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NewSD. Bossi: il dito medio che non perdona

21 Lug 2008 | 2 Commenti | 7.690 Visite
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Umberto mostra il luogo dove risiede il suo cervello

Lo definiscono vulcanico, duro e puro, senza nessun rispetto per le convenienze, determinato e vicino alle esigenze del suo popolo… Per noi non è nulla di tutto ciò, ma non possiamo dire ciò che davvero pensiamo di lui, tanto per non incorrere in denuncie di diffamazione e comunque per non abbassarci al suo livello (cosa del resto impossibile vista la profondità della depressione che egli rappresenta). Ci limitiamo semplicemente a dire che egli è uno dei cancri del nostro Paese, se non avete ancora capito di chi sto parlando vi farò un disegno: la faccia deformata da un ictus, la giacca unta e bisunta, una squallida cravatta verde, il dito medio levato verso la nostra bandiera mentre suona l’inno di Mameli.

 No, non sto parlando di un diabolico personaggio come quelli creati dalla penna di Bulgakov, è reale purtroppo più di quanto ciascuno di noi non vorrebbe: si chiama Umberto Bossi e da anni suona sempre la stessa musica che per ritornello fa: federalismo!
E «dopo il federalismo bisogna passare anche alla riforma della scuola. Non possiamo più lasciare martoriare i nostri figli da gente che non viene dal nord. Il problema della scuola è molto sentito perchè tocca tutte le famiglie» dice Bossi. «La Padania ormai è nel cuore di tutti. Noi ai bambini la insegnamo fin da quando nascono, insegnamo loro che non siamo schiavi e non lo siamo mai stati», sottolinea il Senatur spiegando che sul fronte della scuola «tutto quello che dico è la verità. Un nostro ragazzo (suo figlio Renzo ndr) è stato “bastonato” agli esami perchè aveva portato una tesina su Carlo Cattaneo».

Il doge Enrico Dandolo sul trono di Costantinopoli

Oppure magari quella tesina non era niente di che? I dubbi sulle capacità di intendere la cultura da parte dei leghisti sono forti e a renderli più consistenti l’intervento della parlamentare leghista Paola Goisis, della commissione Cultura della Camera, che sul fronte della scuola rilancia: «Gli studenti italiani sanno tutti i sette re di Roma ma non sanno neppure un nome di un doge della Repubblica Serenissima». Bè, non è che i dogi fossero soltanto sette, in mille anni di storia se ne sono succeduti ben 120; io ricordo, tuttavia, un doge di Venezia in particolare, tale Enrico Dandolo che all’inizio del ‘200 convinse i crociati della spedizione promossa da Innocenzo III ad accantonare la lotta ai musulmani per conquistare l’impero “cristano” bizantino e perseguire gli interessi economici della Serenissima. Un veneto di cui l’Umberto sarebbe decisamente poco fiero, se lo conoscesse: abbandonare la lotta ai musulmani!? che eresia!. La Goisis non contenta aggiunge: «dopo trent’anni di scuola di sinistra, di esami di sinistra, di professori di sinistra, di presidi di sinistra i nostri ragazzi sono disorientati. I nostri studenti hanno bisogno di essere guidati da un conquistatore come Umberto Bossi. E non è possibile che vengano professori da ogni parte a togliere il lavoro agli insegnanti del nord. Loro vogliono sentir parlare solo di Pirandello e Sciascia e non di un federalista come Carlo Cattaneo».
Con tutto il rispetto per Cattaneo, a noi pare che se qualcuno volesse azzardare un paragone, lo stesso sarebbe schiacciante a favore dei romanzieri su citati, dopotutto la rilevanza donata dalla lega all’intellettuale lombardo si deve soltanto al fatto che fosse sostenitore del federalismo -naturalmente in circostanze storiche sociali e politiche assolutamente diverse-, e non al fatto che fosse uno strenuo patirota italiano, fondatore anch’egli dei valori rappresentati dal tricolore e dall’inno di Mameli. Si tratta ancora una volta di polemiche populiste e senza nessun fondamento: al nord numerosissime solo le cattedre vacanti e pochi i professori autoctoni, perciò è fin troppo ovvio che le lacune vengano colmate da professori del sud, i quali, a loro volta, abbandonano con dispiacere la loro terra.
E tutto questo per un voto basso preso dal figlio di Bossi! Non resta dunque che tirare un bel sospiro di sollievo visto che Piersilvio ha terminato la scuola da un bel pezzo…

Renzo Bossi

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2 commenti

  1. Pippo's GravatarPippo
    30 Luglio 2008 at 10:12 | Permalink

    roma ladrona roma ladrona……ma da roma mica se ne vanno! mai rinunciato a candidarsi, mai rinunciato a farsi eleggere, mai una proposta di spostare,chessò, il ministero del lavoro nella loro milano……ma i ladroni chi sono?

  2. Pippo's GravatarPippo
    30 Luglio 2008 at 10:16 | Permalink

    volevo lasciare, cosi per curiosità, un articoletto apparso su ‘la stampa’ di qualche giorno fa:
    Cuore di babbo sa tutto: se il suo ragazzo crolla, la colpa è
    della storia. Non tanto della materia – magari anche – ma
    specialmente della povera storia nostra, dell’Unità d’Italia
    imposta e vessatrice. La Padania versa uova d’oro a Roma
    ladrona, e ne riceve insegnanti meridionali.

    Insegnanti che tutto conoscono di Luigi Pirandello e nulla di
    Carlo Cattaneo; chi si ribella, muore. I nostri giovani, per
    esempio, dice Umberto Bossi. Uno osò, giustappunto, presentare
    all’esame di maturità una tesina sul gran federalista, e ne
    guadagnò una bocciatura. Quell’uno è Renzo, figlio di Bossi,
    al secondo fallimento consecutivo. Per quest’anno ha redatto
    uno studio titolato su «La valorizzazione romantica
    dell’appartenenza e delle identità». Non era un somaro,
    sostiene Bossi, ma una vittima del centralismo.

    Renzo non si affligga. Ha un ottimo avvocato, e non sempre la
    scuola sa misurare la gente d’ingegno. L’esempio più illustre,
    il giovanotto l’ha in casa. La carriera da studente del padre
    è qualcosa di spettacolare. Frequentò le medie e si iscrisse
    allo “Stanislao Cannizzaro” di Rho, istituto tecnico per
    periti chimici. Sono gli anni in cui – come scrisse
    Gianantonio Stella in «Tribù» – Bossi si allontanò dall’etica
    severa dei genitori e dalla weltanschauung del mondo agricolo.
    Anni da scapestrato e donnaiolo. Tanto è vero che non si
    diplomò. Ma siccome i ciuchi finiscono in catene, Bossi non
    abbandonò l’idea di scalare le vette del sapere: «La prima
    tappa della mia marcia d’avvicinamento alla cultura fu la
    scuola Radio Elettra di Torino».

    La tappa determinante fu la successiva: venticinquenne, si
    iscrisse a una scuola privata, e quasi trentenne intascò il
    diploma scientifico. Non soddisfatto, Bossi provò a diventar
    dottore, e si cimentò nei corsi di Medicina. Nell’aprile del
    1975, l’attempato studente potè infine calzare l’alloro:
    «Decidemmo di sposarci in agosto. In aprile Umberto diede a
    tutti la grande notizia: mi sono laureato, presto avrò un
    impiego come medico. Non facemmo nessuna festa, ma corsi a
    comprargli un regalo, la classica valigetta in pelle marrone»,
    ricordò intervistata da «Oggi» la prima moglie, Gigliola
    Guidali. La qual Gigliola, tempo dopo, fiutò la balla. E
    Umberto, che tutte le mattine usciva di casa destinato allo
    stetoscopio, confessò: «E’ vero, ma è questione di sei mesi.
    Poi sarò dottore».

    I mesi diventarono anni, e sette per la precisione. Trascorsi
    i quali, perduta la moglie causa divorzio, Bossi condusse la
    madre a Pavia per la trionfale discussione della tesi; la
    genitrice, però, attese in auto e le parve sufficiente.
    Insomma, il babbo di Renzo fece prima a guadagnarsi il titolo
    di senatore, nel 1987, quando risultava ancora iscritto
    all’Università. Ma siccome non sono i pezzi di carta a fare la
    caratura, non è in ragione della tormentata avventura
    scolastica se a Bossi capita di sostenere, per esempio, che
    Giulio Cesare fu il primo padano. Le responsabilità risiedono
    nello slancio politico del gran capo nordista, che qualche
    volta evolve in orgasmo oratorio. Gli capitò, infatti, di
    addebitare a Giuseppe Garibaldi la tragica annessione del
    Lombardo-veneto al Regno d’Italia. Ernesto Galli della Loggia
    (ma sarebbe bastato un maestrino qualsiasi, e di qualsiasi
    provenienza) gli fece notare che la faccenda era dipesa dalla
    Prussia, alleata dei Savoia e vincitrice sull’Austria.

    Fa niente. Un inciampo capita a chiunque. Il punto è che la
    famiglia Bossi certe questioni le ha nel sangue. E infatti la
    seconda sposa di Umberto, la calabrese Manuele Marrone, ha
    fondato a Calcinate del Pesce, in provincia di Varese, la
    scuola lombarda «Bosina», che significa «varesina». E’ una
    elementare e media con tutti i crismi, e i programmi seguiti
    sono quelli ministeriali. Ma con un deciso scrupolo
    nell’insegnamento del dialetto e delle tradizioni locali. La
    matematica si chiama etnomatematica, e la pedagogia si chiama
    etnopedagogia. Gli scolari vanno nei boschi a conoscere le
    specie di alberi del varesotto. E quando sono sui banchi,
    studiano la Seconda guerra d’indipendenza, la Prussia e
    Garibaldi.

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