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Nothing’s Gonna Change the Way You Feel About Me Now, il quarto disco di Justin Townes Earle

22 Apr 2012 | Nessun Commento | 1.732 Visite
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Justin Townes EarleQuattro giorni, una chiesa, un manipolo di musicisti e Nothing’s Gonna Change the Way You Feel About Me Now è pronto. Rintanatosi tra le montagne del Nord Carolina, ad Asheville, Justin Townes Earle realizza il suo quarto disco con la collaborazione di Skylar Wilson, già produttore del precedente Harlem River Blues.
Poche ore di produzione nel tempio di culto riconvertito in sala d’incisione per cucire pezzi di cuore, schegge di vita, scorci di inquietudine e bozzetti di un’America ancora rurale e tutto sommato innocente. Classico esempio di singer-songwriter, Earle jr. realizza un lavoro spontaneo che intreccia barlumi di originalità a salde radici di american music, rivelando tradizione e testi introspettivi che spesso sfociano nell’autocommiserazione.

Un senso di inadeguatezza corrode i versi, sono tarli che infestano gran parte delle ammissioni di Earle. La vista corretta da un paio di occhialoni e lo sguardo punta su incomprensione, disillusione e solitudine, la sua solitudine, quella che in Am I That Lonely Tonight? presenta caratteri autobiografici (l’incipit è rivolto al più noto degli Earle, suo padre Steve). Per quanto possibile, è attorno al country e a certo soul che girano le dinamiche del disco. Scelta convincente per Look the Other Way che incrocia chitarre sudiste e arrangiamenti di fiati tanto essenziali quanto efficaci. Nessuna sovraincisione, suonato live in studio, Nothing’s Gonna Change the Way You Feel About Me Now ricomprende generi diversi che si integrano o si alternano nelle dieci tracce. Il rock’n’roll più puro – quello con chitarra, contrabbasso, ottoni in bella evidenza e pianoforte da lupanare – porta in dote Baby’s Got a Bad Idea, intervallo vivace tra la malinconica title track e Maria, storia dai contorni tormentati.

Attualmente in fissa per la sua nuova residenza, New York, Earle dedica la notturna Lower East Side a Manhattan, prendendo a prestito dallo Springsteen degli esordi il taglio compositivo romantico ed estatico.
Citazione stilistica che si ripete in Unfortunately Anna, una short story imperniata sulla fuga da una realtà claustrofobica, condizione che impone alla protagonista di voltare pagina una volta per tutte. Il viaggio è la metafora preferita dai cantori popolari e Justin Townes Earle relega in mitici frame on the road chi è riuscito a riscuotere solo sfortuna e chi ha incassato miseri premi di consolazione. Al country di Movin’ On il compito di constatare che “provare ad andare avanti”, non rinunciare alla ricerca della propria strada, è ancora la miglior cura all’insoddisfazione. In fondo, quella stretta striscia d’asfalto può sempre portare in un posto migliore. Justine Townes Earle consegna al pubblico un album istintivo e degno di nota, non un capolavoro, ma un onesto esempio di american roots music.
[wp_youtube]WF6xMpHlgEk&feature=youtu.be[/wp_youtube]

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