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Mieru. Il Negroamaro e gli altri. Vini del Salento a Roma

25 Mag 2019 | Nessun Commento | 372 Visite
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Dici Negroamaro e pensi ai paesaggi assolati di Puglia, all’uva nera, ai vigneti ad alberello e a un legame viscerale con la terra, a vini robusti e profumi complessi. E soprattutto al vino rosso. Ma questo vitigno (tra i più antichi in Italia) è ben più versatile ed eclettico, con declinazioni bianche e rosé che riescono a stupire anche il grande pubblico.

A dimostrarlo il successo dell’evento “Mieru. Il Negroamaro e gli altri. Vini del Salento a Roma”, dove sono state proposte in degustazione ben 50 etichette da 18 cantine del Salento. L’iniziativa, realizzata con l’associazione DeGusto Salento e la Fisar (Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori) Delegazione Roma e Castelli Romani, ha messo in luce tutte le potenzialità del Negroamaro, ormai lontano anni luce dall’immagine del vino pugliese da taglio per potenziare i vini del Nord. “Mieru in dialetto salentino significa ‘vino’ – ha spiegato Ilaria Donatio, responsabile dell’associazione GnamGlam che ha promosso l’evento -. Questo perché in epoca romana esistevano due espressioni per indicare il vino. Il “vinum” era quello miscelato con acqua, miele, resine ed altri additivi per renderlo più sciropposo. Con la parola “merum”, invece, si indicava il vino schietto, sincero, puro: questo era, di fatto, quello più buono e pregiato. E il Salento può a buon diritto considerarsi patria del vino di qualità. Tale è certamente il Negroamaro, frutto del vitigno simbolo di questa terra”.

Oggi il Negramaro è un prodotto sempre più di successo, da scoprire in tutte le sue accezioni – rosato in primis – anche oltre i grandi produttori, tra cui gli indimenticabili Leone De Castris con il suo Five Roses, Antinori con il Calafuria di Tormaresca, ma anche Rosa del Golfo, azienda dei Calò da due secoli di storia, che dà alla luce il primo rosato nel 1963, legandosi a questo vino per sempre acquisendone il nome  nel 1988. Tra le prime aziende del territorio a innovare (già dagli anni Sessanta decidono di avere una distribuzione propria) e tra le prime a decidere di provare a puntare anche su un percorso in legno e sull’invecchiamento. Nasce così il Vigna Mazzì (che prende il nome dalla contrada a sud di Alezio volta al Golfo di Gallipoli) dimostrando che anche il rosato può invecchiare (10 mesi di maturazione presso il produttore, dura fino a due tre anni se lo conservate a casa): un vino ha succo oltre al corpo, un retrogusto legato a tostature piacevoli e che può essere accostato a sapori decisi e carni bianche.

Tra gli assaggi di LSD magazine nella masterclass sui rosati, anche lo spumante rosé metodo Charmat di Santi Dimitri (perfetto per gli antipasti), il Rosato di Negramaro Calitro ( dai  profumi di lampone, ciliegia e rosa canina e fresco al gusto), il Rose di  Claudio Quarta (macerazione a freddo, con note floreali e agrumate, adatto per chi si vuole discostare un po’ dall’idea di tipico rosato di Puglia), il Venus di Conti Zecca (70% Negramaro, elegante e con una bella nota sapida),  Tenuta Paraida di Marulli (DOC Copertino,  primo premio Radici del Sud 2014 per i Vini Rosati da vitigni autoctoni, asciutto, armonioso, con fondo erbaceo unito a un retrogusto amarognolo).

La degustazione ha messo in luce come il territorio del Salento e in generale il rosato abbia tutte le carte in regola per sfondare al pari dei competitor esteri ma vada spinto attraverso una maggiore aggregazione, come sottolineato nella degustazione dei rosati.  Secondo la presidente dell’associazione DeGusto Salento, Ilaria Donateo: “Il trend del rosato cresce nel mondo ma in Italia la produzione è ferma al 4%, mentre la Francia  è al 37% e gli Usa sono al 16%. Occorre essere compatti e uniti sul fronte della promozione. Per questo anche nasce Vino Rosa Autoctono Italiano (la compagine che riunisce le denominazioni Bardolino Chiaretto, Valtènesi, Cerasuolo d’Abruzzo, Castel del Monte, Salice Salentino e Cirò, con lo scopo di diffondere la cultura del bere in versione rosa all’italiana n.d.r.) per dare un’unità territoriale che è l’Italia. C’è una confusione a monte tra chi lo chiama rosato, chi rosé chi chiaretto. Spesso anche a causa delle aziende, occorre fare un processo al contrario e seguire l’esempio della Provenza”.

Cosa fare dunque? La ricetta è parlare di rosato a 360 gradi e non porsi limiti. Per entrare in quest’ottica fate un salto a Rosexpo, a Lecce il 22 e 23 giugno (dove è prevista tra gli altri la presenza di Marina Masciarelli e  Tiziana Frescobaldi,  che per due sere aprirà le sue porte ai protagonisti, non solo pugliesi, della viticultura italiana, ai giornalisti enogastronomici e agli appassionati. Un’occasione per capire l’identità (e la dignità) del vino rosato italiano e scoprirne il vero valore.  

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