zawinul, altro collaboratore storico, che Cherry in questa esperienza, che comunque si è dimostrata, come sempre, pregevolissima ed oltremodo coinvolgente, soprattutto nel suo momento più alto ed emozionante, l’attimo in cui il band leader, in assoluta solitudine, ha cominciato a creare suoni con oggetti e strumenti indecifrabili, bagnati dall’acqua od utilizzati in modi non consoni, al solo fine di ottenere suoni, rumori del tutto imprevedibili ed innovativi: una vera delizia per le nostre orecchie.

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