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Piaccainocchio: al Teatro Abeliano la stupenda opera prima di Roberto Corradino

20 Feb 2018 | Nessun Commento | 813 Visite
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corradino“Viviamo per perderci o per ritrovarci. Non riesco, ad esempio, a capire se nella storia di Collodi manchino i genitori per caso oppure se i genitori debbano essere necessariamente sbagliati. Se fosse vero, il primo capitolo di Pinocchio anticiperebbe la più macabra e sarcastica distruzione della famiglia. Pare che un destino crudele ci abbia fatti nascere con l’unico scopo di soffocare l’infinita sete di paternità e maternità genuina che si radica dentro di noi. Questo povero Geppetto, incitrullito, diviso tra la voglia di fare il padre, la madre, il nonno, si trasforma in un becchino idiota della società dei valori. Se i geppetti avessero il coraggio di cavarsi la maschera multiuso, si accorgerebbero del vuoto che agghiaccia il loro cuore. Purtroppo quando siamo soli, urliamo a noi stessi il bisogno di abbracci interminabili e di baci più forti del tempo, ma appena entriamo “in società” l’ipocrisia vince. Mio Dio, perché siamo così imbecilli?” (Don Antonio Mazzi)

 

“Si riaffaccia il bambino – piccolo e solo – che si chiede: <<Come sarebbe andata se di fronte a voi ci fosse stato un bambino cattivo, rabbioso, brutto, geloso, pigro, sporco e puzzolente? Dove sarebbe finito, in tal caso, tutto il vostro amore? Eppure io ero anche tutto ciò. Ciò non vorrà dire, forse, che non io fui amato, ma ciò che fingevo di essere? Che ad essere amato fu il bambino educato, ragionevole, scrupoloso, capace di mettersi nei panni degli altri, il bambino comodo che non era affatto un bambino?>>” (Alice Miller)

 

“Le avventure di Pinocchio” di Carlo “Collodi” Lorenzini è il libro italiano più letto e più tradotto nel mondo. Fiumi di parole si sono spesi per analizzare, comprendere, esaminare, finanche scomponendolo, il romanzo nei suoi significati più arcani, più reconditi, più oscuri, tentando di svelare le tante chiavi di lettura di questa favola senza lieto fine. Già, senza lieto fine: perché, pur volendo tralasciare il finale della stesura originale, quella nata per essere pubblicata a puntate sul “Giornale per bambini” nel 1881, in cui il burattino muore impiccato ad una quercia dal Gatto e dalla Volpe (“<<Oh babbo mio! se tu fossi qui!>> E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito.”), non vi è dubbio che anche la chiusa che tutti conosciamo, che, a furor di popolo, Collodi dovette riscrivere, consegnandola ai posteri dopo ulteriori due anni di lavoro, facendo diventare Pinocchio un bambino vero, capace, grazie alla sua bontà, di ottenere l’amore della “mamma” Fata Turchina e di compiere il miracolo di salvare il vecchio “babbo” Geppetto da morte certa, di fatto uccide il burattino e le sue infantili bugie e consegna definitivamente il protagonista ad una vita di umane menzogne, già presenti in quel “come sono contento di essere diventato un bambino buono! E come ero buffo da burattino!”, permettendogli di entrare a pieno titolo in un mondo in cui solo i ragazzi perbene, quelli che soddisfano i bisogni dei loro genitori, sono degni d’amore, facendogli così perdere la fanciullesca ingenuità, l’innata onestà, la vitale esuberanza, l’originale primordiale verginità. Nell’indagine collodiana, però, non è il solo Pinocchio a volere la morte del suo incontaminato ed incontrollabile alter ego, ma una critica pesantissima sembra nascere proprio nei confronti dei genitori di ogni epoca, completamente tesi – non è dato sapere quanto consapevolmente – a celare e reprimere, magari mutandole, le alterità dei propri figli, del loro diritto ad esistere indipendentemente dalle loro aspettative più egoistiche, dai desideri e dalle speranze che sono riposte in loro al solo scopo di veder egoisticamente realizzati gli irrisolti sogni che non si è riusciti a trasformare in realtà. Geppetto è il prototipo perfetto del padre visto in questa – certamente poco edificante – ottica: costruisce Pinocchio – e già nella scelta del nome, che sembra trasmettere una vita senza speranza, mostra tutto il suo insensibile dileggio – per soddisfare un suo bisogno, in un atto di egoismo estremo che poi tenterà ipocritamente di nascondere per tutta la vita, addirittura esibendo un’immagine ideale di genitore capace d’ogni sacrificio per amore del suo figliolo, mentre, al contrario, mette in atto le sue strategie pedagogiche, traboccanti di ricatto affettivo, in cui è completamente assente l’attenzione ai bisogni emotivi più profondi del giovane, a partire dalla comprensione dell’importanza dell’ascolto. Quando Pinocchio lo avrà compreso, crederà di non poter far altro che morire, cambiare perché nulla cambi, nell’estremo tentativo di essere accettato e di continuare ad esistere: il prezzo della sopravvivenza sarà la perdita di sé, mentre, in realtà, solo qualora si fosse ribellato a questa logica, continuando ad essere davvero se stesso, avrebbe avviato la sua personalissima rivoluzione, cominciando, di fatto, a vivere veramente.

Roberto Corradino attua quella rivoluzione con il suo “Piaccainocchio”, monologo magnifico ed anarchico, nella più pura – e forse ormai dimenticata – accezione di questa parola, che nel 2003 gli valse l’accesso alla finale del Premio Scenario e che, per nostra fortuna, è stato riproposto – con notevoli modifiche – al Teatro Abeliano, nella rassegna curata da Licia Lanera, per l’annuale stagione dei Teatri di Bari. Ci troviamo alla veglia funebre di Geppetto, alla presenza di tutti i personaggi di contorno della fiaba, quasi fosse un’ideale risposta agli interrogativi che Mario Panzeri ha consegnato ad imperitura memoria alla voce di Johnny Dorelli (“Carissimo Pinocchio, amico dei giorni più lieti, dove sei? Ti vorrei veder, del tuo mondo vorrei saper; forse babbo Geppetto è con te. Dov’è il gatto che t’ingannò, il buon grillo che ti parlò e la fata turchina dov’è?”): un improbabile Mastro Ciliegia, tramutatosi in sacerdote, legge imbarazzato una lettera colma di improperi ed accuse, peraltro in un italiano stentato e pieno d’errori, che Pinocchio ha scritto nella corsia d’ospedale che ospitava il padre morente, accusandolo di essere stato un genitore orrendo, con tutte quelle discrasie educative, quelle assenze opprimenti, quegli assordanti silenzi di cui parlavamo poco fa. Quando Ciliegia non reggerà più il peso della verità, sarà Pinocchio stesso a dare vita al suo insolente ed irriverente messaggio d’odio ed amore, in un crescendo che non lascia scampo a nessuna soluzione salvifica, che non accetta mediazioni, in cui dovrà decidere se liberarsi finalmente da ogni castrante e frustante legame o rimanere per sempre condannato ad un’eterna prigionia nel ventre della balena alla mercé dell’ego paterno.

Un testo difficile, vero, onesto, ipnoticamente emozionante, che rende impossibile la riproduzione sulla fredda carta telematica, che meriterebbe pagine e pagine di commenti e discussioni, al pari del capolavoro a cui guarda – anche se da molto lontano – e che, nella storia scritta da Corradino, è in là da venire, anzi sarà il naturale e più accondiscendente e compiacente sequel della realtà che l’attore barese ci racconta, facendosene attraversare come pelle viva da un bisturi ben affilato,  con parole pregne di caleidoscopici significati talvolta molto ben celati, a partire da quel titolo, da quel pH che, per ammissione dell’autore/regista/attore, individua l’elemento iniziale, primordiale, quell’acido basico che è il parametro delle proprietà, soprattutto corrosive ed incrostanti, di una qualsiasi soluzione, ma che – a nostro modesto parere – richiama anche il fonema latino (Ph = F) che – azzardiamo – fotografa immediatamente un personaggio che trova nella sua diversità il primo distacco dalla società dei suoi genitori, costretto alla fuga perpetua ed alle bugie infinite per celarsi al giudizio del popolo dei benpensanti.

Eppure crediamo che la disamina corradiana non si fermi qui, perchè nella sua pièce ci è parso di ritrovare tanti elementi di quella affascinante lettura teologica che il cardinale Biffi sintetizzò nella frase “Pinocchio è la narrazione della fuga della creatura dal Creatore (appena Pinocchio è costruito scappa subito) e del ritorno”. Nel testo di Corrado il concetto cattolico viene capovolto, destrutturato, umanizzato; il padre terreno e quello divino sembrano coincidere, entrambi tesi nell’attesa di una realizzazione dei propri progetti sul figlio che, in entrambi i casi, non possono prescindere dalla morte della loro stessa genia, proprio come Collodi aveva immaginato nella sua prima stesura (che – rileggendolo – pare addirittura richiamare l’agonia del Cristo sulla croce), ma la risposta del protagonista non sembra più accondiscendente, ma definita e definitiva, liberatoria: ad un creatore che troppe volte lo aveva abbandonato sulla croce delle sue miserie, lasciando che anche il fuoco lo bruciasse, continuando a tenerlo in vita solo affinché potesse assumere la sua stessa natura, il burattino si ribella, recidendo i fili che lo legavano a lui, professandosi finalmente composto di carne e non di legno, mostrando, come fosse un tabernacolo spalancato, il contenuto e non il contenitore.

In ogni caso, da qualunque angolatura la si guardi, l’Opera di Roberto Corradino appare ancora e sempre splendida; lontana anni luce dal buonismo disneyano e pur lapalissianamente illuminando il lato oscuro del romanzo di Collodi, crediamo di poter affermare che non abbia – almeno ai nostri occhi – precedenti o predecessori, nemmeno nel Carmelo Bene di “Pinocchio”, di cui fummo adoranti spettatori nel vecchio Teatro Petruzzelli, cui è possibile comunque accomunarla per l’altissima levatura stilistica, per l’immensa arte attoriale (di)mostrata dai suoi rispettivi interpreti nonché per il puntuale lavoro di ricerca, che qui però, seppur apparentemente rinunciando alla perfezione linguistica, si fa finanche più introspettivo, più tagliente, consegnato a parole tanto dure per recondito significato quanto accecanti per sublime bellezza, così incisive da restare scolpite nel cuore degli spettatori.

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