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Nekrosius torna a Bari con l’Idiota di Dostoevskij per il Teatro Pubblico Pugliese

17 Nov 2011 | Nessun Commento | 2.120 Visite
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Idiota
Il ritorno di Eimuntas Nekrosius a Bari, dopo la straordinaria messa in scena di “Anna Karenina” e allestito nel febbraio 2008 al Piccinni, è nuovamente all’insegna di un capolavoro della letteratura russa. Il regista lituano, classe 1952, mette in scena questa volta “Idiotas”, uno spettacolo tratto da uno dei grandi romanzi di Dostoevskij, e le sorprese non mancano. Certo, rispetto all’allestimento di Anna Karenina, ci sono delle differenze, che alcuni rappresentanti del pubblico in sala durante uno dei tre intervalli non mancano di mettere in evidenza nel raccontarmi le proprie impressioni. Lo spettacolo è in lingua lettone, con i sopratitoli, ma seguire contemporaneamente i veloci dialoghi dostoevskiani in traduzione e i movimenti degli attori sulla scena non è cosa facile, soprattutto per lo spettatore non abituato a uno spettacolo di più di cinque ore. Rispetto ad Anna Karenina, poi, la messa in scena sembrerebbe meno fantasiosa, più scarna è la scenografia, mentre il testo riadattato dal regista si sofferma sulle principali vicende del romanzo, ma non fa menzione di alcuni altri personaggi fondamentali, come il buffone Lebedev e i nichilisti che a casa di quest’ultimo nell’originale mettono in difficoltà il principe Myškin. Ma queste sono solo alcune note a margine di uno spettacolo che a mio avviso rivela una grandiosità e un’eleganza rare nel teatro contemporaneo, soprattutto quando si tratta di adattamenti da opere russe. I quattro atti dello spettacolo si concentrano in particolare sui rapporti incrociati tra Nastas’ja Filippovna, Aglaja, il principe Myškin e Rogožin. Nastas’ja è divisa tra i due pretendenti, ma in fondo ama il principe per la sua purezza, che tuttavia teme di rovinare con la propria presenza, che reputa impura. Rogožin invece ama Nastas’ja di un amore che confina con il possesso, ma la perde più volte, mentre lei insegue combattuta l’idiota e, pur essendo da lui riamata, lo abbandona davanti all’altare convinta di non esserne all’altezza. Nastas’ja pensa che potrebbe essere Aglaja a rendere felice il principe Myškin, così in un certo senso la spinge verso di lui, ma il pensiero di perderlo, di consegnarlo a questa contendente con cui pure ha un rapporto ambiguo di amore e odio, è lacerante. Insomma, le fratture interiori dei personaggi creati da Dostoevskij si articolano sul palco con un’intensità indescrivibile, che spinge alla commozione, resa fluida dal sottofondo musicale che ricorda una barca silenziosa in un mare in tempesta. Come nello spettacolo tratto da Anna Karenina, gli attori saltano, strepitano, scappano, strisciano (quasi fossero incollati alla terra), si muovono talora come congegni meccanici (ad evocare a mio avviso i dettami della biomeccanica di Mejerchol’d), in preda a passioni che li travolgono e sovvertono ogni equilibrio interiore e esteriore: Ivolgin urla sempre in preda all’ebbrezza, le due figlie del generale Epančin (nel romanzo sono tre) vivono una continua euforia, il pretendente Ganja, falso viscido e attaccato al denaro, sembra muoversi, anche e soprattutto lui, come un animale strisciante, Rogožin non contiene le sue passioni e usa sempre le mani, la generalessa continua a distribuire baci e carezze. E poi Nastas’ja Filippovna: l’attrice che la interpreta, con i suoi improvvisi e opposti cambi di umore, con il nero del suo vestito lungo opposto al bianco dei suoi travestimenti, rende alla perfezione la frattura interiore di questa donna, bella e misteriosa, come sublime e terribile è il suo ritratto che il principe, Rogožin e Ganja si passano di mano in mano all’inizio dello spettacolo. E infine l’idiota Myškin, anche lui interpretato con eccezionale bravura, trasmette veramente quella immagine di uomo trasparente, puro, “bianco”, lontano dai calcoli abietti dei compratori di sentimenti, quell’immagine di Cristo che Dostoevskij stesso rincorse così faticosamente nell’elaborazione del romanzo. Nell’invenzione di Nekrosius, tutti questi personaggi si incrociano bruscamente, guidati da una musica di sottofondo che è continua, che al tempo stesso appaga e trasmette paura e mistero.

Al centro della scena le due ante divisibili di una grande porta sospesa: tutti i personaggi entrano ed escono da lì, vivono due vite, due dimensioni, due tempi, fino a quando non si incontrano (o meglio scontrano) nelle scene collettive del salotto. Come quella, indimenticabile, del denaro nel fuoco, in cui l’ambiente diventa d’improvviso un inferno in cui volano incitamenti e monete, mentre alle urla di Nastas’ja e Ferdyšenko soccombono Ganja e la sua meschina attrazione per la protagonista. E che dire di una delle ultime scene, quella in cui la stessa Nastas’ja percepisce la propria condanna dopo aver plagiato inutilmente Aglaja, implora Rogožin: “portami via, portami via, via!” (dalla corruzione del proprio spirito, dalle proprie paure, dalla propria condanna), mentre uno specchio rotondo simbolicamente vola attorno a lei disegnando un cerchio che chiude il suo destino, prima che lo stesso pretendente sconfitto, che non può più salvarla, la uccida definitivamente. L’emozione è il perno del teatro di Nekrosius, o la vivi completamente oppure ne resti fuori, non c’è mediazione, è un’emozione fortissima, viva, continua, la trovi nelle capriole ingombranti di Rogožin, nelle ammissioni disperate di Aglaja, nella disarmante verità che sta sulla bocca del principe, nel destino infausto che ottunde il cuore di Nastas’ja. Grazie all’emozione, anzi all’Emozione, ci si può dimenticare di essere davanti a personaggi di un secolo e mezzo fa, ma sentirne piuttosto la modernità, ritrovarsi spettatore partecipante in questa favola dalle tinte fosche, ma dagli improvvisi lampi di luce.

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