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Nevermind dei Nirvana compie 20 anni. Per omaggiarli 4 cd, dvd ed un booklet

24 Set 2011 | Nessun Commento | 1.654 Visite
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Nevermind dei Nirvana
Esce in questi giorni la nuova edizione di Nevermind. Quattro CD (70 brani per metà inediti), un DVD (live at Paramount) e un corposo booklet (90 pagine) per celebrare i vent’anni di una pietra miliare del rock. Il più noto album dei Nirvana, originariamente pubblicato nel 1991, è stato fulmine inceneritore di una gerarchia musicale consolidata. Ha inciso una nuova norma, chiara e inviolabile, sulla tavola dei comandamenti rock: distruggi la tavola dei comandamenti.

E’ rivoluzione! Testi, musiche e persino look di Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl mettono in fila adepti, conquistano media, catturano pubblico e critica. Nevermind catalizza il simultaneo interesse di giovani lontani da eminenti centri urbani zeppi di vita e da ragazzi discriminati dall’american way of life opulento e ingannevole. Per questi emarginati, solitudine, senso di smarrimento e di estraneità vengono esorcizzati e, almeno in parte, annientati da musica implacabile. I concerti mutano da spettacoli a riti collettivi che individuano nel pogo il modo per scrollarsi di dosso frustrazioni e per affrancarsi dalla rabbia.

Kurt Cobain blinda un intimo pensiero e lo porta alla ribalta: quel nebuloso e persistente desiderio di qualcosa che non esiste e, forse, non può esistere. Nevermind ha quel retrogusto amaro ma rassicurante che deriva dalla quiete di pensieri ristagnanti nella tristezza. Finalmente chi è solo, trova il consenso di altre solitudini. Qualcuno là fuori si contorce e sbraita riflessioni negative con coraggio e autorità. Per dirla alla maniera di Kurt Danielson dei Tad (altro gruppo della scena di Seattle), “il perdente è l’eroe esistenziale degli anni ‘90”.

Il sound della zona di Seattle, più comunemente etichettato come grunge, prende piede alla periferia nord-ovest di una nazione che ha lasciato alla musica l’incarico di relazionare il proprio disagio. Ed è la Sub Pop, indie label nata nella seconda metà degli ’80, a raccogliere stropicciati teenager pronti ad amplificare le voci più timide di una generazione con l’attitudine punk e l’attrazione per l’heavy metal. Uno strano miscuglio che Kurt Cobain definisce “hard rock rallentato”, come dire, tritolo in una mano e coriandoli nell’altra. Tra l’86 e l’89 la Sub Pop ha il merito di attrarre lo sguardo di occhi che fissano, ormai imbambolati, le scene spossate di Los Angeles e New York City. Nel roster della piccolissima casa discografica di Seattle, rientrano i Green River di Gossard e Ament (fondatori, poi, dei Pearl Jam), i Mudhoney di Touch Me I’m Sick (vagito di un nascente movimento) e i debuttanti Nirvana (artefici di Bleach) vento che chiama la tempesta.

Ma è con la Geffen Records che i Nirvana spazzano un lungo elenco di fenomeni da baraccone che troneggia dall’alto della top ten. Tre settimane bastano a Cobain & Co. per incidere Nevermind in un clima di massima libertà, come ha recentemente dichiarato il produttore Butch Vig a Rolling Stone.
Con grandi aspettative, che presto si tramutano in certezze granitiche, l’album finisce nei negozi nel 1991, il 24 settembre. Il 12 del mese successivo è già disco d’oro, mentre il video di Smells Like Teen Spirit spopola su Mtv. In un travolgente incedere – fra tour, interviste e obblighi indesiderati – il gruppo affonda tra le onde della disperazione, incapace di solcare il mare grosso portato dal successo. Tra le band a più alta vocazione indipendente, i Nirvana devono fronteggiare il disagio per una crescente e inattesa celebrità. La rabbia monta, i tre danno vita a concerti brevi e violenti come la loro musica. Sfasciano strumenti sul palco, ma è il loro sogno che più di tutto sta andando in pezzi. In cerca di uno spazio sulla scena rock, i ragazzi trovano l’abbraccio subdolo e soffocante del music-business, non senza dare adito a ipotesi su un atteggiamento ambivalente nei confronti di una popolarità esponenziale.
Minato nella psiche e nel fisico, Cobain abusa e si assoggetta al più celebre analgesico nel mondo musicale: “Ho iniziato a prendere droghe […] Mi alzavo con i crampi allo stomaco […] dolori atroci in continuazione”. L’eroina lenisce i dolori al corpo, ma accresce quelli dell’anima.
L’urlo di Cobain chiama l’adunata di migliaia di ragazzi che non vedono l’ora di poter sputare l’infero che hanno dentro. L’ira di Smells Like Teen Spirit, la docile armonia di Something In The Way, il ritmo isterico di Territorial Pissing e il distintivo chorus di chitarra di Come As You Are segnano le antinomie di un disco che a 20 anni dal debutto suona ancora come un azzardo.

Non meno audace risulta la foto scelta per la copertina. Di notevole impatto visivo, lo scatto di Kirk Weddle amplifica il messaggio alternativo dei Nirvana: ad inseguire la banconota non è un neonato, ma un neoconsumatore che abbocca all’amo lanciato dal capitalismo. Purezza e mercimonio palesano il loro irrisolto dualismo. Nevermind ritorna sul mercato in una nuova veste (una sorta di processo di normalizzazione che, a quanto pare, non prevede eccezioni) esacerbando il conflitto che attanaglia anche il più devoto fan davanti all’amletico dubbio: abboccare o desistere? Sembra uno scherzo del destino. Kurt non c’è più, Krist è poco attivo in ambito musicale e Dave propone mainstream rock. Tutto è cambiato in questi due decenni, solo la vecchia esca svelata da Nevermind conserva la sua funzione.
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