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Non invecchia mai “Il mercante di Venezia” e convince l’opera con Giorgio Albertazzi al Teatro Nestor di Frosinone

24 Mar 2015 | Nessun Commento | 1.245 Visite
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imagesDopo che il sipario del Tetro Comunale Nestor è calato sulla vicenda dello psichiatra ebreo Freud (Il Visitatore), un altro semita fa il suo ingresso in palcoscenico,, ShylockGiorgio Albertazzi ne “Il mercante di Venezia” di  W. Shakespeare. La società inglese in epoca elisabettiana venne sovente descritta come«ebreofobica» e il teatro non era da meno, gli ebrei erano  spesso presentati molto sarcasticamente come caricature, con nasi adunchi e parrucche scarlatte, venendo addirittura descritti come «avidi usurai». Shakespeare, nella stesura della sua tragi-commedia (tra il 1596 e il 1598) prosegue in questa tradizione  tant’è che  anche la Germania nazista si avvalse di Shylock per mettere in atto la sua feroce propaganda, trasmettendola via radio immediatamente dopo la Notte dei cristalli.

Il nobile veneziano Bassanio ( Francesco Maccarinelli)  chiede all’amico Antonio (Franco Castellano), ricco mercante di Venezia, 3000 ducati per corteggiare degnamente la ricca Porzia ( Stefania Masala). Antonio si fa prestare il denaro dall’usuraio ebreo Shylock (Giorgio Albertazzi) che pretende come obbligazione, se la somma non sarà pagata il giorno fissato, il diritto di prendere una libbra di carne sul corpo di Antonio. Bassanio accompagnato dall’amico Graziano ( Diego Maiello), ottiene la mano di Porzia superando una prova stabilita dal padre di lei. Graziano sposa Nerissa (Vanina Marina) ancella di Porzia. Intanto Jessica ( Ivana Lotito), figlia di Shylock è fuggita con il cristiano Lorenzo ( Simone Vaio), sottraendo denaro al padre, che la disereda. Arriva la notizia che le navi di Antonio hanno fatto naufragio e che non ha pagato il debito alla sua scadenza. Shylock pretende la libbra di carne. Porzia travestita da avvocato perora la causa di Antonio davanti al doge ( Paolo Trevisi), dimostrando che Shylock ha diritto alla carne ma senza che sia versata una sola goccia di sangue, se non vuole essere giustiziato per attentato alla vita di un veneziano. Il doge grazia Shylock ma confisca i suoi beni, che sono divisi tra Antonio e lo stato veneziano. Antonio rinuncia alla sua parte a condizione che Shylock si faccia cristiano e leghi i suoi beni a Lorenzo e Jessica. Le navi di Antonio compaiono, miracolosamente, in porto senza danni. Tutti hanno un finale lieto tranne l’ebreo, vero sconfitto della vicenda, egli ha perso tutto: i suoi beni materiali, l’amore della figlia e anche la spensierata gioventù degli altri personaggi che lo affiancano, ma non ha perso la fedeltà del suo servo Job, interpretato da una bravissima e “giullaresca”Cristina Chinaglia unica a recitare con accento veneziano come nella tradizione delle maschere della Commedia dell’Arte. Nei suoi drammi S. ha scandagliato, come pochi, la psicologia umana  nella sua varietà e complessità, i problemi morali, le anomalie della mente, attraversando sia in prosa che in versi  l’amore (passione disperata in Otello, passione sensuale in Romeo e Giulietta), la lotta per il potere, la morte, il carattere illusorio e la fugacità della vita, la precarietà dell’esistenza. Lo spettacolo di questa sera ha evidenziato tutti questi contrasti e i due protagonisti, Shylock e Antonio, sono gli opposti di una stessa medaglia : avarizia e generosità,  crudeltà e amore, anche se la “crudeltà” di Shylock-Albertazzi  ha sfumature di comica simpatia, egli, in fondo, è costretto ad interpretare un ruolo che una società antisemita  gli ha imposto e la sua accusa è vibrante: « Non ha occhi un ebreo? Non ha mani, organi, statura, sensi, affetti, passioni? Non si nutre anche lui di cibo? Non sente anche lui le ferite? Non è soggetto anche lui ai malanni e sanato dalle medicine, scaldato e gelato anche lui dall’estate e dall’inverno come un cristiano? Se ci pungete non diamo sangue, noi? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate non moriamo? » Il  mondo è un palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parteè la battuta chiave della commedia e fa capire quanto sia moderno il pensiero di Shakespeare e sempre attuale. Una  scenografia essenziale, ma non per questo priva di suggestioni , affidata ad un grande ponte (simbolo di Venezia) e alla luce ,proiettata su un telo di fondo,  che nel suo mutamento di colori ha scandito le ore del giorno e della notte (gioventù e vecchiaia) oltre agli stati d’animo dei protagonisti . Una regia  (Giancarlo Marinelli) moderna per una storia senza limiti spazio- temporale che ha esaltato la bravura di tutti gli attori, Franco Castellano, in primis, nel suo tenero e rassegnato Antonio. Il pubblico numeroso ha ringraziato con una standing ovation, doverosa per tutti, ma principalmente per il “Grande Vecchio” del Teatro italiano che ha salutato con un commovente bacio la fine di una serata che verrà ricordata a lungo.

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