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Meritato successo al Teatro Petruzzelli per la Turandot di Roberto De Simone

18 Nov 2016 | Nessun Commento | 975 Visite
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t1Sono passati più o meno dieci mesi da quando Giacomo Puccini ci ha lasciato, combattendo contro il destino per portare a compimento la sua Turandot. Così come allora non appariva all’orizzonte nessuna figura che desse segni di essere altrettanto dotata come melodista, non è una sorpresa che oggi nessun altro sia emerso in grado di prendere il pubblico mondiale per le orecchie.

(Edgard Varèse)

Novant’anni o sette anni? Quale tempo è più consono richiamare alla memoria per salutare l’evento della nuova messa in scena di Turandot di Giacomo Puccini con la regia di Roberto De Simone al Teatro Petruzzelli di Bari? È più giusto evocare la prima rappresentazione assoluta che si tenne alla Scala di Milano il 25 aprile 1926, poco dopo la morte del Maestro, ovvero ricordare la più recente e cittadina storia che ci vide spettatori della rinascita del nostro politeama nella notte del 6 dicembre 2009 quando si alzò il sipario proprio sulla versione desimoniana dell’Opera, già precedentemente portata a Bari nei padiglioni della Fiera del Levante? Il problema non si pone: novant’anni o sette hanno lo stesso valore di un solo attimo di fronte ad opere di cotanta bellezza, nate per sfidare l’eternità e per vincerla.

Se alcun dubbio potevamo avere sull’ultimo capolavoro del Genio lucchese, oggi possiamo senza tema di smentita affermare che anche la produzione della Fondazione Petruzzelli, che inaugurò la Stagione d’Opera 2009/2010, la prima dopo la ricostruzione del Teatro, prima di essere rappresentata, sempre con grande successo, al Teatro Comunale di Bologna, all’Opera di Roma ed al San Carlo di Napoli, è destinata ad attestarsi come pietra miliare tra le tante rappresentazioni di Turandot succedutesi nel tempo. I meriti della riuscita dell’operazione vanno innanzitutto alla splendida e sontuosa regia del maestro Roberto De Simone, perfettamente calatosi nell’Opera di Giacomot2 Puccini in modo da rendere al meglio il libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, pur non rinunciando a qualche modernismo (ad esempio, lo spettro della defunta principessa reincarnatasi in Turandot ci ricordava certo cinema horror in voga tra le generazioni più giovani) che, però, non creavano fratture, ma risaltavano anche nelle sublimi scene di insieme, veri dipinti realizzati da una mano tra le più sapienti e preparate, con l’ormai famoso colpo di genio di trasformare il coro nel celeberrimo Esercito di terracotta, l’insieme di statue, inserito nel patrimonio dell’umanità dell’Unesco, collocato nel Mausoleo dell’Imperatore Qin a Xi’an destinato a servire il primo Imperatore cinese Qin Shi Huang nell’Aldilà.

Per non dire dell’ottimo cast, che aveva i suoi punti di forza nella Turandot di Tiziana Caruso, nel Calaf di Carlo Ventre, nella Liù di Daria Masiero, nell’Altoum di Rino Matafù, nel Timur di Deyan Vatchkov, ed infine in Domenico Colaianni (Ping), Saverio Fiore (Pang), Massimiliano Chiarolla (Pong). Ottima l’esecuzione dell’Orchestra e del Coro del Teatro Petruzzelli, rispettivamente diretti da Giampaolo Bisanti, nuovo direttore stabile della Fondazione Petruzzelli e Teatri di Bari, e Fabrizio Cassi, con Emanuela Aymone a dirigere il Coro di Voci Bianche Vox Juvenes. Ma non meno importanti, per l’ottima resa finale, sono risultati essere le possenti scene di Nicola Rubertelli, i pomposi costumi di Odette Nicoletti, le calde luci di Vincenzo Raponi e la coreografia di Domenico Iannone.

Giusta, a nostro modesto parere, la scelta di tagliare il finale che fu scritto da Franco Alfano, alla luce della riscrittura da parte dello stesso De Simone, la cui rappresentazione viene ancora negata dalla minacciosa levata di scudi degli eredi del sommo compositore. La vicenda è nota quanto annosa. Tutti sanno che Puccini, morto nel 1924 per un tumore alla gola, ha lasciato incompiuta la sua partitura, avendone solo abbozzato il finale prima t3che il male lo vincesse, anche se molti pensano che, in realtà, il Maestro non riuscisse ad approntare, per il rigore che lo contraddistingueva, un lieto fine che si risolvesse in un semplice bacio tra i protagonisti dopo la morte della fedele Liù. L’editore Ricordi, Arturo Toscanini e l’erede di Puccini, Tonio, decisero di affidare la composizione a Franco Alfano che ne realizzò il finale più eseguito, almeno sino a quando, nel 2001, Luciano Berio ne ha proposto una nuova versione basata sugli abbozzi lasciati da Puccini ed ufficialmente riconosciuta dalla Ricordi. Roberto De Simone, da par suo, ha  realizzato un nuovo finale, ma, viste le incomprensioni, bene ha fatto a lasciare ancora una volta che questa edizione barese si concludesse dopo la morte di Liù, così come volle un commosso Arturo Toscanini durante la Prima, quando, a metà del terzo atto, due battute dopo il verso “Liù, poesia!”, si interruppe sussurrando al pubblico “Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto”. Puccini, invece, ancora una volta è rinato a nuova gloria sul palco di un Petruzzelli che ha fatto registrare una serie di sold out, gli ennesimi di una stagione che si avvia alla fine.

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