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Nel gioco del jazz chiude la sua rassegna con la grande tromba di Avishai Cohen

13 Mag 2017 | Nessun Commento | 899 Visite
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nelgiocoC’è una cosa che non ci è chiara: se il fantastico concerto del Quartetto del trombettista Avishai Cohen possa considerarsi per l’Associazione Nel gioco del jazz la chiusura della fortunatissima stagione 2016 / 2017 ovvero l’apertura della nuova rassegna che, come annunciato dalla sempre ottima introduzione del Maestro Roberto Ottaviano, incontrastato deus ex machina, assieme a Donato Romito e Pietro Laera, dell’associazione, avrà proprio nella tromba il suo strumento principe, con il ritorno sui palchi del capoluogo pugliese di nomi di assoluto prestigio come Dave Douglas ed Enrico Rava, che peraltro avevamo applaudito qualche tempo fa proprio in un progetto in comune con lo stesso Cohen. Ebbene, forse né l’una né l’altra, dato che ormai, abituati ad essere spettatori di una serie inarrestabile di concerti di altissima qualita non riusciamo più a cogliere differenze – e tantomeno una qualsivoglia défaillance nei cartelloni che si succedono negli anni, ma ‘solo’ un segno di lodevole continuità nell’opera meritoria delle belle menti che danno vita a questo fiore all’occhiello della programmazione jazz barese, che non vedrà soste nemmeno nella stagione estiva, se è vero come è vero – lo ha annunciato il Maestro Ottaviano tra l’unanime eccitato stupore – che godrà di una magnifica appendice il prossimo 26 luglio quando sul palco del Teatro Petruzzelli salirà il mitico Charles Lloyd con il suo Quartetto.

Avishai Cohen
Tornando allo splendido presente, permetteteci di dedicare una
standing ovation ad una performance emozionante, coinvolgente, strabiliante, di rara bellezza, che ci ha conquistati dalla prima all’ultima nota e che ha letteralmente ipnotizzato il pubblico che assiepava in ogni ordine di posto il Teatro Forma di Bari. Il trombettista israeliano, in perfetta simbiosi con Yonathan Avishai al pianoforte, Yoni Zelnik al contrabbasso e Nasheet Waits alla batteria, ha costruito soprattutto sulle composizioni dei suoi ultimi due cd, i primi con etichetta ECM, il recentissimo “Cross my palm with silver” e lo splendido “Into the silence” dell’anno scorso, la scaletta di un concerto che ha dimostrato ancora una volta, qualora ve ne fosse stato bisogno, che Avishai – da non confondersi con l’omonimo contrabbassista – è ormai molto più della promessa del jazz mondiale che tutti pronosticavamo, grazie alla forza ed alla passione che mette nella sua musica ma, anche e soprattutto, ad una sensibilità davvero unica: è come se abbia ricevuto in dono il talento di avere, nello stesso momento, un orecchio ben aperto sulle lezioni dei grandi – il divino Miles Davis su tutti -, quasi a volerne carpire ogni segreto, e l’altro ben puntato verso il futuro, verso nuove sonorità e terre inesplorate, spinto solo da una smisurata e sconfinata curiosità. Alla guida di un gruppo visibilmente empatico, sostenuto da una sezione ritmica stratosferica, con la batteria di Waits addirittura stellare, e da un pianoforte di sicuro pregio ma risultato un po’ ristretto nel minimalismo sagomato impostogli, Cohen riusciva a sviluppare in modo magistrale il suo sound solenne, emotivo, imponente, ispirato, contemplativo, che definiremmo rapsodico per i riconoscibilissimi richiami alla musica classica (l’album “Into the silence”, dedicato alla memoria del padre, era ispirato alla musica di Rachmaninov), capace di dimostrare una vena da vero band leader, incredibilmente altruista quando lasciava che fossero i suoi compagni a guadagnarsi le luci della ribalta anche per lunghissimi minuti, ma anche e soprattutto di toccare vette inesplorate con la sua tromba, conquistando anche il più distratto degli ascoltatori che, con questi presupposti, si ritrovava nel mezzo di un infinito work in progress, di una inarrestabile elaborazione ed espansione di un flusso continuo di idee, non potendo evitare di esserne attraversato e divenendone, infine, parte integrante.

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