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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Quanto ne sapete della Somalia?

21 Mag 2008 | Un Commento | 3.273 Visite
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Somalia

Stamattina, intorno alle 4:30 italiane (5:30 somale), ad Awdhegle (65 km. a sud di Mogadiscio) sono stati rapiti due operatori italiani del CINS (Cooperazione internazionale nord sud) Iolanda Occhipinti e Giuliano Paganini, e con loro un cooperatore somalo referente locale del progetto finanziato dalla FAO.
 I giornali italiani parlano di una situazione molto critica a causa del conflitto in atto tra il governo transitorio sostenuto dalla fazione etiope e i ribelli musulmani, anche detti integralisti (gli ‘Shabaab’ ovvero una formazione jihadista- Repubblica.it) , anche detti i talebani somali (Corriere.it). In pratica ci risiamo, la lettura dell’occidente è quella classica tribalista, per cui in nome di una visione culturale diversa dalla visione occidentale, un gruppo  si rende protagonista di atti terroristici al fine di instaurare un governo oscurantista e di matrice islamica, naturalmente anti-democartico.
 Ma anche in questo caso le cose non stanno esattamente così, e la stessa divisione tra la parte istituzionale (filo-occidentale, benché sia pleonastico dirlo) e la parte presunta etnica islamica, è del tutto opera ed invenzione degli interessi occidentali per la zona, tanto per confermare l’ipotesi che ove ci siano risorse preziose ed allettanti, si ingenerano meccanismi identitari a sfondo etnico finalizzati al conflitto per l’accaparramento delle risorse. Ma di quali risorse stiamo parlando?
Cominciamo col dire che la stessa posizione della Somalia è una risorsa: luogo di controllo dei traffici tra il Mar Rosso, l’oceanoIndiano e il golfo Arabo-Persico, porta privilegiata per il corno d’Africa, la zona più ricca di risorse minerali e bio-diversità del continente.
 Non stiamo dunque parlando di uno scontro tra i soliti buoni (guardacaso cristiani: gli etiopi) e la solita fazione tribale guarda caso integralista e islamica. Questo è bene ribadirlo.
 E poi, a proposito di risorse, parliamo di quella costituita dalle possibilità offerte in passato dalla Somalia per lo smaltimento di ingombranti rifiuti. Ma andiamo con ordine.
 
 Tutto ha inizio negli anni ottanta, quando la generosa Italia, guidata dal decisionista Craxi, invia, a nome della cooperazione italiana per lo sviluppo, ingenti fondi in Somalia. Tuttavia, tali fondi non vengono destinati alla Somalia in quanto nazione, ma a quella parte di Somalia legata al famigerato presidente Siad Barre (prima di allora filosovietico, poi d’improvviso diventato filoamericano) e distribuita secondo rapporti clientelari che escludono una buona fetta di somali. Fino ad allora, l’eterogeneità somala non è stata mai un problema, né si era registratala presenza di rivendicazioni etniche o tribali. Si tratta di somme molto consistenti, e gli italiani non le versano per niente. Dietro la realizzazione di opere pubbliche assolutamente inutili, promosse dalla cooperazione italiana, si nascondono, molto probabilmente loschi traffici, si parla di armi e di rifiuti tossici nucleari, si tratta della merda d’Europa depositata sotto il suolo somalo. Anni dopo, una coraggiosa giornalista italiana, Ilaria Alpi, indagherà sulla morti sospette di esseri umani e bestiame, avvenute nella zona desertica nei pressi dell’inutilizzata autostrada costruita dalla cooperazione italiana. Le conclusioni della giornalista sulla vicenda, riportate su un blocco notes misteriosamente scomparso, portano Ilaria e il suo cameramen Miran Hrovatin ad un triste epilogo, uccisi freddamente da un commando di banditi.Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

E’ bene a questo punto fare una piccola digressione. La commissione d’inchiesta della maggioranza su questo caso, presieduta da CarloTaormina, delibera che non vi siano prove per avallare le tesi di unomicidio su commissione e che, per giunta, l’ipotesi dell’invio di armi e fondi al presidente Barre in cambio dell’interramento di scorie nucleari in terra somala, sia solo un tentativo di complotto ordito dalla sinistra contro Craxi e Berlusconi. Il rapporo della commissioneTaormina è smentito, sulla base di prove oggettive, dal rapporto di minoranza dell’opposizione (integralemente consultabile al link). La tesi Taormina è a tal punto infondata da costringere il gip Emanuele Cersosimo a rigettare la conseguente richiesta di archiviazione fatta dalla Procura di Roma in merito al duplice delitto avvenuto il 20 marzo del ’94 a Mogadiscio, in Somalia.  Il gip dichiara il 3 dicembre 2007 “Da un’analisi complessiva degli elementi indiziari fino ad oggi raccolti dagli inquirenti la ricostruzione della vicenda, più probabile e ragionevole, appare essere quella dell’omicidio su commissione attuato per impedire che le notizie raccolte da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in ordine ai traffici di armi e rifiuti tossici avvenuti tra l’Italia e la Somalia venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica italiana”. Ed inoltre la stessa Corte Costituzionale accoglie il 15 febbraio 2008 il ricorso per conflitto di attribuzione sollevato dalla procura di Roma nei confronti della Commissione parlamentare d’inchiesta. La Consulta dà torto alla Commissione Taormina che nel settembre 2005 aveva opposto un secco rifiuto alla richiesta della procura di Roma di partecipare agli esami balistici e tecnici sulla Toyota a bordo della quale viaggiavano i due giornalisti al momento del loro assassinio (Il caso Ilaria Alpi).

 Tornando a noi, cioè alla fine degli anni ’80, appare chiaro, quanto meno, che l’Italia ha fatto oggetto di ingenti mezzi economici e non, il presidente Barre. Ciò scatena quel conflitto che i giornalisti attribuiscono al “potente ritorno di antiche rivalità tribali”.
Alla morte del presidente Barre (1990), difatti, la Somalia si divide in due fazioni, quella guidata dal sultano Ali Mahdi e quella guidata dal generale Farah Aidid. Non è questione di clan, come più tardi verrà stereotipicamente calunniata una delle poche nazioni africane a unità etnico-confessionale, giacchè entrambi i personaggi appartengono allo stesso grande gruppo degli Awiya. Al centro del conflitto ci sono gli interessi europei che hanno perso il loro referente privilegiato (Barre) e quelli di quella parte esclusa dalla prima distribuzione di fondi e armi da parte degli italiani.
Aidid, un generale dell’ esercito somalo, poi epurato da Barre, aveva partecipato, dagli anni ’50, alla lotta di liberazione del dopoguerra contro gli italiani mandati e gli inglesi mandanti. Poi era stato l’indiscusso leader delle formazioni che, raccolte nell’interno, avevano assediato e poi conquistato Mogadiscio e la maggioranza degli altri centri somali. Nell’intervista rilasciata nel 1991 a Fulvio Grimaldi (tratta da “e ora si va in africa“) per il TG3, Aidid fa un convincente quadro del suo progetto per una Somalia integralmente sovrana, non allineata, fuori da ogni dipendenza dalle superpotenze, avviata su un cammino di ricostruzione nazionale lungo linee di giustizia sociale. Ma anticipa quello che l’Occidente sta tramando e che avverrà da lì a poco: l’intervento per la riconquista di una posizione strategia assolutamente irrinunciabile.
 E’ il preludio alla tristemente nota (ma per molti di voi ignota) operazione umanitaria condotta, sotto l’egida dell’ ONU, dai marines, da carabinieri e bersaglieri (ricordate le torture inferte dai nostri alla popolazione locale?) e da numerosi specialisti esteri, denominata “Restore Hope“, ovvero “Ricostruisci la speranza” (1992-1994).

Scena dal film Black Hawk Down

L’operazione (da cui è tratto il celeberrimo film “black hawk down” di Ridley Scott) costa ai somali 10000 vittime e ha il compito di stanare ed uccidere Aidid. Tuttavia per gli occidentali l’operazione si conclude male: scappano con la coda fra le gambe dopo aver lasciato un paese quasi completamente distrutto. Ma niente è perduto, scatta il piano B: sono i cosiddetti “signori della guerra” a fare le veci dei fuggiaschi occidentali. Gente a cui i partenti hanno affidato il compito di far uccidere fra di loro i propri seguaci, così mantenendo il paese, salvo alcune fette a Nord (Somaliland, Puntland), già in mano a fiduciari anglostatunitensi, in uno stato di perenne anarchia, sottosviluppo e frammentazione. Sono costoro ad uccidere Aidid durante uno scontro armato.
 Succede però un fatto inaspettato e non calcolato dagli americani. Grazie all’avvento delle Corti Islamiche, associazione di religiosi relativamente moderati e a forte coscienza nazionalista, dopo 15 anni di caos pianificato, si registra la sconfitta dei boss mafiosi dei traffici e della guerra endemica. Tali corti riescono a dare a Mogadiscio e a gran parte della Somalia la possibilità di tornare a respirare, vivere in pace, lavorare, evolversi. Proibendo il traffico del Khat, stupefacente anfetaminico a larghissimo consumo e massima fonte, oltre al commercio delle armi, dei profitti dei capimafia, riattivando un minimo di sviluppo economico con il recupero di infrastrutture fondamentali come aeroporti, porti e vie di comunicazione, e sostenendo allevamento e agricoltura, le Corti, sotto la guida di Sharif Hassan Sheikh Ahmed, riaprono il cammino verso il recupero della statualità, dell’unità nazionale, della dignità (Fulvio Grimaldi, “e ora si va in Africa”).
 Questo spiega la tempestività e brutalità dell’intervento Usa, con l’uso del fido stato etiopico (governato dal vassallo dittatore Meles Zenawi), contro quella normalizzazione della Somalia. Dal 2002 l’Etiopia cristiana fruisce di un programma Usa di aiuti militari, da utilizzare anche contro la ostinatamente renitente Eritrea. Forniti nell’autunno 2006 anche di mezzi di ricognizione aerea e di ascolto satellitare statunitensi, gli ascari etiopici si apprestano a sbranare la Somalia, preda ambita da secoli. Contro 28.000 militari dotati di armi pesanti, coadiuvati da cacciabombardieri Usa e sospinti dalla classica motivazione ideologica della lotta contro il “terrorismo di Al Qaida” (e chissà se non abbiano rispolverato la teoria “camitica”, secondo cui gli occidentali dell’ ‘800 inquadravano gli etiopi, perché cristiani, come discendenti di Cam, uno dei figli di Noè, e quindi di antica origine bianca), ai liberatori della Somalia, muniti di soli Kalachnikov, non rimane che sottrarsi all’eccidio e andare in clandestinità. Mogadiscio, bombardata a tappeto, cade alla fine del 2006. Nel febbraio successivo, spartendo feudi e commerci tra i redivivi signori della guerra, il regime di Yussuf può installarsi nella capitale e offrire alla “comunità internazionale” l’interlocutore che dai tempi di Siad Barre gli mancava.
 Ed è questo il prima citato governo transitorio sostenuto dalle milizie etiopi, ed è questo quello verso cui, dal 2007 si dirige la lotta di resistenza somala, per la riacquisizione di un diritto alla sovranità di sicuro più leggittimo di quello di Yussuf.
 Ora, ascoltate pure i telegionali, leggete le nostre testate più importanti, di sicuro non troverete alcuno che vi parlerà di resistenza, né di competizione per le risorse, me ne troverete molti disposti a parlarvi di una democrazia che stenta ad avviarsi a causa di non specificati (volutamente) integralisti islamici (i talebani di cui sopra), tribali e incivili, impegnati in atti terroristici e criminali come ad esempio il sequestro dei nostri connazionali.

 La raccomandazione di Lsd è la solita: non fatevi fregare.

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1 commento

  1. pippo's Gravatarpippo
    21 Maggio 2008 at 15:17 | Permalink

    ricordo ancora il capo di stato maggiore dell’epoca che, intervistato da uno zerbino di turno circa i saccheggi e gli stupri compiuti dagli italiani in somalia rispose: in somalia si sono alternati migliaia di soldati, è lecito che qualcuno possa aver sgarrato! come desiderai che fosse sua figlia a subire il prossimo ‘sgarro’

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