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Ovazioni per l’Aida “in blu” di Joseph Franconi Lee al Petruzzelli

15 Set 2017 | Nessun Commento | 2.159 Visite
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AIDA_1Ieri sera Aida benissimo. Buona messa in scena: scene sublimi; buona orchestra; buonissimi cori: compagnia di canto eccellente. Infine, vero successo. Amen dunque. In quanto alla musica, il pubblico le ha fatto buon viso. Non voglio con te affettare modestia e certamente questa è fra le mie delle meno cattive. Il tempo poi le darà il posto che le conviene.

Queste stesse parole, scritte dal Maestro Giuseppe Verdi all’indomani della rappresentazione scaligera dell’8 febbraio 1872, dopo il debutto al Cairo nel dicembre 1871, potrebbero benissimo oggi sintetizzare il nostro commento sulla messa in scena di cui ha goduto il popolo barese, e non solo, per il nuovo appuntamento (il primo dopo la pausa estiva) con la Stagione lirica 2017 del Teatro Petruzzelli, salvo qualche dovuto distinguo, primo fra tutti il moto di umiltà che spingeva il Maestro ad annoverare l’Aida tra le sue opere “meno cattive”, mentre, per nostra somma fortuna, il tempo le ha reputato il giusto ruolo di capolavoro assoluto, probabilmente uno dei punti più alti raggiunti dal Genio di Busseto nella sua ricerca non solo di un nuovo linguaggio musicale nel tentativo di fondere tradizione e rinnovamento, ma anche di un perfetto equilibrio tra monumentalità ed introspezione psicologica, il cui merito va senza dubbio condiviso con l’ottimo libretto costruito da Antonio Ghislanzoni su soggetto originale dell’egittologo francese Auguste Mariette, che riesce, (mal)celandola sotto una tipica storia d’amore contrastato, a sviluppare un’idea ancora una volta fortemente e tragicamente “politica” della realtà di quei giorni, con l’irrimediabile sconfitta dei protagonisti che si oppongono alle ragioni del potere e del fato. La storia è nota: Aida, principessa etiope, è fatta schiava e portata in Egitto, ove, tenendo nascosta la sua vera identità, diviene l’ancella preferita della figlia del Faraone, Amneris, promessa sposa del comandante delle truppe egiziane Radamès, trionfatore della battaglia in cui viene fatto schiavo anche lo stesso re d’Etiopia. L’amore, invece, a dispetto della passione e della gelosia di Amneris, è sbocciato tra Aida e Radamès, ma quando i due sono sul punto di fuggire per vivere il loro sogno d’amore in nuove incontaminate terre, il padre di Aida la convincerà a farsi rivelare dal comandante il passaggio dell’esercito egiziano che muove contro gli etiopi. Scoperto, Radamès si lascia condannare, nonostante le suppliche che Amneris rivolge ai sacerdoti, ad essere sepolto vivo, peraltro credendo Aida salva, mentre la giovane e bellissima principessa etiope si è nascosta nella cella del condottiero, così da andare con lui incontro a morte certa e, forse, a quella nuova vita che avevano sempre anelato. Verdi riuscì miracolosamente a dipanare questo groviglio di passioni e di conflitti con estrema lucidità musicale, scoprendo inattesi e sino ad allora inesplorati punti di contatto tra slanci collettivi e tumulti individuali, colpi di scena della storia e svolte tragiche nel destino dei protagonisti.

AIDAEcco, in questa chiave di lettura non tarderemmo a definire pienamente riuscita l’edizione datata 2012 del Teatro Regio di Parma, oggi ripresa con meritatissimo successo dal Teatro Petruzzelli, figlia dell’incompiuta opera di rilettura iniziata nel 2005 da Alberto Fassini, collaboratore e discepolo di Luchino Visconti, la cui prematura morte aveva fatto sì che dell’onere si caricasse un giovane Joseph Franconi Lee, che immediatamente si risolse, nel solco dei dettami fassiniani, per una regia più semplice rispetto alla tradizione, se si eccettuano taluni colpi di scena di strehleriana memoria, come quello (che non sveleremo) durante l’imperitura Marcia Trionfale, tanto notturna da apparire lugubre o, finanche, onirica, in cui l’intera azione sembra immaginata o sognata, per l’appunto, quasi seguendo l’invito che sembra farci la splendida ouverture introduttiva, con uno spasmodico rilassante utilizzo del blu lunare, invero discutibile quando ricopre i corpi di taluni personaggi egiziani (perché non su tutti, allora?), che non riescono a richiamare alla mente del pubblico i geroglifici di cui sono ornate le maestose tombe dei faraoni ma, semmai, un fastidiosissimo dejà vu del cameroniano “Avatar”, il film dei record che ci fece sognare una sublime realtà virtuale, probabilmente la stessa che, nel magnifico finale, sperano di poter conquistare i due amanti, così riuscendo a vincere il terrore per la mortal sepoltura con la speranza di un mondo migliore conquistato con la sola forza dell’amore. Splendidamente perfetti appaiono invece i costumi, bellissimo quello di Aida, giocato su un’eccitante tonalità rossa, e soprattutto le scene di Marco Carosi, esaltate proprio nei momenti in cui anche il capiente palcoscenico del Petruzzelli sembra insufficiente a raccogliere tanta maestosità, , in cui ben si collocano le coreografie di Fredy Franzutti (che nell’edizione parmense furono affidate a Marta Ferri) e dell’ensemble del Balletto del Sud, mentre le luci di Roberto Venturi apparivano talvolta inadeguate, a causa dell’insostenibile difetto di lasciare spesso al buio i volti dei protagonisti impegnati nel narrar cantando.

Incondizionato plauso va all’Orchestra del Teatro Petruzzelli, che dona al pubblico tangibili quanto incredibili suggestioni, diretta in modo sublime dal Maestro Giampaolo Bisanti, da poco meno di un anno anche Direttore stabile della Fondazione del nostro Politeama, che riesce a trarre il meglio dai suoi musicisti e dal cast canoro, tanto nei momenti più sussurrati quanto nelle grandi esplosioni emotive, capace (e non è da tutti) di solcare e valicare il perfetto confine tra la sontuosità e l’intimità delle parti cameristiche, esaltando l’altissimo valore drammatico delle pagine verdiane, qualità che vanno tutte condivise con il Coro del Petruzzelli, egregiamente preparato da Fabrizio Cassi.

Di pregevolissima fattura il cast, con l’Aida di Maria Teresa Leva che ha del divino, perfettamente calata nel dramma della disgraziata e tormentata principessa etiope, di cui riesce vocalmente ed anche fisicamente a trasmettere ogni impercettibile venatura, magnifica interprete che ci auguriamo di risentire presto; appena inferiori, ma molto più che convincenti, le prove vocali di Nino Surguladze, talvolta troppo preoccupata di rendere “egizianamente” le movenze della sua Amneris, di Aquiles Machado, cui però difettava anche il benché minimo richiamo a quel physique du rôle che dovrebbe essere dote irrinunciabile per un condottiero quale Radamès, di Simon Lim e di Elia Fabbian, entrambi possenti nella rispettiva interpretazione del sacerdote Ramfis e del re etiope Amonasro; George Andguladze, Marta Calcaterra e Leon De La Guardia completavano il cast, spesso salutato dal pubblico in sala con vere (e talvolta inopportune) ovazioni a scena aperta, che, a nostro modesto parere, sarebbe bene raccogliere in un unico solo moto finale. Ma tant’è! Davanti a cotanta bellezza, al cuor non si può comandare.

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