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Riccardo Rossi superstar al Teatro Palazzo di Bari con il suo “That’s life, questa è la vita!”

15 Mar 2017 | Nessun Commento | 787 Visite
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ROSSIQui è tutto sbagliato. La vita dovrebbe essere vissuta al contrario.Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è bello che superato. Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono. Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa. Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi fluttuando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo!(Woody Allen).

È vero: forse sarebbe stato più consono esprimere lo stesso concetto rifacendoci a “Il curioso caso di Benjamin Button”, la novella di Francis Scott Fitzgerald trasposta sul grande schermo da David Fincher nella pellicola di successo che aveva in Brad Pitt un convincente protagonista, quantomeno per uniformarci alla chiusa dello spettacolo di Riccardo RossiThat’s Life, questa è la vita!”, che ha fatto tappa al Teatro Palazzo di Bari nell’ambito del suo annuale cartellone per una applauditissima replica, ma abbiamo preferito citare il Maestro Allen perché crediamo sia più in linea con la comicità dell’ottimo attore comico romano, la sua elegante ed arguta ironia fatta di battute fulminanti ma anche di una personalissima vis comica, quella innata capacità di coinvolgere, sensibilizzare e trascinare il pubblico nei suoi excursus sulla più varia umanità, di cui sa perfettamente analizzare sogni e realtà, vittorie e sconfitte, utopie e distopie.

ROSSI2E c’è un altro mito del passato – ma sarebbe più giusto dire del presente e del futuro – a cui non possiamo fare a meno di pensare quando abbiamo la fortuna di incrociare Rossi, vale a dire Louis de Funès, uno degli attori comici che abbiamo più amato, che condivide con il nostro la capacità di apparire calmo e sereno, finanche riflessivo, e poi, appena un attimo dopo, incazzarsi sino alle urla, con le vene che si gonfiano sino a scoppiare. Ecco: un po’ Allen ed un po’ de Funès, certo, ma Riccardo Rossi è Riccardo Rossi, un artista che il pubblico ha imparato ad apprezzare ed amare non solo grazie alle tante partecipazioni televisive (“Buona domenica”, “Carràmba che fortuna”, “Nessundorma”, “Assolo”, “Edicola Fiore”, “Cuochi&Fiamme”) e cinematografiche (“College”, “Mamma Ebe”, “Volevamo essere gli U2”, “L’ultimo capodanno”, “Il padrone parla francese”, “Il grande botto”, “Notte prima degli esami Oggi”, “Nessuno mi può giudicare” e “La prima volta di mia figlia” di cui è anche sceneggiatore e regista) agli spot pubblicitari o alle fiction, ma soprattutto – per fortuna – per gli spettacoli teatrali che crea ed interpreta in modo magistrale, da “Pagine Rossi” a “La più bella serata della vostra vita” (che hanno dato vita al libro “Pagine Rossi. Manuale di sopravvivenza urbana”) da “Per fortuna che c’è Riccardo” a Se stasera sono qui”, e poi “Stasera a casa Rossi” e Di nuovo a casa Rossi”, “Riccardo Rossi show” e “L’amore è un gambero”, spettacolo del 2014 che ha inaugurato la collaborazione con Alberto Di Risio che prosegue anche con questo gustosissimo “That’s Life”, un one man show praticamente perfetto, con tanto di accattivanti luci, brani musicali, che – millanta Rossi – sarebbero eseguiti dal vivo da una mastodontica orchestra diretta da Beppe Vessicchio, contributi video e, soprattutto, fotografici, con tanto di titoli di testa quasi ci si trovasse al cospetto di un vero film (come nel titolo di un famoso album dei Nomadi). In realtà, proprio grazie alla prima foto che ci viene mostrata, in cui, quasi fosse un monito di dickensiana memoria, Riccardo si è fatto ritrarre sulla sua lapide con la dicitura “è fatta!”, ci è tornata in mente la frase di Allen, perchè quello che lo spettacolo affronta è proprio un viaggio a ritroso nella vita di un uomo, memore della lezione kierkegaardiana che affermava che “la vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti”, un’analitica retrospezione, un déjà vu, un divertentissimo flashback che presto diviene una vera lectio magistralis impartita con una grazia ed un gusto davvero inusuali, inconsueti soprattutto se rapportati a quanti oggi si improvvisano comici credendo di poter affrontare senza difficoltà il palcoscenico.

ROSSI1L’immedesimazione è scontata, perchè anche noi siamo stati dei Riccardino costretti a portare pantaloni corti e scarpe fuori moda (le famose maledette “occhio di bue”), a recarci alle prime feste in maschera con inverosimili costumi assemblati dalle nostre mamme, a sopportare il compagno di classe bello e ricco; siamo stati anche noi viaggiatori senza casco sulla parte posteriore di un motorino “Ciao” a mangiar moscerini; siamo stati anche noi novelli padri in sala parto; abbiamo anche noi – ma si, confessiamolo – organizzato la nostra mitica festa dei 50 anni; siamo stati – e siamo ancora – anche noi in continua apprensione non solo per i nostri figli, che non ci chiamano mai anche se hanno cellulari ultramoderni, abbandonandoci alle interminabili passeggiate con il cane che loro hanno adottato, ma anche per i nostri anziani genitori, che non ricordano più nulla ma ci battono sempre quando giochiamo a scopa: invero, quello dedicato ai “vecchi” è uno dei momenti più alti dello spettacolo, con un attimo finanche di commozione quando – senza nominarlo – Riccardo palesa l’orribile spettro dell’alzheimer. “E so una cosa: ogni volta che mi ritrovo schiacciato sulla mia faccia, mi tiro su e torno in gara” canta Sinatra nel brano che dà il titolo alla pièce, e così fa anche Rossi, ben attento a riposizionare immediatamente l’asticella sul riso con la mirabilmente realistica fotografia della giornata di un anziano, dal caffè preparato alle prime luci dell’alba sino alla replica defilippiana notturna, scorrendone le varie “attività” (anche se dimentica la visita al supermercato che – lo assicuriamo – è uno dei passaggi obbligati del popolo dei pensionati), certamente uno dei capitoli più esilaranti della narrazione assieme a quello dedicato alle etichette dei pacchi di pasta ed alla certificata impossibilità di trovarvi immediatamente i minuti di cottura. Insomma, si ride, tanto, talvolta così tanto da perdere il fiato, sino a giungere alla fatidica inevitabile domanda celata nel titolo; ebbene, la ricetta di Rossi è chiara e si trova nel saper godere delle piccole cose, delle gioie quotidiane tra cui – ça va sans dire – il nostro annovera i novanta minuti della sua performance in cui, tra il serio e il faceto, tra palco e realtà, ci siamo tenuti compagnia. E se, come amava dire Pablo Picasso, “il senso della vita è quello di trovare il vostro dono, ma lo scopo della vita è quello di regalarlo”, allora non vi è dubbio che Riccardo Rossi abbia capito tutto di questa vita, ma proprio tutto.

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