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Piera Detassis: Intervistare? E’ una forma di seduzione…

26 Lug 2009 | Nessun Commento | 2.179 Visite
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Piera DetassisAbbiamo incontrato Piera Detassis, direttrice di “Ciak”, a Taormina. Era al Campus che chiacchierava con gli studenti un po’ sul ruolo del critico cinematografico e un po’ sugli strumenti per diventarlo. Da esperta intervistatrice non ha perso, poi, occasione per dispensare consigli su come rendere ogni intervista “un innamoramento ogni volta diverso” e su come studiare il cinema.

“La mia non era una famiglia di cultura, tanto meno di sapere cinematografico, ma di sicuro aveva un focolare in cui veniva apprezzata l’arte. Esordisce così raccontando le sue umili origini Piera Detassis, in un incontro al ‘TaoFilmFest’ moderato da Lorena Bianchetti. Il padre, imbianchino, dipingeva e scriveva racconti, e quando poteva la portava al cinema, “ricordo ancora il mio primo film: Gli argonauti”.

Racconta che le dicono tutti che la sua vena artistica è un po’ “folle” e che l’avrà ereditata di sicuro dal padre. Poi ripete più volte che nel suo percorso, nonostante abbia incontrato parecchie difficoltà per via del dislivello culturale e sociale e per mancanza di soldi, ha sempre studiato in modo serio e lineare, senza farsi sconti, perché ci teneva a “diventare brava e a rendere orgogliosi i miei”. Infatti dopo la laurea in Italia, con una tesi sull’estetica cinematografica del filosofo Galvano della Volpe – che introduceva l’analisi strutturale (non ancora la cosiddetta semiotica) nello studio e nell’analisi dei film, che fino ad allora venivano analizzati solo nel contenuto e non nel testo cinematografico – vince una borsa di studio che la fa volare dritta dritta a Parigi. Là per racimolare qualche soldo in più inizia a fare la baby sitter. La fortuna vuole che la bambina da accudire abbia per mamma una signora che, lavorando nel mondo del cinema e dovendo partecipare tra gli altri ai festival di Cannes e Venezia, come clausola imponesse alla baby sitter di andare sempre con loro. Riusciamo certo a figurarci il “dispiacere” nel dire “sì” per una, come la Detassis, che fresca fresca di laurea non aspettava altro che di intrufolarsi in questo settore. Viaggiare, conoscere il mondo, abbandonando il mito del focolare tutto casa e doveri familiari: ecco il sogno che finalmente si realizzava. Perché lei si rispecchiava di più nelle ‘dark lady’ degli anni ‘40, nelle ‘bond girl’ che “preferivano rompere gli schemi”, senza però arrivare a sfociare nel criminale.

“La passione e la determinazione portano lontano, da nessuna parte invece va chi soffre di ‘piagnisteo-da-invidia-per-probabili-raccomandati’ e non si dà daffare a sfidare il mondo”. Così  inizia a dispensare consigli (per chi volesse intraprendere questa strada) per come “fare gruppo e saperci lavorare, e su come studiare il cinema”, tenendo in considerazione l’importanza di saper comunicare con i colleghi ma soprattutto con gli intervistati, con i quali si deve instaurare un certo feeling sennò per così dire non si canta messa, “già perché un’intervista è una forma di seduzione, un innamoramento ogni volta diverso: guardarsi dritti negli occhi, saper toccare le corde giuste come se lo conoscessi da sempre l’altro, rispettando i silenzi o le perplessità, dato che se uno sta zitto magari l’altro parla perché si sente quasi costretto. Ma a volte ‘sta tecnica non funziona. Amen allora”.

Un po’ come un possessore di figurine Panini, con i suoi “ce l’ho, ce l’ho e ce l’ho”, elenca i personaggi importanti che ha intervistato. Ma la persona che le è piaciuta di più in assoluto e che l’ha messa a proprio agio è Roman Polanski, “di statura un piccoletto ma con una forza comunicativa gigantesca”. Invece  la paura di dover intervistare Woody Allen l’ha mandata k.o. per l’intero pomeriggio precedente all’incontro. “La cosa buffa è che la paura ha continuato ad essere presente il fatidico giorno, perché subito dopo la prima domanda, nella stanza d’albergo dove mi trovavo con lui, è scattato l’allarme antincendio. Lui col suo fare ironico si rivolse alla segretaria dicendole ”per caso hai lasciato le uova sul fuoco?”, io scoppiai a ridere dopodiché di corsa fuori per le scale d’emergenza. A quel punto la notizia c’era e se ci fossimo salvati, come per fortuna è stato, l’intervista era fatta: perché penso si diventi quasi parenti quando si scappa insieme condividendo la paura”. Invece quando ha intervistato Richard Gere, non è riuscita proprio a guardarlo negli occhi come da prescrizione per un’ottima intervista: “oh mamma, non potevo, sennò avrebbe capito la tempesta ormonale che era in atto dentro di me”. “Dulcis in fundo altri tre che apprezzo molto sono Nicholson, Meryl Streep e Martin Scorzese”.

Discepola dello storiografo Giampiero Brunetta, al frequente dilemma, che più volte le viene sottoposto, sul ruolo parziale o imparziale del critico cinematografico, risponde “io trovo che il critico debba essere parziale, perché il lettore cerca in lui il suo punto di vista. Penso anche, però, che non si debbano dare chiavi di lettura né cercare di educare, ma solo dare spunti: questa a mio avviso è la mission del giornalismo critico, ovviamente insieme a quella di farsi leggere (quindi ricerco attacco e chiusura vincenti). Dico no alla semiotica e ai linguaggi difficili, e cerco invece in modo semplice e diretto, se il film che ho seguito mi è piaciuto, di rendere con la scrittura lo stile che ha usato il regista e di restituire la storia al suo contesto. Lo so che tutti pretendono di avere proprie idee sul cinema solo perché le immagini sembrano avere un linguaggio più semplice da interpretare rispetto ad un libro o ad un’opera lirica, ma il cinema in realtà prevede uno studio con uno sguardo assai analitico, di cui poi gli altri possono o no tenerne conto”.

Se da una parte consiglia di vedere, per iniziare a sviluppare un proprio senso critico, film classici come “I pugni in tasca” di Bellocchio o “Prima della rivoluzione” di Bertolucci o “La fiamma del peccato” di Billy Wilder (noir americano per eccellenza); dall’altra parte afferma intristita che “ultimamente in Italia a parte dei lampi di genio come per “Il Divo” o “Gomorra” tutto tace, perché non c’è una grande industria come all’estero”; dall’altra ancora sottolinea la crisi mondiale della carta stampata, soprattutto quella italiana, che non favorisce nel dare dei concreti spunti di riflessione.

Concludendo dice: “Cosa volete che vi dica? Che mi fa piacere che stia prendendo sempre più piede internet? Sì, ma io resto affezionata alla carta: al suo odore e al suo colore. Penso che a questa crisi abbia concorso la miriade di investimenti effettuati su gadget (come ciabattine da mare, rossetti e borsette) anziché sulla qualità dei contenuti”.

Ma se proponessimo un sondaggio voi lettori a chi ne dareste la colpa e in che percentuale? Non sarà forse che c’è troppa gente che prima fa il danno e poi se ne lava le mani?

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