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‘Odissea Napoletana’: il palcoscenico del Bellini si trasforma in arena terrosa

29 Set 2012 | Nessun Commento | 803 Visite
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odissea napoletanaIl Napoli Teatro Festival vive la sua appendice settembrina condensandosi in una settimana che vede in cartellone sei spettacoli. Tra questi, “Odissea Napoletana – in assenza del padre”, scritto e diretto da Gabriele Russo, che è andato in scena al Teatro Bellini, per l’occasione trasformato in arena terrosa: divelta per intero la platea, un manto di terra polverosa tracimava dalla ribalta fino quasi all’estremo limitare dei palchi. Uno spazio scenico dilatato, su cui hanno evoluito in un flusso di movimenti senza posa diciotto attori.
La Itaca petrosa che un Omero remoto riconobbe patria ad Ulisse, traslittera in una Napoli terragna che rielabora la figura dell’Eroe, trasfigurato in una sorta di nume rivoluzionario, quasi un Masaniello senza tempo, deus ex machina a cui votivamente protendere un anelito di liberazione, a cui affidare la briglia d’auriga d’una rivoluzione. Un Ulisse il cui ‘multiforme ingegno’ di omerica invenzione e di mai universalmente condivisa traduzione, declinato in salsa partenopea diviene semplicemente ‘cazzimma’, prerogativa che ha il suo lato oscuro nel tradimento che lo stesso Ulisse perpetra nei confronti di chi in lui e in un suo ritorno ripone le speranze di un sovvertimento dello stato delle cose.
In effetti, l’Odissea a cui si fa riferimento più che testo è pretesto, punto d’abbrivio ideale per una allegoria sociale di un universo, quello napoletano, del quale si vorrebbero evidenziare le contraddizioni atavicamente presenti nell’ethnos. E non senza una punta di rimprovero verso i “padri” della città, ai quali si attribuisce la responsabilità d’aver lasciato in dote ai figli un’eredità fatta di sfascio, dialettica generazionale esemplificata nel tema del doppio Ulisse/Telemaco.
Purtroppo però l’inventiva registica sofisticata che rapisce ammirato lo sguardo è messa al servizio di una drammaturgia il cui intento allusivo non mostra spessore di scrittura adeguato; l’epopea d’un presente difficile finisce ridotta a chiavi di lettura semplicistiche e artificiose.
Dalla scena promana un forte senso di dinamismo che però non sembra mai veramente capace di raccontare una storia, sia pur allusa e inconclusa, allo spettatore. Peccato, perché le premesse sono buone e la regia di Gabriele Russo lascia intravvedere potenzialità non sfruttate appieno; sapiente e calibrato appare l’utilizzo delle luci e dei suoni, mentre l’allestimento scenico, in cui gli elementi della terra e dell’acqua assumono un valore pregnante e simbolico, suggerisce immediato il richiamo ad un’essenza primordiale.
Un’essenza primordiale che parte da una Itaca petrosa ed approda ad una Napoli terrosa. Omero non c’è più ed anche di Ulisse vanno ormai dissolvendosi le tracce.

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