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Nessun dorma: Licia Lanera racconta le sue favole nel Black’s Tales Tour al Teatro Abeliano

21 Dic 2017 | Nessun Commento | 848 Visite
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black_TalesIo la notte non dormo e vorrei che stanotte non dormissi nemmeno tu.(Licia Lanera)

E l’io urlò dal profondo di quell’uomo. Esistono frane interiori. La penetrazione d’una disperata certezza non avviene nell’uomo senza che siano allontanati e spezzati certi elementi fondamentali che sono talvolta l’uomo stesso. Quando giunge a quel grado, il dolore è il “si salvi chi può” di tutte le forze della coscienza. Sono crisi fatali, dalle quali pochi di noi escono immutati e fermi nel loro dovere poiché, quando il limite del dolore è superato, la più imperturbabile virtù rimane sconcertata. (Victor Hugo da “I miserabili”)

Ci sono spettacoli che non andrebbero recensiti, opere del pensiero su cui non si dovrebbe investigare, rappresentazioni che non si dovrebbe nemmeno provare a decodificare, ben sapendo che nascondono trappole infinite, tanto più pericolose quanto più si prefiggano di illuminare con le luci della ribalta angoli bui dell’anima di ogni essere umano, sentieri impervi, cosparsi di ciottoli che feriscono chiunque ci si avventuri, che non dovrebbero mai – e forse mai avrebbero dovuto – essere battuti nè solcati, se non si fosse animati dalla perfetta volontà, come novelli Dante alle prese con un personalissimo viaggio alla (ri)scoperta degli innati gironi infernali, di finalmente comprendere il significato dei nostri incubi ancestrali, delle gabbie – forse dorate – che ci siamo costruiti addosso quasi senza accorgercene e che ora ci impediscono di respirare, di vivere, di mostrarci nudi, liberi, puri.

Ecco, questo è, per noi, “The black’s tales tour”, la nuova produzione teatrale delle Fibre Parallele, la compagnia barese di cui ci siamo professati – su queste stesse telematiche pagine – più che semplici ammiratori, che ha fatto sì che rinnovassimo a Licia Lanera, assoluta ed imprescindibile dea ex machina del gruppo, qui anche nelle vesti di autrice e regista, la nostra incondizionata fiducia, nuovamente eleggendola al ruolo che fu di Virgilio. L’input iniziale della pièce – rileggere cinque fiabe che hanno per protagonista l’universo femminile “spogliate della loro parte edulcorata e consolatoria tipica del mondo dei bambini” (Walt Disney è lontano anni luce) “e presentate in tutta la verità della loro versione autentica” – viene presto tradito e le parole di Hans Christian Andersen e dei fratelli Grimm – lo si capisce immediatamente – altro non sono se non un pre-testo, un modo di raccontare e raccontarsi, di analizzare ed analizzarsi, di confessare e confessarsi, di dire e dirsi ciò che mai si è avuto il coraggio di dire, di materializzare quegli incubi che abbiamo potuto – e dovuto – vivere ad occhi aperti per la manifesta incapacità di abbandonarsi ad un sonno liberatorio con cui, direbbe il buon Amleto, mettere “fine al dolore del cuore e ai mille colpi che la natura della carne ha ereditato”, in quell’“epilogo da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare”.

Se” come auspica Hugo “fosse dato ai nostri occhi terreni di vedere nella coscienza altrui, si giudicherebbe molto più sicuramente un uomo da quel che sogna, che da quel che pensa. Le nostre chimere sono quelle che più ci somigliano, e ciascuno sogna l’ignoto e l’impossibile secondo la propria natura”; ma agli insonni questo privilegio non è dato, perchè nello stato di veglia occorre recuperare i pezzi di vetro – forse proprio quelli dello specchio de “La regina delle nevi”, i cui mille frammenti, dispersi per il mondo, entrano ancora oggi negli occhi e nei cuori degli uomini corrompendo le loro anime – con cui ogni notte ci si taglia il cuore, tentando di metterli insieme in un puzzle indefinito che si decompone al sorgere di ogni giorno per poi riaffiorare e riapparire assieme alle ombre notturne, in quel non luogo in cui i ricordi d’infanzia diventano storie di vita vissuta, in cui la realtà si mescola, fondendovisi, con la fantasia ed i personaggi con le persone, in cui persino si può lasciar (ri)vivere Cenerentola e le sue sorelle, dare voce ad Ariel, muta e suicida per amore, far correre sino allo sfinimento Karen nelle sue amate scarpette rosse, e poi ancora tremare per la spietata malignità della matrigna di Biancaneve e dell’imperscrutabile Regina delle nevi. Eppure – non lasciatevi fuorviare – nessuna di loro è davvero sul palco, nessuna di loro è venuta qui a raccontare la propria storia, nessuna è sortita dal proprio mondo fantastico per metterci in guardia, magari rinunciando alla sua stessa fittizia vita; e – oseremmo dire – non è nemmeno quella creatura furiosa ed aggressiva bardata da Sara Cantarone in corpetto di latex e scarponi militari, quella Lady Gaga della porta accanto, Macbeth e Lady Macbeth in un corpo solo, anch’essa giunta ad uccidere il nostro sonno, angelo nero di disumana umanità (cantata nello splendido brano di Sevdaliza che intona), strega dalle sinuose movenze che ammalia i cuori dei presenti, ad essere la protagonista della serata: quella sul palco è Licia Lanera, la sola che tenti di salvarci dalle nostre stesse oniriche paure, vivendole (o forse rivivendole) per noi, offrendosi quale magnifico capro espiatorio, in un incessante blackout emotivo che non concede alcuna ipotesi di astrazione; non è solo l’artista che tanto amiamo e che qui fa del suo corpo e della sua voce il perfetto strumento per descrivere le passioni delle – per lo più – sfortunate eroine delle fiabe, lasciandosi attraversare se non abitare da loro, ma è la Donna, con le sue ferite laceranti, i suoi solchi, i suoi mostri, i suoi fantasmi, le sue paure, le sue aspettative, “i suoi ricordi, le sue istantanee, i suoi tabù, le sue madonne”, avrebbe detto Gaetano, che non rimpiange niente del suo passato (come canta la divina Edith Piaf sparata dagli altoparlanti) ma, pur tra tentennamenti e tradimenti, ha definitivamente scelto la sua direzione, l’itinerario, la rotta. La sua è una sublime catarsi, una superba seduta psicanalitica, un illuminante rito iniziatico, un percorso di rinascita e riscoperta, un viaggio di caleidoscopica bellezza che è ardita discesa agli inferi dell’umana introspezione ma, anche e soprattutto, sublime risalita “a riveder le stelle”, verso quell’eternità – richiamata in finale di spettacolo con lettere cubitali – che la mente non riesce ancora a concepire ma che è già presente in quello stesso anelito.

Tutto in questa Opera, coprodotta da CO&MA Soc. Coop. Costing & Management, finalmente giunta anche nella patria della Lanera per quattro repliche sold out al Teatro Abeliano nel prestigioso cartellone dell’annuale Stagione dei Teatri di Bari, è perfezione in ascesa: il titolo, che crediamo si fondi su un malcelato gioco di parole con il cognome della protagonista; il manifesto, un’immagine di Licia che ricorda la celeberrima tela “Ophelia” del pittore John Everett Millais (che ci sia uno Shakespeare all’orizzonte?), ma anche, per noi malati di jazz, la copertina di quel capolavoro che è “Undercurrent” di Bill Evans e Jim Hall; la spoglia ma efficace scena di Giorgio Calabrese; il magnifico disegno luci di Martin Palma; la sublime colonna sonora creata dal vivo dal genio musicale di Tommaso “Qzerty” Danisi (cercate la sua playlist dedicata allo spettacolo su Spotify: noi lo abbiamo fatto e ci siamo ispirati a quei brani per la scrittura di questo articolo), anima pulsante dell’intera rappresentazione; e, su tutto, la divina Licia Lanera, che, assistita nella regia dall’ottimo Danilo Giuva, è la padrona unica ed insostituibile di questa performance e di un teatro che non è solo semplice riproduzione ma che, di sera in sera, in una incessante evoluzione, si fa sublime dono ed indispensabile presenza.

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