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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Rapporto di Amnesty: Italia razzista? – Parte 1

27 Mag 2008 | Nessun Commento | 3.731 Visite
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Amnesty Internetional

Sappiamo che tale notizia coglierà indifferenti molte persone, o meglio preoccupati più per altre urgenti e materiali questioni, tuttavia sentiamo il dovere di alzare ancora una volta il capo, distanziarci dalla nostra società così in bilico e tentare di avere una visione critica e oggettiva dei fatti del nostro paese. Incontrando in questo modo una prospettiva esterna all’Italia, diciamo pure internazionale, dobbiamo rendere conto del fatto che Amnesty International ha espresso il suo giudizio sul pacchetto sicurezza e non solo, dichiarando lapidariamente: l’Italia è un paese razzista!
Dopo averci bollati nel 2006 come uno tra gli ultimi paesi europei per quanto riguarda la libertà di espressione, ora quest’altro colpo desta severe preoccupazioni. Certo, qualcuno probabilmente penserà ad un esagerato allarmismo, forse ad una denuncia pilotata da un pregiudizio anti-italiano e di certo i nostri cittadini più intransigenti obietteranno ai membri di Amnesty di non vivere nelle nostre periferie piene di degrado ed immigrati. Ricordando che le periferie, sempre più spesso ghetti, sono il risultato della nostra incapacità di integrazione degli altri, della discriminazione e di una campagna mediatica volta ad individuare nello straniero una minaccia alla nostra civiltà (senza dimenticare le infocate parole dei nostri leader che spesso inneggiano allo scontro di civiltà o al conflitto religioso), proviamo tuttavia ad analizzare la questione con severa obiettività, spostandoci appunto all’esterno, ovvero come se non fossimo itaiani. A noi sembra questo il modo migliore per vedere le cose, quello cioè che consiste di abbandonare i pregiudizi della società di origine, estraniarci ed osservare la complessità dei fenomeni senza abbandonarci a semplici conclusioni.  Proviamo dunque a rispondere alla domanda, siamo razzisti?
Cerchiamo dunque di rispondere tentando prima di capire se l’introduzione del reato d’immigrazione clandestina sia effettivamente una misura necessaria e richiesta da una speciale situazione d’emergenza (come denunciano gli esponenti del governo).  Partiamo dalle dichiarazioni di Amnesty, la quale a proposito del disegno di legge sull’immigrazione afferma. “E’ una norma pericolosa soprattutto per il richiedente asilo che, per il solo fatto di aver messo piede in Italia, rischia di essere accusato di un crimine, di essere detenuto per 18 mesi in un Cpt o di essere espulso verso un Paese dal quale fuggiva perché discriminato o minacciato”, ha spiegato Daniela Carboni, direttrice dell’Ufficio campagne e ricerca della Sezione italiana di Amnesty International, in occasione della presentazione del Rapporto 2008 (scarica il rapporto cliccando qui) sulla situazione dei diritti umani nel mondo.
L’introduzione del reato di immigrazione clandestina, unica nel contesto comunitario europeo, è espressamente dichiarata nel disegno di legge che accompagna il decreto sicurezza e contraddice uno dei fondamentali diritti riconosciuti all’uomo, il diritto d’asilo. Ma, come promesso atteniamoci ad un analisi obiettiva dei dati.

Clandestini

E’ noto che, tra la popolazione carceraria c’è un’evidente sovrarappresentazione degli stranieri: il 33% del totale (dati Caritas).  Dove la popolazione immigrata regolare e irregolare può ammontare circa al 7% della popolazione totale italiana. La grande maggioranza dei reati per cui si è denunciati o arrestati è commessa da stranieri irregolari. Se leggessimo questi dati in maniera superficiale potremmo concludere che i clandestini sono naturalmente criminali, almeno potenzialmente, difatti riempiono le carceri. Tuttaivia cerchiamo di andare oltre questo pregiudizo dando ai dati una lettura appena più profonda. Anzitutto incrociamo due dati. Il primo è che, come rileva anche l’ultimo Rapporto sulla Sicurezza del passato Governo, la maggior parte degli irregolari in Italia è costituita da stranieri entrati regolarmente e rimasti sul territorio oltre la scadenza prevista dal visto o dal permesso di soggiorno (“overstayers”), che nel 2006 sono stati il 64% del totale, contro il 23% di coloro che sono entrati illegalmente attraverso i confini terrestri e il 13% via mare (non arrivano dunque tutti sui barconi a Lampedusa!). L’altro dato da considerare è che ben più della metà degli stranieri oggi regolari, in possesso di un permesso di soggiorno, sono passati per la condizione dell’irregolarità. Insomma: moltissimi regolari sono stati clandestini, e moltissimi clandestini sono stati regolari. Questo ci impedisce di fare divisioni, per così dire, antropologiche, trattandosi dei medesimi soggetti. Quello che cambia dunque è soltanto lo status giuridico, che diviene fattore esso stesso di irregolarità o regolarità, per cui potremmo ipotizzare che, in quanto variabile, tale status potrebbe essere atresì fattore determinante tra una condotta legale o meno dell’immigrato. A conferma di queta ipotesi si rileva che in occasione delle sanatorie -quando agli irregolari è consentita l’emersione e l’acquisizione dello status di regolarità- il numero di reati commessi dagli immigrati ha un brusco calo: nel 1990 (sanatoria legge Martelli), nel 1995 (sanatoria decreto Dini), nel 1998 (sanatoria legge Turco-Napolitano), nel 2002 (sanatoria legge Bossi-Fini) la percentuale di stranieri denunciati  è diminuita nettamente, come risulta da uno studio di Marzio Barbagli. Ogni volta, insomma, che si dà la possibilità agli stranieri di ottenere il permesso di soggiorno, il benificiario si contraddistingue per una condotta migliore; in soldoni: finché uno è un clandestino, e in quanto tale privo di diritti e criminalizzato, è evidente che può venire indotto facilmente a delinquere per ovviare alla sua situazione di indigenza. Ma quando il clandestino acquisisce diritti, e non è più per definizione illegale e criminale, tenderà (e tende, in effetti, lo abbiamo visto) a evitare di commettere reati.

Carcere

C’è anche da aggiungere che li stranieri finiscono in carcere per reati meno gravi di quelli attribuiti agli italiani: si tratta soprattutto di reati per spaccio che spesso colpiscono anche semplici consumatori (38,4 % del totale dei reati degli stranieri, contro il 16,5 % degli italiani) e furti. Reati meno gravi, dunque, e lo sta a dimostrare il fatto che la media della pena a cui gli stranieri vengono condannati è molto più bassa di quegli italiani.
I motivi della sovrarappresentazione dei migranti tra la popolazione carceraria dipendono poi in maniera determinante da quello che in un rapporto della Caritas Ambrosiana su un’indagine svolta nel 2006 nelle tre carceri milanesi è stato definito “doppio binario” quanto al trattamento dei detenuti stranieri e di quelli italiani. Un doppio binario che agisce non appena si entri in carcere: il 60% degli stranieri, infatti, sono detenuti in custodia cautelare, in attesa di processo, contro il 40% degli italiani. Ma una discriminazione di fatto agisce anche e soprattutto dopo la condanna: sebbene infatti circa un terzo dei detenuti stranieri scontino condanne inferiori ai tre anni, non godono quasi mai, a differenza degli italiani, di pene alternative, quali affidamento ai servizi sociali o arresti domiciliari (poiché di solito, per ovvie ragioni, il clandestino non ha un domicilio stabile né una famiglia che li ospiti). Aggiunge la Caritas Ambrosiana: “quasi uno straniero su quattro (24,8%), inoltre, è detenuto per scontare una pena inferiore a un anno di detenzione, mentre gli italiani detenuti per una condanna così breve sono solo i 6,9%. E ancora, secondo le ricerche di Antigone e le statistiche dell’Istat (2007), il 62% degli italiani è in carcere per condanne definitive e solo 35% in attesa di giudizio; al contrario il 41 % degli stranieri sconta condanne definitive e il 59% è in attesa di processo. La percentuale di stranieri in carcere è molto più elevata di quella degli stranieri che subiscono una condanna penale e ancor più di quella degli stranieri denunciati, il che significa che a ogni passaggio del percorso penale – denuncia, condanna, carcerazione – gli italiani hanno maggiori opportunità di “uscire” rispetto agli stranieri. (Carmillaonline.com)
Ciò detto, poniamo le seguenti questioni: ci troviamo di fronte ad una vera e propria emergenza clandestinità? L’introduzione del reato di immigrazione clandestina è la reale soluzione a problemi che, ad uno sguardo obiettivo, appaiono più il frutto di un sistema d’integrazione carente e di una sempre presente discriminazione, o è solo un intervento peggiorativo in quanto si priva gli irregolari della possibilità di accedere alla condizione di regolarità e perciò li si predispone maggiormente al crimine?
E -ultima domanda prima di concludere questa prima parte- perché se inefficace, non necessaria e violante i diritti umani, tale legge viene imposta, quali sono le sue motivazioni reali? Le ultime elezioni ci dimostrano che cavalcare l’onda di questi temi rende. La storia stessa -quindi non le speculazioni di presunti analisti- ci ricorda che una popolazione spaventata dalla crisi economica e politica (come quelle che attraversano i nostri tempi), sia facile preda di isterie xenofobe, le quali, adeguatamente sfruttate e incitate possono portare all’insataurarsi di facili quanto dannose ideologie votate alla repressione e all’intolleranza.

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