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Nove domande a Livio Minafra

10 Ott 2009 | Nessun Commento | 3.127 Visite
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Livio-minafraLa Puglia è terra di grandi jazzisti. Il jazz pugliese ha radici lontane, parte dall’immediato dopoguerra dal 1945/1946 in poi. Scrivere una storia del jazz a Bari e fare quindi un elenco dei musicisti pugliesi che sono conosciuti in Italia e all’estero sarebbe troppo lungo, ne parleremo (oh se ne parleremo!) più avanti. Penso che per ora sia cosa buona e giusta partire con l’intervistare i giovani musicisti baresi. Questa intervista è dedicata al nuovo che avanza, diciamo meglio, al magnifico nuovo che avanza. Sto parlando di Livio Minafra, pugliese doc, 27 anni, nato dunque nel 1982. L’anno prima, nel 1981 Liliana Cavani ha terminato di girare LA PELLE il capolavoro di Curzio Malaparte con gli splendidi Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Carlo Giuffrè, Alexander King, Burt Lancaster, Ken Marshall. Sette anni dopo, nel 1989, Rostropovich suonerà il violoncello sulle macerie del muro di Berlino.

Livio Minafra è un giovane musicista, che ritengo di grande eccellenza e di grandi futuribilità. Il suo strumento principale è il pianoforte, ma sono convinto che lui faccia musica con altri strumenti. Ad una domanda banale, generalmente si risponde con una risposta ancora più banale, per cui, se una intervista non è sciccosa, sappiano i lettori che la colpa è sempre e comunque dell’intervistatore. Per sottrarre me stesso ad un destino di banali banalità, affrontiamo, caro Livio, la prima domanda che sarà l’unica dedicata all’ovvietà, lo capirai fra un mucchietto di secondi, che più banale non si può, dopo di che voleremo bene, ognuno nella propria dimensione. Eccoti quindi la prima domanda. Il resto verrà da sé, o meglio da noi.

Il tuo cognome è conosciuto negli ambienti nazionali ed internazionali perché tu sei il diletto figlio di Pino Minafra, trombettista jazz di assoluto valor nazionale e internazionale. Per quel che so, neanche la mamma scherza, nel senso che si muove molto professionalmente nel campo della musica cosiddetta classica. La prima domanda è dunque la seguente: da quando sei nato che musica hai ascoltato?

Musica jazz originale degli amici/colleghi di mio padre (Actis Dato, Trovesi, Han Bennink, B. Tommaso, G. Gaslini..) e musica barocca che interpretava mia madre al clavicembalo. Per il resto la musica per me era conoscere i musicisti, averli in casa e mangiare con loro. La sintesi della loro musica era nel loro essere e non soltanto sul palco. Ed io prendevo nota.

La seconda domanda è ovviamente figlia della prima perché vorrei tu mi raccontassi quando hai cominciato ad ascoltare musica non più “suggerita” dall’ambiente familiare ma cercata e scovata da te. Naturalmente mi interessa conoscere questo secondo tipo di musica della quale ti ho chiesto. Un accenno alla prima però completerebbe il quadro.

Come ti dicevo si trattava di musica e musicisti coi quali mio padre suonava. Il mondo di Antonello Salis, di Mario Schiano, di Louis Sclavis, Evan Parker, Peter Kowald, Sainkho, … Il mondo che in autonomia ho conosciuto è stato invece quello del Rock Progressive, quello di David Byrne, quello del Gregoriano, come pure l’area popolare, balcanica ed elettronica.

Bene l’argomento Minafra’s family è chiuso ed ora parliamo direttamente di te. Che studi hai fatto?

Devi immaginare un binario. Su una linea di ferro la musica classica e quindi il diploma in pianoforte (Bach, Debussy, Longo, Czerny, Ravel, Chopin…) e sull’altra il mondo che avevo visto nel free jazz di Salis Papadimitriou, Antonello Salis, di Sergey Kuryokhin che a Noci nel 1990 durante un concerto fece passare una mucca da sotto il palco… Io il treno in corsa che viaggia per il suo destino.
Un cocktail che decretava il fatto di studiare perché era importante conoscere gli attrezzi dell’officina ma dove però il fine primo ed ultimo era creare col e sul pianoforte, a modo mio, senza scuole dietro se non gli occhi e le orecchie. Mi colpivano tanto le storie di questi grandi che in queste tre domande ho citato. E la musica – troppo velocemente assemblabile nel free jazz – diversa persona/musicista per persona. Capivo che ‘sti tipi intendevano il jazz come modo di essere e non soltanto come il linguaggio della nota blue… Ho fatto anch’io così.

Molto interessante, sei stato fortunato a frequentare questi grandi musicisti contemporanei. A questo punto la mia curiosità è molto forte e devo farti una domanda che potrebbe apparire impertinente, ma penso che ai lettori queste tue indicazioni interesseranno. Nelle prime tre domande tu hai citato il fior fiore dei musicisti internazionali. Mi farebbe piacere se ad ognuno di questi tu aggiungessi un aggettivo ed una delle sue caratteristiche, secondo te, di eccellenza.

Actis Dato (sassofoni e clarinetto basso) – graffiante, l’esagerazione; Gian Luigi Trovesi (clarinetto e sax) – melomane, l’humor ; Han Bennink (batteria) – esplosivo, l’animalità ritmica; B.Tommaso (contrabbasso) – sornione, il senso dell’architettura; G.Gaslini (pianoforte) – intuitivo, le visioni a lungo termine; Antonello Salis (fisarmonica e pianoforte) – naturale, l’energia in persona; Mario Schiano (sax) – affettuoso, macchiettista; Louis Sclavis (clarinetto, sax) – fluido, le idee colte; Evan Parker (sax) – sciamanico, l’esser senza mezze misure; Peter Kowald (contrabbasso) – delicato e pazzo, un’artista come Duchamp ma che suonava il contrabbasso; Sainkho (cantante) – affascinante e misteriosa, lontana; David Byrne (compositore) – non ho mai saputo spiegarmi perché mi piace, ma mi piace; Papadimitriou (pianista greco) – perché trattava il pianoforte come una batteria; Serghey Kuriokhin (compositore) – folle, la totalità dell’arte e della vita.

Mi interessa sapere adesso che suggestioni trovi nel canto gregoriano, nella musica popolare balcanica e nella musica elettronica. Ovviamente non ti chiederò come mai ti interessino argomenti così apparentemente distanti fra loro perché penso che un musicista debba indirizzare le sue curiosità verso qualsiasi genere di musica.

La risposta qui è semplice. Ogni cosa bella desta in me curiosità e voglia di conoscenza. Per me la musica ha profumo, come in cucina un piatto fumante. Il gregoriano è fiato/preghiera che passa dalle gole ed in ambienti di silenzio (i monasteri e le certose) esprime spiritualità e meditazione. La musica balcanica invece ce l’ho a 70 km in linea d’aria (Albania), quindi un po’ mi appartiene. L’elettronica mi affascina perché non so metterci mano e perché – ad esempio – se immagino lo spazio non c’è musica migliore!
Perché se uno ‘si definisce’ jazzista deve vivere nel mondo del jazz? E la curiosità dov’è finita? Per fortuna oramai siamo afflitti tutti da curiosità!

Tu hai già al tuo attivo tue composizioni, che personalmente trovo molto interessanti, quindi secondo me hai abbastanza titoli per potermi dare qualche chiarimento sulla situazione in Italia dei giovani compositori. Voglio essere più preciso e fare delle distinzioni che però non vorrei fare: nel campo della musica classica trovi degli esempi interessanti? Nel campo della musica jazz trovi degli esempi altrettanto interessanti? O forse, secondo te la divisione fra musica classica e musica jazz non dovrebbe più esistere? Personalmente propendo per questa ultima ipotesi. Se così finalmente fosse potremmo dire che il nuovo sta veramente avanzando. Che mi dici al riguardo?

Intanto la divisione in generi è stata un’esigenza delle case discografiche dagli anni ‘50. Però è vero anche che col tempo si sono creati generi e si sono inventati solchi affini.
Oggi assisto – personalmente – alla progressiva caduta dei generi in favore della ascesa delle personalità. Mentre l’inflazione musicale ed il ripetersi colpiscono ancora, stanno venendo fuori dei tipi di grande carattere che di solito hanno un gusto personale di far musica: Capossela, Sakamoto, Caparezza.. per fare un esempio non jazzistico. Non è più importante il genere ma chi sei e come lo racconti. Non è il traguardo essere bravi tecnicamente ma solo un accessore oggi. Per me è importante avvertire la provenienza nella musica e per me è diventato divertente mescolare gli elementi delle culture della mia terra, come un faro che si gira intorno e fa luce a pezzettini sul mare.
Per quanto riguarda il campo classico e jazzistico nuovo non ho grande conoscenza attuale anche perché sono 4 anni che vivo in campagna e sono privo di Adsl. Quindi mi mancano le navigazioni su youtube ogni qualvolta sentivo parlare di nomi nuovi. In generale avverto però ancora fossilizzazioni su stili, o grandi musicisti e molto di rado focalizzazioni e studio della propria creatività. Come se per esser creativi devi conoscere prima tutto. Secondo me la creatività è una esigenza fisiologica. Si fa e basta. Quello che esce poi col tempo o gli anni lo si affina e migliora. Allo stesso tempo si studiano autori o cose. Ho visto troppe volte amici che hanno studiato fino ai 30 anni dicendo che prima di creare bisognava conoscere e studiare, risultato non riescono a scrivere. La creatività va coltivata sempre, anche se si è ignoranti della musica. Anzi, meglio. La si può esplorare con fantasia. Per il resto lo studio e lo studio dei grandi sono come conoscere a menadito l’attrezzeria da usare per le proprie creazioni. Non il fine. Il fine siamo noi, le nostre fantasie. Ognuno ce l’ha. La difficoltà è riconoscerla, coltivarla e crederci. D’altronde perché i grandi sono grandi (Duke Ellington, Pink Floyd, Bob Marley….)? Perché hanno seguito le loro idee. Se invece ci convinciamo che i grandi sono grandi e noi siamo piccoli e non possiamo inventare più niente ci poniamo noi stessi dei limiti e la musica muore d’emulo.

Mi hai detto che vivi in campagna, ovviamente non starai facendo l’eremita, ma la scelta di non vivere in una grande e caotica città mi fa pensare ad una celebre frase del grande Paul Klee che amava dire che per produrre qualità bisogna essere nudi e soli in stadi produttivi. Mi pare che tu sia in una fase del genere, salvando naturalmente la tua personalissima vita privata. Che mi dici al riguardo?

In realtà sono i miei che vivono in campagna. Io fino a qualche giorno fa ero con loro, poi mi sono sposato, il 25 settembre. Ora vivo a 7 km da loro a Ruvo, la nostra città d’origine. A me piace girare e vedere metropoli dove il respiro si fa veloce e sinaptico ma la mia musica, il mio essere, la mia pancia, i miei occhi vivono di Sud e del mio paesino. E’ una condizione spirituale. E poi le sto tentando tutte per rimanere qui. Già non trovo più un sacco di amici.. Siamo in pochi.. Ma alcuni stanno tornando.. E poi l’aeroporto di Bari è vicino e tra Ryanair e Easyjet siamo vicini a tutti. La vita m’ha fatto nascere qui. Per ora suono altrove, anche dall’altra parte del mondo, ma poi torno a casa, tra l’odore di braciere, tra le pietre, l’odore di mosto che per esempio in questo periodo pervade il mio paese… Ne ho bisogno. Le mie radici da cui parte e torna il mio viaggio.

Parliamo della cosiddetta musica classica. All’oggi, se togliamo i grandi direttori d’orchestra italiani che ormai hanno superato la sessantina, fra i giovani direttori emergenti ti senti di indicarmi qualche nome nuovo che nel futuro prossimo venturo secondo te farà faville?

Debbo confessarti di non conoscere molto nel panorama. So di Roberto Abbado, anima nobile della direzione d’orchestra. E penso anche al mio conterraneo Fabio Mastrangelo, che sta facendo bene con la sua bacchetta. Per il resto siamo terra d’artisti. Il futuro se farà faville? Ormai mi sono imposto ottimismo. So che la musica classica si rialzerà in piedi e tornerà a creare, metterà anche teatralità e frutta in scena. Anzi, un giorno non esisteranno più i generi ma la gente, le personalità.

Ed ora dopo averti intrigato con domande riguardanti altri musicisti ed altri generi, una domanda diretta e personale. Stai lavorando intorno a qualche tua idea? Se non sono troppo indiscreto mi diresti cosa stai facendo bollire in pentola?

Ho vinto il Top Jazz da solo nella sezione Nuovi Talenti. E’ come fare un record del mondo gareggiando da solo e senza altri antagonisti. Da solo perché ho vinto con un piano solo e non con una formazione. Ora la mia sfida è un gruppo. Di solito ci si fa strada con un gruppo ed alla maturità (verso la quarantina) si fa un solo. Io ho iniziato in solo e presto giungerò alla maturità con un mio gruppo. A me è tutto al contrario. Da figlio unico ho vissuto naturalmente la dimensione solitaria ed invece ero immaturo nella relazione con gli altri nonché la formazione di un nuovo gruppo. Ora ci siamo. A Cagliari, all’Expo, il 21 novembre nasce il mio quartetto composto oltre che da me da: Domenico Caliri alla chitarra (già apprezzato con Rava) e Fabrizio Scarafile (sax tenore e soprano) e Maurizio Lampugnani (percussioni), straordinari talenti della mia terra (la Puglia) con i quali spero di attivare dei giochi in musica profondi e volanti. Saranno mie composizioni, strane e cangianti come il piano solo. E comunque roba nuova.
Last but not least la MinAfric Orchestra fifty/fifty con mio padre. Registreremo un cd nel 2010. Ne sentirete di Arlecchinate ancora.

La foto è di D.Talajic

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