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I 99 Posse partono da Bari per “Cattivi guagliuni tour” e ‘O Zulù si racconta

29 Nov 2011 | Nessun Commento | 3.501 Visite
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99 Posse
Ci voleva una sutura per quella brutta ferita lasciata aperta dalla mancanza dei 99 Posse. Cinque anni di assenza e un vuoto nel mezzo della scena rap italiana: un buco colmato con difficoltà dalle nuove leve, capaci di lucidi slanci autoreferenziali ma disinteressati verso le sofferenze della comunità.
Cattivi guagliuni, pubblicato un mese fa, coglie il disagio e la rabbia, la frustrazione e la rinascita del gruppo campano che ridona voce alle periferie dimenticate e convoca al dibattito chi ha patito la diaspora della sinistra. Ma non solo. Coinvolge la collettività orfana di tutela sociale e accusa l’inadeguatezza di governi che si alternano per dare risalto ad un’economia immorale, abile nell’occultare i problemi veri di chi stenta a mandare avanti la baracca.
Una realtà che presenta nodi da sciogliere in rapida successione, che origina dubbi su un sistema rovinoso, che invita a prendere una netta posizione. Tematiche confluite nel nuovo lavoro anticipato dal brano che non lascia adito ad equivoci: i Cattivi guagliuni, quelli condannati senz’appello a rimanere confinati in condizioni de-umanizzanti, sotterrati vivi nelle carceri, estromessi dalla collettività con una sentenza che polverizza amicizie ed affetti, costretti ad abbracciare la non-vita della dipendenza e della violenza. Vicende brutali, ispiratrici di immagini altrettanto forti che il regista Abel Ferrara ha scritto e diretto per l’omonimo video. L’effetto è dirompente, alla stregua del live mozzafiato che domenica sera ha scaldato la platea del Demodè di Bari per l’«anteprima internazionale mondiale» (come la definisce scherzosamente Persico) del Cattivi Guagliuni Tour. Tra vecchia e nuova produzione non mancano feroci contestazioni alla classe dirigente e appelli alla militanza antifascista (Tarantelle pe’ campa’ e Antifa 2.0). Un concerto aperto dalle parole di Resto Umano – dolce dedica all’attivista Vittorio Arrigoni ucciso a Gaza nell’aprile scorso – che evidenzia il lato sensibile di una band nota ai più per i calci sferrati con Curre curre guaglió e Rigurgito antifascista, fotografie di un Paese che stenta a cambiare.
Il palco rivela inalterate spontaneità e passione tanto da amplificare l’effetto esplosivo veicolato dalle parole taglienti di Luca «‘O Zulù» Persico e dal sound meticcio, a metà tra rap e raggamuffin, prodotto da Massimo «JRM» Jovine (basso), Marco «Kaya Pezz8» Messina (campionamenti) e Sacha Ricci (tastiere). Proprio Luca Persico, frontman e anima dei 99Posse, concede a Lsdmagazine un’intervista in cui si ripercorrono i travagli degli ultimi anni, il doloroso scioglimento del gruppo e il risveglio di un uomo nuovo.

99 PosseIl filosofo Jean-Paul Sartre diceva che chi cammina sull’orlo del precipizio non corre tanto il rischio di caderci quanto quello di gettarvisi. Tu, in passato, hai camminato su quello stretto lembo di terra …
… e ci sono caduto dentro.

Ne sei uscito più forte? In che misura queste esperienze hanno cambiato ‘O Zulù?
Ho analizzato tutta la vicenda con l’aiuto di un professionista, uno psichiatra di estrema sinistra con il quale avevo un rapporto politico prima che professionale e abbiamo parlato per qualche anno. Abbiamo raggiunto la conclusione che il mio era un tentativo sempre più evidente a tutti, tranne che a me stesso, di ammazzare Zulù. C’era questa dicotomia tra Luca e Zulù che non riusciva più a coesistere. Zulù diventava sempre più gestito da altri, immaginato da altri. Costringeva Luca ad essere remissivo e ad adeguarsi. Tutto quello che ho fatto, più o meno inconsciamente, serviva ad eliminare Zulù. E non l’ho fatto solo con le droghe. Per prima cosa, da lucido, ho sciolto i 99 Posse: era il segnale che qualcosa non andava. Ma non è servito a niente! Ho realizzato il progetto Al Mukawama dove il nome Zulù non compariva affatto, eppure continuavo ad impersonarlo. Il privilegio di esserlo mi pesava. Mi pesavano anche i fraintendimenti, visto che Zulù è sempre stato un testa di cazzo, un provocatore, un innovatore, un cane sciolto, proprio come ho scritto sulla pelle.
E’ seccante essere scambiato per uno dei grandi protagonisti del dibattito della sinistra internazionale, uno a conoscenza di tutte le cose, uno che non sbaglia mai, un Gramsci, un Togliatti, un Berlinguer … io non sono questo. Ho sempre apprezzato tutte le forme di alterazione mentale, che ho ricercato fin da bambino a volte cadendoci, riprendendomi, più o meno rimanendo sul baratro. Questo sono.
La mia innovazione nella politica napoletana è stata semplice. Prima del mio arrivo i volantini dell’autonomia titolavano: “nell’era della sussunzione reale del lavoro al capitale, quale ruolo per il sottoproletariato urbano nella metropoli del nuovo millenio?”. Dopo il mio arrivo i volantini titolavano: “Mo c’avit rutt ‘u cazz!”.  Il fatto di non essere riconosciuto per quello che ero in qualche maniera mi ha portato a rifiutare il ruolo fino ad infamarlo ed infangarlo nel peggior modo possibile ed immaginabile. Sono andato d’accordo con le parole del Signor Sartre, che non sapevo avesse pronunciato quel pensiero. Da ora in poi me ne approprierò.
Di rimanere sul baratro ne ho fatto la mia dimensione, in passato. Oggi non c’è più questa radicale divisione e Luca e Zulù sono la stessa persona. Zulù è caduto con la faccia a terra davanti a tutti, si è rialzato ed ora cammina lungo un percorso che non consente equivoci.

Durante la vostra assenza chi si è impadronito della vostra scena? C’è stato qualcuno all’altezza?
Più di uno. Il rap nato prevalentemente dalla provincia di Milano, ma anche dalla provincia di Napoli, ci sono i Co’Sang, i Fuossera, i Club Dogo, i Marracash e anche il primo Fabri Fibra più autentico rispetto a quello di oggi che ha capito come va il mercato e ha deciso di sfruttarlo: non è imbecille come vuol far credere ma è sottile, intelligente e furbo, è cresciuto nelle saettelle, come si dice a Napoli (ovvero sotto i tombini). Noi eravamo la periferia politica che si autorappresentava, loro rappresentano scenari da periferia e basta e senza neanche la forza e la consapevolezza di essere un collettivo come lo eravamo noi all’epoca. Da questo punto di vista loro hanno preso quello che noi abbiamo lasciato, trascurando la cultura di sinistra sorta alla fine dei ’60 che noi contribuivamo a divulgare. Chi più si avvicina a questo ruolo, pur essendo tutt’altra cosa, è il Caparezza nazionale al quale ci siamo rivolti per una collaborazione (il brano Tarantelle pe’ campa’, ndt) nel disco. Per freschezza di esposizione, autoironia e uso dell’ironia più ci assomiglia.

Fra dieci o vent’anni che musica farai?
Spero di fare musica per pensionati, musica tranquilla. Qualche mese fa avevo addirittura deciso di aprirmi una tabaccheria: volevo realizzare il punto Rizla (marca di cartine per arrotolare tabacco e altro, ndt) più ricercato della Campania.
In realtà il mio sogno è fare musica per hobby per poterla regalare e poter essere definitivamente slegato da ogni esigenza di mercato. La musica per me è vitale, se non scrivo una canzone, non rilascio un’intervista muoio avvelenato. Mi sento un depuratore che accumula veleno e lo caccia fuori. E io mi purifico con la musica.
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