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“Metropolitan Prints” è il jazz del 2000, l’esordio discografico di Fabrizio Savino

17 Nov 2009 | Nessun Commento | 2.400 Visite
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METROPOLITAN-PRINTSRottura. Dagli schemi artistici. E’ l’obiettivo andato a segno di Fabrizio Savino che mostra con l’album d’esordio Metropolitan Prints (edito da Alfamusic) di avere “tra le corde” una maturità compositiva che guarda al futuro. Tradotto: musica vissuta, frutto delle sue esperienze di “giramondo”, stimoli che hanno permesso a Savino, come una spugna, di carpire notevoli getti compositivi. Eccitando i suoni del nuovo millennio. Rendendoli forti, decisi. Provocatori, ma anche avvolgenti. “Volevo che mi si conoscesse come artista -dichiara- e non solo come riproduttore. Adoro suonare standard, ma nel primo lavoro desideravo venisse fuori soprattutto la mia musica. Dovevo raccontare di me. Raccontare di tutto ciò che mi ha portato a questo”. Una personale visione che si coglie già dal primo ascolto, ma che entra letteralmente nella “pelle” man mano che si ha la possibilità di riprendere, con sempre maggiore attenzione, ogni passaggio degli otto brani presenti nell’album. Ogni traccia una storia a sé, impressioni tradotte in note, mixate senza forzature, ma che intensificano ed arricchiscono la cifra del lavoro svolto. Il risultato, non un concept banale, scontato come spesso succede quando per la prima volta ci si presenta al pubblico e si teme di rischiare, ma carico stilisticamente parlando. Pronto ad affrontare la critica. Che rispecchia soprattutto il nostro tempo. Con un linguaggio senza frontiere, che abbraccia idealmente la musica priva di etichette. In una parola, un viaggio appassionato.

Come nasce il progetto del cd?

Il progetto nasce dall’esigenza di rendere in musica le mie emozioni. Vissute in un arco di tempo che va dall’inizio della mia ricerca artistica. Metropolitan Prints è un racconto anche di sguardi, sensazioni, sogni, gioie e dolori che ho vissuto durante gli spostamenti che mi portavano in molte città. Insomma una sorta di review. Ed è per questo che ho voluto intitolare così il disco, come se ogni brano fosse un’impronta ben definita di ciò che ho potuto vivere. Infatti sono arrivato anche a cercare di descrivere ogni aspetto, persino quello negativo.

Un jazz che guarda al futuro. Come è arrivato a questo interessante percorso?

Credo che nel 2009 non si possa, o meglio non si debba parlare di jazz classico o moderno. Per me il jazz è un linguaggio, prima di essere un genere. È un modo di pensare e vedere la musica. Una sorta di filosofia di vita. Ed è per questo che cerco di non etichettare nessun brano che compongo. Chiaramente anch’io provengo dai grandi maestri del passato, ma andando ad esaminare la loro musica ci si rende conto che nel momento in cui l’hanno creata hanno dato vita a qualcosa di nuovo. Basti pensare a Charlie Parker, Miles Davis, Gil Evans, John Coltrane, Ornette Coleman. Loro hanno fatto la loro musica e basta, senza pensare a ciò che era e a ciò che sarebbe stato. Ognuno di loro ha prodotto proprio in base al periodo che stavano vivendo. Io, nel mio piccolo, cerco di fare la stessa cosa.

Durante l’ascolto si colgono molte contaminazioni, ma quelle che hanno influito di più nella stesura dei brani?

Credo tutti i generi musicali. Mi spiego meglio. Quando compongo un brano, scrivo gli arrangiamenti, ho in mente il “mood” che voglio ottenere. Quindi che ci sia un’ idea ritmica jazz, swing, rock, funk, reggae, latin, shuffle, pop, hip hop, drum&bass, per me è solo l’idea della musica a sceglierla. Credo che questa debba essere al servizio della musica stessa. Sarebbe difficilissimo raccontarsi in note, se incominciassimo a ragionare. Io voglio cercare di fare la mia musica, qualsiasi etichetta essa abbia.

I suoi “padri spirituali?

Tantissimi. Primo su tutti Miles Davis, al quale devo tantissimo. Trovo la sua musica sublime e diretta. Poi, John Scofield, al quale ho dedicato il primo brano del disco (John Street); John Coltrane, Jimi Hendrix, Ravel, Stravinskij, Mozart, Wes Montgomery, Kurt Rosenwinkel, Brad Mehldau, Bill Evans, Joe Pass, Jim Hall, Steve Wonder, Mark Tuner, Joshua Redman, Aaron Parks, Cannonball Adderley, Berry White. Tanti, proprio tanti.

Con chi ha collaborato nella stesura del disco di esordio?

Il disco è in quintetto, chitarra, tromba, sax, contrabbasso e batteria. I featuring del disco sono Luca Aquino (tromba&electronics) e Raffaele Casarano (alto/soprano sax&electronics). Al contrabbasso e basso elettrico Mike Minerva e alla batteria Dario Congedo. Tutti quanti musicisti del sud e soprattutto dei grandi professionisti, soprattutto amici. Ringrazio poi lo studio di registrazione, BoboStudios di Antonello Boezio, Claudio De Leo, nonché ingegnere del suono del disco e Fabula Studio, in particolare Simone Schino, per aver contribuito con la loro arte alla realizzazione del disco. Del sud anche loro: è un disco fatto a “casa”.

Ci parli, lei giovanissimo, dell’attuale panorama jazz in Italia. Pro e contro.

Il jazz in Italia è gigantesco. C’è un fermento jazzistico inimmaginabile. Basti pensare a tutti i grandi che ci rappresentano: Paolo Fresu, Enrico Rava, Roberto Gatto, Fabio Zeppetella, Umberto Fiorentino, Danilo Rea, Massimo Manzi, Dario Deidda, Fabrizio Sferra, Luca Aquino, Raffaele Casarano (giovanissimo ma con gran talento) e molti altri. E anche a grandi musicisti che purtroppo sono poco conosciuti dal punto di vista mediatico. Purtroppo in Italia il jazz arriva sempre dopo. Basti guardare l’attenzione mediatica che c’è verso il jazz nei paesi europei, asiatici e americani. Se poi parliamo del sud, tutto diventa sempre più critico. A differenza di molti club del centro/nord, da noi non ci sono molte possibilità di suonare, e quindi di far conoscere la propria musica. A ciò si aggiunge la scarsa collaborazione tra i musicisti. Tutto da noi diventa più difficile. Sarà per questo che quando usciamo fuori la nostra città comunque lasciamo il segno? Esempio su tutti, Gianluca Petrella.

Un po’ di sana polemica non guasta: produrre un cd di qualità è ancora così difficile? Per adesso Metropolitan Prints infatti è acquistabile online. Quali “i muri” da abbattere?

Produrre un disco di alta qualità in Italia è difficilissimo. Iniziamo con il dire che siamo oramai nell’epoca di internet, quindi oltre ai benefici che ne traiamo ci sono anche aspetti negativi. Uno su tutti lo scaricare musica gratuitamente. Questo logicamente ha indebolito tantissimo la vendita dei dischi e quindi la possibilità per noi artisti di avere grosse produzioni alle spalle, che ci aiutino nella realizzazione dei nostri progetti. E logicamente nella distribuzione. Inoltre, almeno per esperienza personale, noto grandissime difficoltà di incrociare figure manageriali e di produttori. Tutto ciò logicamente ti limita nella possibilità di far conoscere il tuo lavoro a persone che, sempre dopo una accurata selezione, possano spingerti verso “mondi” più grossi e con una visibilità maggiore. Parlando di Metropolitan Prints, la distribuzione sul web è di Believe Digital (www.believedigital.com) dove potrà essere acquistato in formato mp3. Come disco fisico è reperibile su www.jazzos.com o direttamente dalla casa discografica Alfamusic.

fabrizio savinoE quando una programmazione di concerti?

Siamo ancora in promozione e in contatto con alcuni festival italiani e stranieri. Quindi nulla ancora di definitivo. Però approfitto per dire che da novembre, per tutti i mesi a seguire, in collaborazione con l’Ass. Culturale Asterisko inizierà una rassegna del titolo Metropolitan Jazz”. Ospiterà i più grandi musicisti del jazz locale ed italiano e si terrà presso la Vineria Est a Bari dove attualmente vivo. Inoltre per chi fosse interessato a vedere i miei concerti, su www.myspace.com/fabriziosavino o su www.fabriziosavino.com troverà tutte le date, sempre aggiornate.

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