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Occupy Wall Street, 2 libri sugli Indignatos editi da Chiarelettere e Feltrinelli

25 Mar 2012 | Nessun Commento | 1.406 Visite
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Occupy Wall StreetOccupy Wall Street è il movimento, semplicemente. E altrettanto semplicemente è anche il titolo comune scelto da Feltrinelli e da Chiarelettere per due volumi, anche molto diversi, usciti in questi giorni. Nessuno dei due ha l’ambizione di raccontare fino in fondo, tantomento di analizzare, un fenomeno che in queste ore, dopo una breve pausa di riflessione, torna alla ribalta della cronaca con nuovi scontri a Manhattan, decine di arresti e qualche ferito. Gli indignati di Occupy Wall Street sono tornati, o forse non erano mai andati via perché, quello che si capisce leggendo i due volumi, la loro anima è veramente difficile da definire, da fermare, da cristallizzare in formule o slogan.

Dopo la breve tregua invernale sono di nuovo scesi per strada, per celebrare i sei mesi dalla nascita del movimento e scaldare i muscoli per la «campagna di primavera». Quella che li porterà anche a Chicago il 20 e 21 maggio in occasione del vertice della Nato. Ma per chi, prima della prossima puntata, vuole magari rinfrescare la memoria e cercare di analizzare un pò più a fondo un fenomeno che ha tanti lati oscuri i due libri appena pubblicati possono essere molto utili. Occupy Wall Street di Feltrinelli è un libro scritto dall’interno, in queste pagine rigorosamente anonime, è uno dei tanti collettivi composto da circa 60 persone (studenti e insegnanti, scrittori e artisti, operai e professionisti, donne e uomini, persone di colore, bianche, anziani, giovani) così varie come il movimento stesso.

Ed è questo che colpisce ed emoziona in queste pagine, che raccontano i primi sei mesi di vita di OWS, la spontaneità e l’urgenza, e insieme l’organizzazione, la volontà di arrivare ad un risultato, e il saper vivere la stessa occupazione come un risultato, un’esperienza di vita e di pensiero. Bellissimo ad esempio il modo stesso, quasi surreale, in cui il movimento nasce e arriva alla sua prima convocazione. È una rivista canadese, che dopo i movimenti della primavera araba e soprattutto dopo l’esperienza degli indignados spagnoli, lancia dal proprio sito, quasi casualmente, un nome e una data. È il 13 luglio del 2011 quando Adbuster, una rivista ecologica e anticonsumismo con sede a Vancouver, diffonde il suo invito all’azione. «#OCCUPY WALL STREET. Siete pronti per un momento Tahir?», scrivono sul sito web, aggiungendo: «Il 17 settembre invadete Manhattan, tirate su tende, cucine, barricate pacifiche e occupate Wall Street».

Occupy Wall StreetL’invito della rivista finisce qui, non avranno infatti nessun ruolo in quello che accadrà da quel momento, e che accadrà nel giorno e nel luogo che loro avevano indicato. Meraviglia assoluta della spontaneità, ma anche della rabbia profonda e della capacità di diffusione di un movimento che ovviamente si fonda sui social network ma poi, paradossalmente, usa il «megafono umano», ovvero il passaparola, nelle proprie assemblee. Un’emozione contagiosa, un virus. Splendido ad esempio, e molto esemplificativo, il racconto di una delle prime sere in cui gli occupanti, stanchi di mangiare pane e burro di arachidi forniti dal collettivo, lanciano con i loro smarthphone sul web la richiesta di prenotare la pizza per tutti da una pizzeria vicina a Zuccotti Park. E fioccano, volontarie, migliaia di sottoscrizioni di gente sconosciuta che paga con la carta di credito per loro mandando il tilt la pizzeria e assicurando la cena gratis a migliaia di persone. Spontaneo e immediato come anche il volume edito da Chiarelettere e scritto da Riccardo Staglianò, «Il reportage dentro la protesta». Insomma, come suggerisce Staglianò, bisogna «concentrarsi sulla sensazione complessiva, e capire se ci conquista».

Collettivo scrittori per il 99% “Occupy Wall Street” (Feltrinelli pp. 220 euro 14,00).
Riccardo Staglianò “Occupy Wall Street’ (Chiarelettere pp. 153 euro 9).

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