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Paolo Fresu e Uri Caine diretti dal maestro Tenan al Teatro Petruzzelli di Bari

13 Lug 2014 | Nessun Commento | 1.605 Visite
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Uri-Caine-con-Orchestra-Petruzzelli-1Alcune serate nascono con i crismi della perfezione per poi mantenere appieno ogni promessa; di solito si sviluppano attorno a creazioni che hanno delle storie da raccontare con una forza tale al loro interno da andare ben al di là di quello che potrebbe essere un semplice commento ad un concerto: in quello inserito nella Stagione Sinfonica 2014 del Teatro Petruzzelli cui abbiamo avuto la fortuna di assistere lo scorso venerdì ce ne sono almeno tre, tutte di straordinaria bellezza ed interesse. Abbiate la compiacenza di seguirci per qualche momento.
Prima storia. Nel 1928 George Gershwin, che aveva già dato alle stampe la sua celeberrima “Rhapsody in blue”, si stabilisce a Parigi insieme a suo fratello maggiore Ira, autore delle parole di ogni sua creazione musicale, nel tentativo di convincere Maurice Ravel a dargli lezioni di composizione; con una intelligenza non comune e, soprattutto, una umiltà sconosciuta a tanti suoi colleghi, Ravel, temendo di poter soffocare l’anima jazz del genio di Brooklyn, si defilò dall’impegno, redarguendo cortesemente l’allievo rifiutato: “Perché volete diventare un Ravel di seconda mano quando siete già un Gershwin di prim’ordine?”. Sulla scorta di tale attestazione di merito e stima, Gershwin compone il poema sinfonico intitolato “Un americano a Parigi”, giustamente collocato tra i suoi capolavori, nelle cui note un ventennio più tardi Vincente Minnelli troverà ispirazione per realizzare l’omonima e celeberrima opera cinematografica, che consacrò la fama di Gene Kelly e Leslie Caron, guadagnandosi ben sei premi Oscar ed un Golden Globe. Inutile dire che, da quell’ormai lontano 1951, nell’immaginario collettivo – ed anche nel nostro – le note di Gershwin, le immagini di Minnelli e le coreografie di Kelly sono indissolubili e mai ci saremmo immaginati di poterne rivivere le emozioni in assenza degli ultimi due elementi: ebbene, il miracolo si è compiuto proprio venerdì sera, grazie alla perfetta esecuzione dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli, magistralmente diretta dal Maestro Carlo Tenan, cui va il nostro ringraziamento per averci trasportato nel corso dell’intera serata in una dimensione musicale che abbiamo spesso creduto smarrita.Uri-Caine-con-Orchestra-Petruzzelli-3-(1)
Seconda storia. Nel 1935 George Gershwin decide di dare alla luce la sua opera più ambiziosa (e, purtroppo, definitiva dato che morirà solo due anni più tardi, non ancora quarantenne, per un tumore al cervello), fondendo in una sola “Folk Opera” tutti i suoi più grandi amori – il jazz, il ragtime e la grande tradizione della musica europea – nell’improbo tentativo di creare una perfetta commistione tra musica popolare e “seria”. “Porgy and Bess”, da molti considerato il capolavoro gershwiniano, raccoglie in sé tutte queste anime ma contiene un proprio esclusivo linguaggio musicale, fantasioso a tal punto da non defluire in alcun genere definito, che Gershwin, forte della immensa sapienza eclettica, aveva ottenuto spaziando fra le diverse soluzioni stilistiche che gli si presentavano. Soprattutto nella ricchezza melodica degli ampi brani orchestrali e dei preludi per pianoforte, “Porgy and Bess” richiamava lapalissianamente il repertorio blues, pur nell’estremo tentativo di modellare quella che Gershwin pensava potesse diventare la “vera” musica americana; il successo dell’operazione fu indiscusso ed è tuttora indiscutibile, e brani quali “Summertime”, I got plenty o’ nuttin’”, “It ain’t necessarily so” e soprattutto “I loves you, Porgy!”, tutti composti con l’abituale aiuto di Ira, resteranno tra le più belle pagine della musica di ogni tempo. Anni dopo, altri due geni indiscussi della musica si innamorarono di un’idea ambiziosa: rileggere quella meraviglia ponendo particolare attenzione alle sfumature blues e jazz che l’opera conteneva, e tentando, soprattutto, di far dimenticare che, seppur anomala, sempre di un’opera lirica si trattava. Paolo-Fresu-2-(1)Tra il 22 luglio e il 18 agosto del 1958, Gil Evans e Miles Davis riunirono in studio un gran numero di straordinari musicisti – per quattro sedute di registrazione di tre ore ciascuna – per cercare di carpire il pensiero jazzistico di Gershwin più che le note scritte nella partitura; vi riuscirono talmente bene – nonostante varie vicissitudini legate soprattutto alle bizze del divino Miles – che tutti avvertirono lo spirito del grande Maestro aleggiare in sala, al punto che Evans stesso sentenziò: “Mi sembra che a questo album abbiamo collaborato tutti e tre”. Da quella registrazione venne fuori uno storico lavoro pubblicato dalla Columbia, un capolavoro di cui, tuttavia, non esisteva la partitura sino a quando, più o meno un ventennio fa, i musicologi Gunther Schuller e Marcello Piras vollero trascriverne le note su carta, affidandone l’esecuzione live all’Orchestra Jazz della Sardegna con Paolo Fresu nelle vesti di Davis. Questo racconto, che può apparire – e forse lo è – come una fiaba, non può che accrescere in noi la magnifica sensazione che proviamo ogniqualvolta abbiamo l’immensa fortuna di partecipare – come accaduto venerdì – ad una esecuzione del capolavoro gershwiniano/evansiano/davisiano dalla sublime tromba del Maestro Paolo Fresu, uno di quegli avvenimenti che vorremmo augurare al creato intero.
Terza storia. Nel 1819 l’editore Anton Diabelli compone un valzer e propone di realizzarne una propria variazione a cinquanta compositori, tra cui Ludwig van Beethoven il quale prima si mostra recalcitrante e poi costruisce un sontuoso monumento musicale di ben 33 variazioni che intitola “33 Veränderungen über einen Walzer von Diabelli” (dove Veränderungen ha il significato di variazioni ma anche di trasformazioni), realizzando la sua più lunga composizione per pianoforte. Forse la migliore definizione della partitura, come ricordava anche Livio Costarella nell’ottimo libretto di sala realizzato dal Teatro Petruzzelli, fu data dal pianista Alfred Brendel quando osservò che “in quest’opera sono le variazioni a decidere cosa può avere da offrire loro il tema principale. Uri-Caine-Paolo-Fresu-(2)Esso non è ripetutamente confermato, ornato o glorificato, è migliorato, ridicolizzato, trasfigurato, abbattuto ed, infine, sollevato”: esattamente ciò che ha fatto il Maestro Uri Caine davanti ai nostri occhi e, soprattutto, nelle nostre orecchie nella terza parte del concerto, quando ha proposto la sua personalissima riscrittura delle variazioni beethoveniane. L’indiscussa arte pianistica del compositore di Philadelphia, qui materializzatasi soprattutto in una continua improvvisazione, è stata seconda solo al suo genio di sperimentatore ed innovatore puro, che ci consegnava un’opera visionaria, affascinante, ipnotica, di ostica esecuzione, che l’Orchestra del Petruzzelli sotto la direzione del Maestro Tenan sapeva affrontare nel migliore dei modi, strappando al numeroso pubblico delle vere ovazioni.
Appendice (short story). I due brani – due cadeaux di indicibile bellezza – che Uri Caine e Paolo Fresu hanno proposto in chiusura della indimenticabile serata, vale a dire la già citata “I loves you, Porgy!” ed una sognante “Cheek to cheek”, lungi dal poter essere etichettati alla stregua di semplici bis, andavano visti come luminosi frammenti di altra umana vicenda, della splendida amicizia tra due fantastici musicisti, della corrispondenza di musicali sensi che unisce due anime, di una esperienza artistica che prosegue nel tempo e che in pochi minuti può solo mostrare bagliori di sé ma non può certo essere raccontata. Perché questa è veramente un’altra storia.

ph Carlo Cofano

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