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Rioda: “Chi fa questo genere lo fa per spaccare”. Il rapper barese ci racconta il suo EP “Bimbo Prodigio”

23 Mag 2020 | Nessun Commento | 840 Visite
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La copertina di “Bimbo Prodigio” di Rioda

Continuano gli approfondimenti musicali del nostro collaboratore musicale, Stefano Caroppo sulla scena musicale barese. Questa volta condurrà i nostri lettori alla scoperta del rapper Dario Sagliocca in arte Rioda, membro della crew BBK che ha da poco pubblicato il so EP “Bimbo Prodigio”.

Dario Sagliocca, in arte Rioda, è un rapper emergente barese classe 2001. Membro del BBK, inizia a comporre i primi testi rap e a pubblicare dei brani a quindici anni insieme al suo amico Lilo (anche lui membro del BBK).

Attraverso i testi delle sue canzoni, caratterizzate da uno stile tendente alla trap (basi elettroniche, autotune, alternanza fra parti melodiche e rappate), Rioda riesce ad esprimere concetti che, come lui stesso afferma, diversamente non saprebbe esternare.

Rioda non intende accontentarsi di restare tra gli emergenti: afferma infatti che “ chi fa questo genere lo fa per spaccare, e chi dice il contrario mente a sé stesso e agli amanti dell’hip hop”.

Apprezza il rap in tutte le sue forme e cerca sempre di ascoltare nuova musica per poter apprendere e trarre spunto dai diversi approcci a questo genere. Il suo punto di riferimento nella scena hip-hop italiana è il rapper genovese Izi.

Il nome d’arte “Rioda” ha un significato particolare? Come nasce questo pseudonimo?

“Ero a casa di Lilo (un membro del BBK con cui ho sempre collaborato) ed eravamo all’inizio di questo percorso. Eravamo in chiamata con un nostro amico, un artista siciliano che si chiama Didime e stavamo parlando del mio potenziale nome d’arte; a un certo punto Didime sparò ‘Che ne pensi di “Rioda”?’: questo nome mi piacque immediatamente. Da allora Rioda è il mio nome d’arte e quasi il mio secondo nome: non è solo quello con il quale firmo i miei testi e le mie canzoni, ma quello con cui mi chiamano i miei amici e perfino la mia ragazza.”

Da quanto tempo ti dedichi al rap?

“Sono nell’ambiente rap dal 2016, quando frequentavo il secondo anno della scuola superiore, ma  ascolto questo genere da tantissimi anni.”Perché hai iniziato a scrivere?

“Ho iniziato a scrivere perché ascoltavo e ascolto questo genere ogni secondo e lo sentivo talmente mio che volevo farne parte da un punto di vista attivo. La musica col tempo è diventata un mezzo di sfogo e di trasmissione dei miei ideali: scrivendo testi rap riesco a dire cose che non riuscirei a dire in altra maniera.”

Hai esperienze con i live?

“Nei limiti, ovviamente, dell’esperienza che può avere un emergente: ho iniziato a esibirmi dal vivo molto presto (poco dopo aver pubblicato i primi video) e ho suonato in molti posti, sempre con Lilo e Luca Camporeale al mio fianco. Abbiamo suonato al Nordwind, al Mamas, al Floating Festival. Avremmo dovuto suonare anche allo stadio della Vittoria per l’apertura del concerto di Gué  Pequeno, ma il live saltò a causa di una grandinata per colpa della quale Gué non poté atterrare a Bari. Penso che il live sia sicuramente una delle esperienze più belle per un artista.”

Rioda durante un’esibizione live

Dove sogni di esibirti?

“Ho deciso di non pormi mai limiti con la musica. Penso che non esista un livello oltre il quale non c’è più nulla: qualsiasi artista a mio parere può sempre migliorare. Sicuramente, una delle più grandi soddisfazioni che potrei avere sarebbe quella di intraprendere un tour in tutta Italia; non mi interessa la capienza del locale, mi interessa portare la mia musica in giro per il Paese. Se devo dirti una situazione, penso che la massima ambizione di ogni artista sia esibirsi in uno stadio: in quel momento puoi davvero renderti conto che la tua musica ha raggiunto un livello tale da riuscire a riempire decine di migliaia di posti.”

Hai mai partecipato a un contest di freestyle?

“No. Ritengo che il freestyle non mi appartenga affatto. Non sono un freestyler: ho bisogno di pensare il pezzo e di scriverlo. Sono più un rapper da studio e da live che da battle freestyle.”

Quanto influisce la musica degli altri membri del Blue Blood Klan sulla tua?

“Partiamo dal presupposto che ciò che mi fa amare il mio gruppo è proprio il fatto che ognuno di noi faccia la propria musica: la mia musica è diversa da quella di Lilo, come da quella di Mor Arsh, come da quella di Dope. Siamo tutti molto diversi ma complementari fra noi.

Non mi faccio particolarmente influenzare dallo stile degli altri: se qualcuno dei membri del BBK fa un pezzo che spacca, non penso di volerne fare uno uguale. Quella sarebbe davvero la morte dell’arte. Penso invece ‘Quel pezzo spacca’ e da lì nasce una competizione sana, che mi porta a cercare di arrivare al livello di quel pezzo e di superarlo, ovviamente con un brano nel mio genere che, ripeto, è diverso da quello degli altri. Da questo punto di vista sì, un’influenza c’è: la competizione generata da ciò porta tutti quanti a voler salire tutti insieme, migliorandosi sempre.”

Cosa ne pensi della scena emergente barese?

“Penso che la scena di Bari non abbia nulla da invidiare a qualunque altra scena nella quale gli emergenti hanno la fortuna di esplodere prima (come succede a Roma o a Milano). A Bari siamo pieni di ragazzi originali, forti e talentuosi, che avrebbero sicuramente la possibilità di dire la loro sul suolo nazionale. Penso che il nostro problema principale sia il fatto che ci siano alcune persone che millantano coesione nella scena, quando magari sono i primi che cercano di raderla al suolo e di distruggere la concorrenza per il gusto di buttare giù gli altri. Purtroppo ci sono persone che pensano che  solo col fallimento altrui si riesca ad avere successo. Ciò vuol dire che vali poco, perché devi dimostrare il tuo valore giocandotela con te stesso. C’è troppo odio tra alcuni artisti: si tende a non cercare di aiutarsi ma a buttare giù il prossimo.”

Chi sono i tuoi punti di riferimento nella scena rap italiana?

“Da questo punto di vista mi ritengo una spugna: cerco di ascoltare più roba possibile e di farmi influenzare positivamente da tutto ciò che ascolto, in modo tale da prendere il meglio da ogni tipologia di approccio a questo genere. Una scena che apprezzo moltissimo è quella di Genova, che secondo me può insegnare molto, soprattutto agli emergenti come me. È una scena che è esplosa insieme e che ha fatto della coesione la colonna portante della propria ascesa.

Il primo nome che mi viene in mente è Izi che, dal punto di vista melodico, di contenuti e di tecnica, è una spanna sopra il resto. Anche la scena americana, che è un mondo gigante dal punto di vista musicale, mi affascina molto.”

C’è stata un’evoluzione nel tuo modo di scrivere e di rappare?

“Credo che un artista che non si evolve sia un artista morto. L’evoluzione fa parte di tutti coloro che sentono la musica nel sangue: penso di essermi evoluto moltissimo rispetto all’inizio, ma anche rispetto al mio ultimo lavoro, “Bimbo Prodigio”. L’evoluzione è una costante ed è figlia del fatto che io sia una spugna e che tutto quello che sento e vivo influenzi la mia musica.”

Parliamo del tuo EP “Bimbo Prodigio”. Quando e come è nata  l’ispirazione per scriverlo?

“Io scrivo ogni giorno, in qualsiasi situazione. Appena trovo un beat che mi piace, ci scrivo sopra, anche se magari ciò che scrivo non sarà mai pubblicato. Da questo nasce l’idea di voler fare un EP, che secondo me è ciò che è giusto per un emergente: parlare di album a 17/18 anni è troppo. L’EP, se scrivi molto, è un bel modo per raccogliere i pezzi e non limitarti all’uscita mensile del singolo. Tutto quello che c’è all’interno di “Bimbo Prodigio” è figlio di una situazione che ha sicuramente cambiato la mia vita: un evento che mi è successo l’anno scorso a febbraio. L’influenza di questo evento rimbomba  in tutto il progetto.”

Molti brani dell’EP, come “Lo sguardo di Tokyo” o “Nemmeno te”, sono rivolti a qualcuno. A chi sono rivolti?

“Premetto che mi sono reso conto che nei miei momenti peggiori, nei quali l’unica cosa che può tirarmi su è la musica, tiro fuori i miei pezzi migliori. I brani di cui vado più fiero  sono infatti quelli più cupi.

L’avvenimento di cui parlavo prima, quello che mi ha cambiato profondamente, riguarda una ragazza che in qualche modo è presente anche per un solo momento in ogni traccia. “Bimbo Prodigio” è in qualche modo l’ultimo saluto che ho dato a questa persona”.

Il brano “Educazione Siberiana” è un riferimento all’omonimo film di Gabriele Salvatores?

“Assolutamente sì. Il libro di Nicolai Lilin e il film di Salvatores sono il mio libro e il mio film preferiti. I valori fondamentali di ‘Educazione siberiana’ sono la lealtà, l’onore, il non tirarsi mai indietro e il riuscire a creare un prodigio dal niente: questi valori sono le colonne portanti della mia esistenza”.

Cosa significa la sigla I.D.D.L., titolo di un brano dell’EP?

“ ‘I demoni di lei’. Nasce da una mia peculiarità: riesco a guardare oltre quello che una persona vuole comunicare. Credo che ognuno di noi abbia dei demoni dentro, spesso e volentieri molto brutti. Questo titolo nasce, quindi, dal fatto che io riesca spesso a notare questi demoni negli altri.”

Hai nuovi progetti in cantiere?

“Ho alcuni feat in programma che usciranno molto presto. Per quanto riguarda i miei progetti, ti basti pensare che “Bimbo Prodigio” sia un volume “1” . Ad un volume “1” segue sempre un volume “2””.

Secondo te che ruolo avrà la musica nel tuo futuro?

“Ti dico con tutta sincerità che c’è stato un periodo in cui, dato che tra un mese mi diplomerò e, Covid permettendo, me ne andrò da Bari, ho pensato per un po’ che il mio percorso musicale stesse per terminare. Ho riflettuto molto e, grazie a una persona molto importante per me, ho capito che sarebbe stato come  prendermi in giro. Porterò sempre la musica con me.

Sarei un ipocrita se ti dicessi che mi basta quello che ho adesso: porterò sempre con me la musica per salire di più. La musica per me sarà sempre un gradino più in alto rispetto a tutto.

Chi fa questo genere lo fa per spaccare, e chi dice il contrario mente a sé stesso e chiunque viva questo genere.”

Grazie Rioda. A presto!

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