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“Qualcuno volò sul nido del cuculo”: Gassman porta in scena una sublime rivisitazione del capolavoro

26 Nov 2015 | Nessun Commento | 767 Visite
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Che cos’è un matto? Questa volta ti risponderò senza giri di parole: la follia è l’incapacità di comunicare le tue idee. È come se tu fossi in un paese straniero: vedi tutto, comprendi tutto quello che succede intorno a te, ma sei incapace di spiegarti e di essere aiutata, perché non capisci la lingua.

(Paulo Coelho)

Ci sono episodi, momenti, a volte solo attimi, che segnano profondamente l’esistenza, talvolta trasformandola. Noi, ad esempio, ricordiamo ancora oggi il luogo, il giorno e l’ora in cui per la prima volta abbiamo visto quel capolavoro dell’arte cinematografica che era, è e sarà “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, il film che Milos Forman nel 1975 ha tratto dall’omonimo romanzo del ’62 di Ken Kesey ed ancor più dalla successiva riduzione teatrale del ’71 di Dale Wasserman; l’incontro con quell’Opera esemplare, con l’irraggiungibile interpretazione di Jack Nicholson e di un manipolo di meravigliosi attori che annoverava anche Louise Fletcher, Danny De Vito, Christopher Lloyd e Brad Dourif, ha davvero segnato indelebilmente la nostra anima, mutando radicalmente il nostro pensiero e la nostra visione di vita nei riguardi dei presunti ‘diversi’, nello specifico dei cosiddetti ‘malati di mente’, peraltro in un momento in cui eravamo già troppo vecchi per dirci adolescenti ed ancora troppo giovani per dirci uomini: auguriamo ad ogni essere umano la medesima nostra fortuna.

Ebbene oggi quella stessa forza propulsiva, quello stesso vigore intellettuale, quella stessa vivissima emozione, ci è stata restituita dalla visione della trasposizione teatrale del testo keseyano / wassermaniano realizzata dalla Fondazione Teatro di Napoli per l’ottimo adattamento di Maurizio de Giovanni e l’eccelsa regia del sempre più grande Alessandro Gassmann, che ha – per nostra fortuna – fatto tappa al Teatro Petruzzelli per la Stagione di Prosa del Comune di Bari e del Teatro Pubblico Pugliese; a loro va tutto il merito di aver recuperato l’opera prima e fondamentale di Kenneth Elton Kesey, strutturata sulla propria conoscenza diretta e personale della materia avendo trascorso molto tempo nell’ospedale dei Veterani di Menlo Park dove si sottoponeva volontariamente alla sperimentazione – che in realtà non interruppe mai – sugli effetti delle sostanze psicoattive quali LSD e mescalina, assumendole in prima persona; dai continui colloqui con i pazienti dell’ospedale, Kesey trae la convinzione cheq2 questi non fossero pazzi, bensì individui rifiutati dalla società perché non conformi agli stereotipi convenzionali di comportamento e pensiero. Nasce così l’idea di ambientare quello che può senza dubbio essere considerato un visionario – e certamente atipico – romanzo di formazione in un manicomio dell’Oregon, in cui la figura del bullo irlandese Randle Patrick McMurphy, messo lì per sfuggire alla giusta pena in carcere, giunge a sconquassare l’asettica comunità di pazienti volontari dominata dalla rigida ed impietosa infermiera Mildred Ratched, giungendo sino a sacrificarsi pur di far comprendere ai malcapitati che il “dichiararsi pazzo” non li protegge dalla sofferenza, dalla tristezza, dai soprusi o dalla solitudine, come nemmeno il rinchiudersi in una piccola organizzata comunità può evitar loro di essere assaliti dal dolore, perché ognuno è un mondo a sé, ed è solo, anche e soprattutto in un sistema, sia questo la società in generale, che ha come primo obiettivo quello di sbarazzarsi di te, ovvero il microcosmo del manicomio costituito da personale sadico e prepotente, che si impegna a fiaccarti lo spirito, riducendo l’essere umano ad un numero e la dignità umana ad un’espressione priva si significato. La – purtroppo – breve strada che vedrà intrecciarsi le vite dei protagonisti, mutandole per sempre, è l’occasione di Kesey per affermarsi quale uno strenuo difensore ad ogni costo della fragilità, dell’immaginazione, della accoglienza del malato mentale e della legittimità della speranza di una guarigione che non sia affatto dettata dalla semplice assunzione di psicofarmaci o dall’accondiscendenza alle tecniche di controllo militaresco degli ospedali psichiatrici di antica memoria, ma semmai da una rinascita che sia completa accettazione di se stessi, della propria presunta diversità, della propria supposta disumanità ed, infine, della propria acclarata umanità.

Nella trasposizione teatrale di Gassmann tutto questo c’è e – oseremmo dire – molto di più. Partendo da una perfetta riscrittura, in cui le parole aggrediscono lo spettatore con la loro straordinaria forza espressiva, restituendo, anche quando sono ironiche e divertenti, un’umanità profondamente dolente ed offesa, nel ‘brevissimo’ – almeno a noi così è parso – tempo di circa due ore e quaranta, la sua regia riesce a disegnare l’iperbole umana dei suoi personaggi in modo impeccabile, coinvolgente, definitivo, grazie anche ad una cura maniacale degli attori, perfetti in ogni minimo gesto, ad una magnifica colonna sonora, espressamente creata per l’occasione da Pivio ed Aldo De Scalzi, ed all’ormai rodato q3utilizzo degli ologrammi, con tanto di titoli di coda con personaggi ed interpreti, già visti ed apprezzati nel suo ottimo “Macbeth”, qui meno presenti ma forse più appropriati, utili a farci vedere i sogni del mastodontico Ramon, e poi anche quello che, nell’estate del 1982, era il sogno comune dei protagonisti come di tutti gli italiani, vale a dire la vittoria dei Mondiali di calcio, materializzatosi nell’urlo trionfale di Marco Tardelli, che – a pensarci bene – sembrava proprio un pazzo mentre correva per il prato del Bernabeu di Madrid; qui lo schermo trasparente su cui le immagini vengono proiettate ha però anche il compito – crediamo – di creare un’ulteriore delimitazione dello spazio scenico, un solco, una frattura tra il pubblico e gli attori, tra la realtà e la finzione, tra la vita reale e quella finta ed irreale che i presunti malati di mente si autoimpongono, che i protagonisti supereranno solo per un breve attimo quando usciranno dall’inferno dell’ospedale sul terrazzo a riveder le stelle.

L’azione viene spostata nel tristemente noto Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, il più antico d’Italia, chiuso solo nei mesi scorsi, mentre l’infermiera Ratched diviene Suor Lucia (una sublime Elisabetta Valgoi) e McMurphy si tramuta nel delinquentello partenopeo Dario Danise (l’ottimo Daniele Russo), un piccolo boss di quartiere, uno spaccone da quattro soldi che un solerte avvocato ha pensato bene di ‘ricoverare’ in casa di cura dove giungerà ad interrompere la ferrea quotidianità imposta dalla religiosa, mutando e trasfigurando per sempre non solo la vita dei pazienti (gli splendidi Gilberto Gliozzi, Mauro Marino, Daniele Marino, Marco Cavicchioli, Alfredo Angelici e Giacomo Rosselli) e del personale dell’ospedale (gli eccellenti Giulio F. Janni, Gabriele Granito, Antimo Casertano e, last but not least, Giulia Merelli, bravissima anche nel ruolo della giovane prostituta), ma anche e soprattutto la sua, in modo altamente drammatico ma, infine, profondamente salvifico. E la visione di Gassmann forse ancor più di quella di Forman è fosca e malinconica ma anche, per certi versi, gioiosa e disincantata, e comunque mai desolata ed insanabile; Dario conosce la vera amicizia solo tra le quattro mura ovattate del manicomio (vien da pensare alle parole di Alda Merini: “Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuniq4 molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita.”) ed è nel nome di questa fratellanza, non tra malati – badate bene – ma tra esseri umani, reietti della società costretti a vivere in ghetti che essi stessi si sono costruiti, che sacrificherà la sua stessa vita. E c’è, a nostro modesto parere, in questa versione di Gassmann una malcelata voglia di accomunare il volontario sacrificio di Dario a quello che più di duemila anni fa ha cambiato le sorti dell’umanità; in questo crediamo si debba vedere il gesto – nient’affatto sacrilego – del lancio della statua dell’Immacolata da parte di Ramon, come se potesse anch’egli (ri)nascere dal grembo di Maria al pari di Gesù Cristo, per distruggere le barriere dell’ospedale e, finalmente, spezzare le catene dell’intolleranza e dell’incomprensione, dopo aver soffocato la carcassa del suo amico Dario, lobotomizzato dalla Suora, così da donare anche a lui l’agognata libertà; vista così, pare dirci Gassmann, non possiamo parlare di fuga ma di una nuova linfa vitale, una nuova speranza, una rinascita, un riscatto, una preventiva scarcerazione dalla gabbia dell’ospedale come da quella della vita; perché solo così possiamo tornare finalmente a chiamarci uomini ed a sentirci partecipi di questa umanità, se, come diceva Mark Twain, solo “quando ricordiamo che siamo tutti matti, i misteri scompaiono e la vita diventa comprensibile”.

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