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Reinventare Eutopia, ovvero studiare una nuova città ideale, parola di Airan Berg, direttore artistico di Lecce 2019

29 Gen 2014 | Nessun Commento | 1.544 Visite
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Reinventare Eutopia
, lavorare assieme per inventare una nuova città ideale, contribuendo,  ognuno con le proprie possibilità, le proprie idee e le proprie passioni alla creazione di un futuro condiviso. Questa la sfida lanciata da Airan Berg, direttore artistico di Lecce 2019, a capo dello staff che ha già traghettato la città salentina fra le cinque finaliste italiane per il riconoscimento del titolo di Capitale Europea della Cultura. Nato a Tel Aviv ma formatosi a Vienna, Airan Berg ha portato il personalissimo segno della sua politica culturale in numerose istituzioni e città. Partito da New York, dove ha iniziato a Broadwey, ha diretto importanti realtà teatrali tra cui il Burgtheater di Vienna, lo Schillertheater a Berlino. È stato il co-fondatore di OhneGrenzen Theater e Die MachtdesStaunens, festival internazionale di teatro di figura e nel 2009 direttore artistico della sezione performingarts per Linz 2009, Capitale Europea della Cultura. Un percorso significativo, segnato da un forte impegno per avvicinare il pubblico alla cultura.

Come è avvenuto l’incontro con la città di Lecce e cosa l’ha motivata ad accettare questa sfida?

Sono stato per la prima volta a Lecce nel 2011, in occasione di Art lab, la manifestazione organizzata dalla Fondazione Fitzcarraldo.  Come  direttore di Linz2009 avevo coordinato due grandi progetti sulla partecipazione, approfondendo molto il tema dell’inclusione e del dialogo con il pubblico, per questo la Fondazione mi ha invitato a presentare il mio lavoro. In quella occasione ho incontrato per la prima volta il sindaco di Lecce, Paolo Perrone, ed il suo staff e abbiamo iniziato a parlare della possibilità di candidare Lecce come Capitale Europea della Cultura per il 2019. Successivamente sono stato nuovamente contattato a fine 2012: l’amministrazione stava seriamente valutando questa possibilità e mi ha invitato a Lecce per discuterne meglio. Sono tornato perché volevo comprendere  quali motivazioni spingessero a intraprendere questa strada. Parlando con il sindacoho subito capito che lo faceva per le giuste ragioni: la candidatura era vista come una reale occasione di cambiamento e non solo come un modo per ottenere un titolo. Ho chiesto di incontrare la società civile, le associazioni, le organizzazioni e sono stato davvero colpito dalla passione, dalla fame di cambiamento e dal fatto che tutti lavorassero senza soldi. Ho sentito che la gente era pronta a sostenere questa sfida. Così ho capito da un lato di avere dei buoni partner a livello politico, cosa molto importante, dall’altro di avere ottimi alleati nella società civile, forti e impegnati . Ho anche avvertito un gap  molto ampio fra l’amministrazione e la gente . La candidatura come Capitale Europea della Cultura poteva essere la giusta chance per creare un ponte.

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Il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini è un tema molto importante per il sostegno alla candidatura. Come state lavorando per questo e che risposta c’è da parte della città?

Abbiamo messo a punto una serie di strumenti finalizzati a incentivare la partecipazione. Uno di questi è costituito dalle CuriosityZone. Esistono diversi format per il funzionamento delle Curiosity Zone. Una formula che amo molto è quella che prende vita negli spazi pubblici: arriviamo in uno spazio pubblico e annunciamo a tutti l’apertura di una zona in cui noi siamo curiosi di quello che la gente pensa e la gente può esprimere la propria curiosità verso di noi. È un modo per discutere sul futuro della città, un luogo doveI cittadini possonocomprendere cosa effettivamente significhi per la città candidarsi come Capitale Europea della Cultura.  Stiamo portando leCuriosity Zone anche nelle scuole, parliamo con i ragazzi perché loro nel 2019 saranno i giovani protagonisti delle iniziative proposte. Il tema di Lecce 2019 è Reiventare Utopia, abbiamo individuato otto categorie di Utopia, otto temi su cui lavorare, argomenti su cui immaginare assieme scenari per il cambiamento. Altro strumento sono i Laboratori Urbani Creativi, qui utilizziamo una metodologia più specifica. Sono spazi aperti in cui, assieme ai cittadini, lavoriamo per individuare quello che funziona e quello che non funziona nella città, cosa cambiare, su cosa puntare. La gente sceglie gli argomenti da approfondire e si organizzano veri e propri gruppi di lavoro. Chi partecipa percepisce che questo metodo di lavoro è “genuino”, che le nostre intenzioni sono oneste, che siamo davvero interessati a quello che dicono.

La collaborazione è aperta anche alle altre istituzioni culturali del territorio?

Chiaramente, sono invitate tutte le realtà del territorio. Abbiamo una comunicazione costante con le associazioni, i teatri, le realtà che lavorano in ambito culturale e sociale. A volte lavoriamo in maniera specifica, con soggetti scelti per affrontare determinati argomenti, altre volte lavoriamo in gruppi informali aperti a tutti.

Cosa significa per una città diventare Capitale Europea della cultura? Quali opportunità offrequesto titolo?

Innanzitutto è un’opportunità per sognare e per trovare strade utili alla realizzazione di questi sogni. È un’occasione per creare nuove energie nella città, per lavorare assieme al raggiungimento di un obiettivo. L’ottenimento di questo titolo può trasformare l’immagine di un territorio, è un forte motore per il cambiamento  e per  accendere l’interesse verso la città. E’ importante comunque che il processo di sviluppo innescato dal progetto rimanga, anche se il titolo non  è ottenuto.  Altro risultato molto importante è dato dal riconoscimento che il titolo dà a chi ha lavorato per il progetto, valorizza molto l’impegno e il lavoro di chi ha contribuito al progetto.

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Brindisi e Lecce, quali sono le qualità di queste due città su cui state puntando?

Prima di tutto contiamo sulla passione e sull’impegno dei cittadini. Noi siamo solo mediatori di un progetto portato avanti dalla società civile. Questo è un punto molto forte. Altro punto di forza è dato dalla profonda conoscenza del territorio e della sua cultura: la gente è molto legata alla famiglia e al territorio e penso che ci sia molto da imparare su questo. Il legame con la tradizione, l’energia della famiglia sono aspetti che caratterizzano molto questi territori ed è molto lontano da quello che accade in altri contesti. D’altro canto all’amore per la propria cultura si unisce una grande voglia di cambiamento: è un contesto che ha urgenza di rinnovamento in campo economico, culturale, sociale.

Cosa significa Reinventare Utopia?

Il termine reinventare è venuto fuori dall’incontro con la gente: fin da subito è emersa da parte di tutti l’esigenza di inventare un nuovo modo  per poter vivere al Sud. L’idea è quella di reinventare se stessi e il proprio modo di pensare. Eutopia è un’occasione per poter immaginare un cambiamento di ampie dimensioni. Mi piace  pensare  a Eutopia, la città ideale che non si raggiunge mai. Puntare all’ideale è una spinta a continuare a lavorare sempre. Alla fine di questi tre anni non avremo raggiunto Eutopia, bisognerà lavorarci ancora. Lo sviluppo di una città non si ferma mai, dopo questo progetto ci sarà ancora altro da raggiungere. È un moto perpetuo.

Dopo questa, quale nuova sfida l’aspetta?

Per i prossimi tre anni il mio obiettivo è questo. Poi si vedrà. Sicuramente una nuova sfida sarà riuscire a passare più tempo con la mia famiglia.

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