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“Pane e amianto. Girotondo di una città sopra un milione di vite”, l’autore Giuseppe Armenise si racconta ad LSDmagazine

21 Dic 2013 | Nessun Commento | 1.392 Visite
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paneeamianto6Il libro del giornalista Giuseppe Armenise, Pane e amianto. Girotondo di una città sopra un milione di vite, edito da Poiesis Edizioni, è uno di quei libri che hanno il pregio di far risalire in superficie senza sovrastrutture né paradossi la verità nella sua essenzialità, escludendo l’utilizzo di scorciatoie di parte capaci solo di generare verità edulcorate. Le stesse verità edulcorate che sono state raccontate per anni a coloro che, attraverso la loro manovalanza, permettevano che le fabbriche di amianto potessero esistere e generare produttività finendo per credere essi stessi al mito benefico dell’amianto, salvo poi cominciare lentamente e inesorabilmente a svegliarsi dal torpore iniziale indotto dalla proficua presenza di quel pane quotidiano che dovrebbe, si dice, nobilitare l’uomo quale il lavoro. Per cui se inizialmente la fabbrica barese della Fibronit viene vista dai suoi operai come una madre accogliente con lo scorrere del tempo, mediante l’insorgenza di malattie sempre più spesso di natura tumorale come il mesotelioma pleurico, finisce per acquisire sempre più i connotati di una matrigna. Il romanzo di Armenise, non a caso, si apre con una dichiarazione d’amore nei confronti della fabbrica, vista dalla voce narrante del protagonista – un ex lavoratore della fabbrica stessa  – come fosse la sua donna, risucchiando essa stessa la maggior parte del tempo dei suoi operai. D’altronde Il mistero della Fibronit, sul finire del romanzo, si svela solo grazie alla profondità femminile: saranno le madri, le mogli, le figlie e le vedove delle vittime (quasi 400 tra gli operai, ma a decine anche nella popolazione) a consentire – attraverso la loro testimonianza di vita capace di evocare una grande stagione di energia, amore, pietà e speranza – di risalire alle tante verità inconfessate e crudeli che appartengono agli uomini della fabbrica d’amianto.

Da un episodio di cronaca, si snoda la storia di un percorso di solidarietà, di denuncia, di dolore, di morte, ma alla fine di crescita e riscatto civile nel quale s’intrecciano le vicende professionali e umane di un gruppo di persone (il Giornalista, il Biondo, il Baffo, lo Smilzo, il Sornione, l’Assessore e il protagonista, voce narrante). In principio sospettose l’una dell’altra, vengono chiamate quasi inconsapevolmente a stringere una catena di amicizia e solidarietà per fare i conti con una città lontana, ostile e spesso rassegnata. Una città che non vuole vedere i rischi ambientali e igienico- sanitari ai quali, se non ci fosse un adeguato processo di bonifica, almeno altre due generazioni sarebbero consegnate.

Un romanzo quello del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno dove nonostante l’argomento duro e indigesto, esplicitato fin dal connubio poco commestibile del titolo, risalta una leggerezza poetica farcita sapientemente dall’autore di citazioni sia cinematografiche che musicali. E un invito, nonostante tutto, a cogliere la bellezza: della natura, della vita, dell’amore.

In merito all’uscita della sua opera letteraria noi di LSDmagazine gli abbiamo posto alcune domande.

La questione amianto, a cui il suo libro è ispirato, ormai da un po’ di tempo è sotto i riflettori soprattutto per le vicende legate a Taranto. Col senno di poi sarebbe stato più opportuno e salutare per tutti non aprirle in Puglia e altrove le fabbriche di amianto, come la Fibronit, oppure bisognava solo adottare fin dall’inizio delle politiche strategiche diverse, più rispettose dell’ambiente e dell’uomo?

L’amianto è stato, e probabilmente lo sarebbe tuttora se non fosse stato messo fuorilegge anche in Italia nel 1992, un insuperabile isolante termico. Per decenni, fino agli anni ’80 del secolo scorso, è stato utilizzato nella produzione di oggetti di uso comune come materiale ignifugo. Se ne trovava nei tavoli da stiro e nei ferodi dei freni delle autovetture. Dei pericoli per la salute legati alla dispersione di fibre di amianto si parlava già in alcuni studi inglesi di fine ‘800, ma le evidenze epidemiologiche sul nesso tra l’esposizione all’amianto e la malattia sono molto più recenti. Ancora più recente è l’affermazione della sensibilità ai temi della tutela ambientale. D’altronde, le fabbriche per la produzione di manufatti contenenti amianto, visto il largo uso che se ne faceva, sono state per buona parte del secolo scorso una grande occasione di occupazione e benessere degli operai, soprattutto nel secondo dopoguerra. E’ stata, come scrivo nel mio romanzo “Pane e amianto”, la grande illusione di progresso, la trappola in cui a migliaia sono caduti.  Un’illusione che sta presentando un pesantissimo conto.

Tra gli “estremisti” che si sono schierati a favore della charmenise77iusura totale di queste fabbriche in modo da non arrecare ulteriori danni, e i “moderati” per cui è giusto che le fabbriche, con un adeguato processo di bonifica, possano continuare la loro attività soprattutto per salvaguardare il lavoro di molti operai e le loro famiglie, qual è la sua posizione?

I tifosi dello sviluppo per lo sviluppo sostengono che le tecnologie moderne sono in grado di garantire lavorazioni industriali a basso (che non è mai pari a zero) impatto per la salute e l’ambiente. E’ vero, ma l’efficacia della tecnologia, anche quella migliore e più avanzata, va sempre commisurata al contesto in cui si inserisce. Io sono per l’industria che si fa carico del lavoro come affermazione della dignità umana e insieme opera scelta di sostenibilità accedendo, ad esempio, a tutte le certificazioni ambientali che ne qualificano il ciclo produttivo. Le grandi industrie retaggio della stagione del grande boom economico sono ancora indietro rispetto a questi obiettivi di qualità. Ci mancava solo l’attuale crisi economica per ritardare ancora di più la necessaria svolta culturale verso la sostenibilità delle imprese e del lavoro.

Nel libro uno dei protagonisti è Giuliano, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno proprio come lei, che cerca di documentare – seppur con un certo scetticismo iniziale – la realtà che ruota intorno alla Fibronit. Ritiene che la sua categoria stia facendo o abbia fatto abbastanza per squarciare il velo su tutto ciò che ruota intorno alle fabbriche di amianto?

Sull’amianto sono state dette e scritte molte cose. Molto però è stato concesso al sensazionalismo o alla spettacolarizzazione del dolore. Io credo che per poter parlare di questioni così delicate come l’inquinamento della Fibronit e il carico di morte che ne è scaturito, occorra essere credibili e autorevoli più che fabbricare titoli a sensazione. Spesso si assiste a una pericolosa corsa a creare il caso. Così non va bene. Se tutto è emergenza, nulla più lo è davvero agli occhi dei lettori.

E la politica, sia locale che nazionale, che peso ha avuto e continua ad avere in questa storia: rilevante o, piuttosto, marginale?

Quella della Fibronit è stata ed è una questione fortemente connotata politicamente e sulle cui scelte inerenti la bonifica si sono giocate le ultime campagne elettorali. Alla Fibronit è stato dedicato il primo atto politico-amministrativo immediatamente dopo l’insediamento sia del sindaco di Bari, Michele Emiliano, sia del presidente della regione Puglia, Nichi Vendola. Nel nome della Fibronit, l’assessore del Comune di Bari, Maria Maugeri, è riuscita a ottenere che fosse sovvertita l’agenda dell’azione politico-amministrativa del governo della città, nella quale spesso le questioni ambientali erano marchiate a fuoco col segno della marginalità. Alla Fibronit occorreva procedere “senza ritardo” alla messa in sicurezza d’emergenza. I magistrati della Procura di Bari l’avevano sollecitata almeno dal 1997. La risposta è arrivata con l’assessore Maugeri e il sindaco Emiliano che l’hanno avviata nel 2005, un anno dopo il loro insediamento, e conclusa nel 2007. Oggi, dopo anni di confronti con il ministero dell’Ambiente, è ormai in dirittura d’arrivo la gara d’appalto della messa in sicurezza permanente che è preliminare alla realizzazione sull’area ex Fibronit di un grande parco urbano esteso 12 ettari tra due quartieri. C’è di che sperare.

“Bisogna esercitare la pazienza. Verranno tempi migliori” è il titolo di uno dei paragrafi dell’ultima parte del libro, nonché la frase finale dello stesso paragrafo. Non bisogna far altro che applicare alla lettera questo consiglio?

Il romanzo “Pane e amianto” si conclude con una dichiarazione d’amore alla città e un messaggio di speranza. La Fibronit è stata una grande illusione e un grande imbroglio per chi ci ha lavorato, ma a partire dalla scoperta dei pericoli custoditi nel recinto della stessa e passando attraverso la maturazione di una consapevolezza condivisa sulla necessità di una bonifica socialmente accettabile di quei suoli inquinati è nata una stagione di grande impegno civile, l’alba di una comunità nuova, con una sensibilità nuova. Un patrimonio che, secondo me, merita di essere custodito. Molto è già accaduto, vincendo anche lo scetticismo più profondo. Molto deve ancora accadere. Per evitare di incorrere negli errori del passato occorre custodire e coltivare la memoria. E’ stato uno dei motivi principali che mi hanno spinto a scrivere questo libro.

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