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“Morire come schiavi”: il libro inchiesta di Enrica Simonetti sul caporalato. Intervista all’autrice

17 Lug 2017 | Nessun Commento | 1.228 Visite
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mcs1Siamo qui a raccontare una tragedia che non è sola, una vita che appartiene a migliaia di lavoratori come Paola: donne, immigrati, persone che ogni notte hanno un ‘capo’ che li porta nei campi su un pullmino, attraversando chilometri di strade piene di curve e vuote di umanità

[Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato]

Paola Clemente ed Enrica Simonetti sono due donne del sud Italia, il cui destino si è incrociato per un caso fortuito e tragico. La prima, bracciante agricola ennesima vittima di un sistema disumano viziato da un caporalato che continua a commettere abusi e a mietere morte. La seconda, autrice e capo servizio spettacoli della Gazzetta del Mezzogiorno. Due braccia prestate ai campi, due braccia prestate all’informazione. È da un caso che nasce il loro incontro, è per scelta che la Simonetti decide di partire per un viaggio che la porti a comprendere meglio quel fenomeno del caporalato, retaggio di un Medioevo che continua a vivere nei campi di tutta Italia, nonostante oggi gli sfruttatori indossino giacca e cravatta e l’informazione si faccia sugli smartphone. Un’inchiesta riportata nero su bianco tra le pagine di “Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato”, il testo pubblicato quest’anno dalla reporter pugliese.

La storia di Paola Clemente riporta Enrica Simonetti sulla terraferma. Non più orizzonti verso cui spingere lo sguardo sotto la luce dei fari delle coste italiane, a cui la giornalista ha dedicato i suoi primi tre libri, ma i campi aridi infuocati dal sole sui quali sudano in condizioni precarie migliaia di lavoratori sottopagati e sfruttati al limite delle loro condizioni fisiche. Italiani ed immigrati perché, come ricorda la giornalista, si tratta di un fenomeno che non conosce etnia né geografia. Una scrittura fluida che permette al lettore di seguire, passo dopo passo, il viaggio compiuto dalla Simonetti dal punto di vista della cronista, avvicinandosi come lei gradualmente al delicato argomento.

Sullo sfondo una società miope ed indifferente, immortalata dalla penna della Simonetti inmcs tutta la sua impermeabilità alle vicende che sfiorano per un attimo le esistenze di ognuno per poi ripiombare nell’oblio. A partire da quel cinico “circo” dell’informazione che “vende notizie” e non conosce più etica. La Simonetti, però, non ci sta. Va oltre i limiti delle battute dell’articolo di giornale e sceglie di indagare, decidendo di assumersi le sue responsabilità come giornalista: fare informazione e andare a caccia della verità per ridare giustizia e fare chiarezza sulle vicende di Paola Clemente, Arcangelo De Marco, Ioan Puscasu ma anche alle altre vittime delle morti bianche consumate tra fabbriche e cisterne. La reporter li cita tutti per nome ridando ad ogni ‘martire’ la sua dignità, in un universo in cui a farla da padrone è un atteggiamento diffuso di deresponsabilizzazione.

La partecipata manifestazione contro il caporalato tenutasi a Bari lo scorso 25 giugno lascerebbe spazio alla speranza che si possa smettere di “morire per una calata di pane”. C’è ancora molta strada da percorrere, però, in questa dura battaglia per i diritti civili. Abbiamo contattato Enrica Simonetti per scoprire qualcosa in più sulla sua inchiesta. Questo è quanto ci ha rivelato sul suo viaggio “in the fields” e su come sia nato “Morire come schiavi”.

Enrica, “Morire come schiavi” scava nella piaga del caporalato. Nel testo sembra che, quasi inevitabilmente, l’oggettività del cronista ceda a volte il passo ad una scrittura “di pancia”. Quali sono state le ragioni che ti hanno convinta, come giornalista ma ancor prima come donna, ad affrontare questo viaggio attraverso i lati più oscuri delle nostre dinamiche sociali?

Sono stata spinta dalla voglia di approfondire. Viviamo un mondo “frettoloso” in cui una notizia invecchia in poche ore e spesso ci manca il senso complessivo delle cose. Ecco perché ho fatto una scelta – apparentemente causale – di mettere a fuoco la tragedia della morte di Paola Clemente, una bracciante stroncata dal lavoro nei campi per guadagnare pochi euro: mi sembrava una storia sconcertante, da Medioevo, avvenuta a pochi passi da noi e ho pensato che decenni e decenni di convegni e parole sul caporalato non sono riusciti a cambiare nulla. La crisi ci fa accettare di tutto e chi finisce a lavorare nei campi è spinto dallo stesso bisogno di chi va da laureato a lavorare in un call center… Vite diverse ma icone dello stesso Tempo… .

Paola Clemente ma anche Arcangelo De Marco e tante altri che sono stati – e continuano ad essere – vittime di questo sistema di abusi che non conosce “né etnia, né luoghi precisi”. Come si combatte il caporalato e l’indifferenza e “miopia” della società?

mcs3Nel libro si viaggia in auto tra luci e ombre dei nostri campi: un percorso nella Grande Bellezza della campagna pugliese e nell’orrore delle sue piaghe irrisolte, negli abusi, nello schiavismo. Il mondo agricolo soffre di grandi problemi e al termine della lunga catena ci sono proprio i lavoratori. Sì, come dici, non c’è un’etnia né una geografia perché accade al Nord e al Sud e le vittime sono donne e uomini di ogni provenienza, pugliesi come Paola Clemente o immigrati giunti da terre lontane. Paola aveva una casa in cui rientrare dopo almeno sette ore di lavoro e tre di viaggio ed è morta d’infarto sotto un tendone mentre faceva l’acinino all’uva, ma chi non ha un tetto – come gli immigrati – ha anche la sfortuna di vivere in un ghetto non lontano dai campi, di dormire su un materasso trovato vicino a qualche cassonetto e spesso non ha diritto né all’acqua né all’energia elettrica. Come combattere: ci sono le leggi già esistenti, una nuova legge in arrivo, c’è la politica del “Bollino etico” cui far aderire le aziende che non utilizzano manodopera in nero, ma servono controlli che spesso – data la vastità dei territori – sono impossibili. Se un capo di azienda immette un gruppo di rumeni nelle sue terre e sostiene che non deve pagarli nei primi mesi perché gli ha spesato il viaggio e gli sta fornendo “vitto e alloggio” (intendo quel materasso di cui sopra) si capisce che ciò che manca è solo un briciolo di coscienza e di senso etico. La logica del profitto non può vincere sempre su tutto.

Quando ti sei ritrovata il tuo libro fresco di stampa tra le mani, al di là delle motivazioni originarie che ti hanno spinta a scriverlo, cosa hai pensato? Quale risultato speri che ottenga?

I libri servono a far camminare le idee, soprattutto quando pongono un problema. La mia speranza è questa, al di là di ogni emozione personale. Tutti vorremmo chiedere giustizia per Paola e per gli altri.

Il tema specifico di “Morire come schiavi” è, appunto, la nefandezza del caporalato che continua a mietere stragi. L’argomento si staglia, però, su un tema più generale e che riguarda l’assenza di sentimento di Umanità, nessuno esente. Nel tuo viaggio “in the fields” dove hai scoperto inaspettatamente umanità e in cosa, invece, ti ha più inorridita la sua mancanza?

Comincio dall’umanità perché sono una persona speranzosa: ho visto tante persone che simcs4 fanno in quattro per risolvere la situazione. Penso ad esempio ai volontari delle associazioni che operano in Calabria a Rosarno, dove è esploso il caos tra residenti e immigrati, oppure a quelli incontrati a Nardò, a Rignano Garganico, nel Barese e in tanti altri luoghi. Mi ha inorridito la presenza dei ghetti a pochi passi dai centri abitati: a Metaponto, a Terlizzi, in Calabria, nel nord della Puglia.

Una donna che si confronta con un fenomeno che colpisce il più delle volte altre donne. Quanto è stato difficile – se lo è stato – per una donna immergersi in questo scenario di orrori cercando di trarne fuori la raccapricciante verità?

Sì, è un po’ difficile immergersi in vite di altre donne che dovrebbero avere gli stessi diritti di qualsiasi altra. Mi ha colpito il fatto che viviamo in mondi separati fra loro anche se abitiamo a poca distanza.

Tanta disumanità da più fronti: mi hanno colpita, in particolare, anche le tue descrizioni sul modo di lavorare dei giornalisti. Ne emerge un’immagine cinica di quello che tu stessa definisci un “circo” dell’informazione. La vicenda di Paola Clemente ha messo, in qualche modo, in discussione la tua opinione sull’etica del giornalismo?

mcs6Questo libro non è solo un viaggio nel caporalato ma anche in quello della comunicazione, sono felice che tu abbia ben colto questo aspetto. Si apre con la scena dei microfoni che assalgono il povero marito di Paola Clemente all’obitorio e si chiude con una riunione di redazione in cui si parla di altri scandali, sempre dettati dalla logica del denaro. L’etica è proprio il tema base, quella possibilità di far bene che abbiamo tutti e che spesso dimentichiamo. Purtroppo.

Il tuo è stato un viaggio fuori e dentro te stessa. “Alla fine di un viaggio non si è mai le stesse persone che si era prima di partire”, tu come ti ritrovi cambiata rispetto ad un anno fa, a prima che ti imbattessi nella vicenda di Paola Clemente?

Ho conosciuto, ho imparato. Il bello di questo mestiere è la possibilità di allargare gli orizzonti personali e sono convinta che non serva essere grandi inviati per ascoltare e guardarsi attorno. Il nostro sguardo può far molto, la nostra prospettiva personale – se è aperta – ci salverà dall’ignoranza e dal silenzio.

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Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato

Enrica Simonetti

Imprimatur, 2016

146 pp.

 

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