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Messa in scena ingegnosa per “La Leggenda del Grande Inquisitore” all’Arena del Sole di Bologna

27 Nov 2014 | Nessun Commento | 1.382 Visite
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inquisitoreLa ricostruzione di un interno occlusivo e vincolante, ospita l’azione performativa di due uomini (Umberto Orsini e Leonardo Capuana) con abiti formali (di Gianluca Sbicca) dai movimenti automatizzati, introiettati in un circuito elettrico di luci e suoni,  i quali fanno da cornice all’intero spettacolo.

Così si apre lo spettacolo “La leggenda del Grande Inquisitore” della Compagnia Orsini, andato in scena ieri all’Arena del Sole di Bologna e in collaborazione con il Teatro La Pergola di Firenze.

Si tratta della messa in scena del capitolo “Il Grande Inquisitore” tratto dal romanzo “I Fratelli Karamazov” dell’autore russo Fedor Dostoevskij. Con la regia di Pietro Babina e la drammaturgia di Umberto Orsini e Leonardo Capuana , lo  spettacolo rinnova l’incontro di Umberto Orsini con il personaggio dostevskijano di Ivan Karamazov, già interpretato in uno sceneggiato (diretto da Sandro Bolchi) di successo, andato in onda sulla Rai nel 1969. “Il Grande Inquisitore” racchiude una riflessione sulla fede, sulla libertà e sulla vita dai risvolti psicologici.

La leggenda del Grande Inquisitore” è uno spettacolo che non trascura i dettagli, anzi fa di essi un punto forza durante tutto il corso della performance, restituendo ai tempi d’oggi una incarnazione  accattivante del testo dell’autore russo.

La scenografia (di Federico e Pietro Babina) riproduce una stanza, una specie di scatola onirica che racchiude ossessioni e paure del protagonista (Ivan), tradotte in un sistema a circuito elettrico che comprende un’insegna luminosa della parola fede, una radio che trasmette frequentemente un refrain e una lampadina. Uno specchio moltiplica gli spazi e un lettino da sala operatoria è al centro della scena.

inquisitore1La prima parte dello spettacolo è interamente muta. Ivan è perseguitato da un demone mascherato (Capuana), forse mefistofele o forse un alter-ego negativo,ombra di sé stesso. Il confine tra sogno e realtà, vita e morte, è sottilissimo. Il ritmo della scena è martellante e morboso, scandito dall’accendersi e spegnersi delle luci, da variazioni cromatiche dell’insegna luminosa, da voci e passi registrati fuori campo che interagiscono con gli attori, in  continuo movimento. Le gestuaità e i movimenti sono seguiti sempre dal variare della consistenza volumetrica delle luci. Ivan è imprigionato, è prigione di sé stesso e del suo individualismo e non riesce a identificarsi nella sua immagine riflessa allo specchio.

Lo spettacolo assume idealmente le sembianze di un viaggio all’interno del tunnel disturbato di una psicologia complessa e dettata dalla sofferenza. I protagonisti cercano sempre conforto nella fede: è reiterato il gesto dell’aggrapparsi alla fede, in un mondo in cui è difficile sognare. Ma “che c’è di male a sognare”? chiede Ivan al fratello Aleksij (Capuana). I dialoghi diventano sempre più serrati e i toni accesi e persecutori. Un incubo che avanza, un aldilà post-morte intriso di inferno, una lotta tra l’individuo e la vita, tra la fede e la libertà, l’attesa di un miracolo: il ritorno del messia sulla terra, la distribuzione del “pane celeste”, la libertà.

Ivan racconta al fratello Aleksij l’idea di un racconto metaforico che gli è venuto in mente, ambientato ai tempi della Santa Inquisizione: a quindici anni dalla morte, Cristo sarebbe tornato sulla terra sotto altre sembianze, ma sarebbe stato riconosciuto dal suo giudice, il Grande Inquisitore, e imprigionato. Quest’ultimo gli avrebbe mostrato una visione smitizzata delle fede e della vita.

Nell’ultima parte dello spettacolo, arriva il Grande Inquisitore e Ivan viene liberato dalla prigione del suo corpo: il suo corpo senz’anima si trova nel letto che era al centro della scena. La voce di Ivan-Orsini fuori campo pronuncia queste parole: “Amo cose e persone, senza sapere perché. Solo la giovinezza eliminerà tutte le delusioni. Ho voglia di vivere e vivo a dispetto della logica.” La scena è occlusa alla vista dello spettatore da un telo nero. Ha inizio il monologo magistrale di Umberto Orsini,  interpellato nell’ambito di una Ted Conference  californiana da una presentatrice, che irrompe sul palco. Ivan-Orsini racconta con maestria la storia della leggenda del Grande Inquisitore, è un momento di alto coinvolgimento, una riflessione filosofica sulla figura di cristo, sul peccato e sulla tentazione, una visione sfatata della vita e del rapporto con Dio.

Resta da chiedersi se sia stato sogno o realtà, vita o morte, filosofia o psicologia spicciola.

Uno spettacolo interessante, di alto coinvolgimento e impatto, la messa in scena di un testo intriso di morale, la ricostruzione di un meccanismo psicologico letteralmente materializzato sulla scena in modo intelligente e intrigante.

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