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Mentone e il suo museo dedicato a Jean Cocteau

22 Set 2012 | Nessun Commento | 1.565 Visite
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museo cocteauUn museo, a bordo mare.
Là, dove c’era un parcheggio, adesso c’è un museo.
Tutto bianco, inoffensivo, composto; un solo piano fuori terra, nulla a che vedere con edifici come il Maxxi di Roma, il celebre Guggenheim di Bilbao, le arditezze di Calatrava o il sussiego di Jean Nouvel.
Esempio raro di lungimiranza urbanistica, la zona che in passato era adibita a parcheggio è stata destinata alla costruzione di un museo, meglio non addentrarsi nei risvolti possibili di una simile scelta di qua dal confine, lo spettro di orrori cementizi non avrebbe avuto freni di sorta.
Un edificio che cerca invece di mimetizzarsi, in quello spazio intermedio in cui sorge, tra la città vecchia di Mentone ed il mare. Si tratta del museo dedicato a Jean Cocteau, una delle personalità più poliedriche e prolifiche del novecento. Poeta, romanziere, drammaturgo, critico d’arte, regista cinematografico, pittore e sicuramente uno degli intellettuali più influenti della sua epoca. Costruito dall’architetto franco-algerino Rudy Ricciotti, raccoglie la vastissima collezione Severin Wunderman, comprendente disegni, fotografie, manoscritti, gioielli, tele, ceramiche, arazzi, lettere, e le copie originali dei film.
Il museo ha pianta irregolare, come un grande trapezio isoscele, in marmo bianco sabbia, avvolge come una immensa e delicata medusa dal tetto perfettamente piatto una struttura acquario in vetro scurito con pilastri tentacoli, sagomati e lisci, sorta di sipario teatrale immobile nel rivelare e occultare al contempo. Protegge ed accoglie, senza chiasso, invita a entrare, per offrire all’interno, nelle stanze ariose, ordinate nelle varie sezioni costruite con un processo cronologico la vita e i lavori di Cocteau.
Una bolla di silenzio delicatamente illuminata da cui poter vedere, attraverso le pareti perimetrali, la città che si muove da un lato, e dall’altro la spiaggia di ciotoli e il mare.
Tra le opere in mostra si rimane assorbiti dalla fantasia creatrice di Cocteau, nel coglierne l’istinto poetico, nel gioco costruito tra allegorie e metafore presenti nei suoi film in bianco e nero, così poco aderenti alle aspettative di ciò che solitamente si definisce cinema e così invece fortemente cinematografiche, intendendo con ciò una forma espressiva, un vocabolario sperimentale che ha influito moltissimo tra i grandi registi.
Chissà se il poeta avrebbe apprezzato questa monumentalizzazione del suo percorso, così elegante nel sapersi svincolare dagli ukase, i dettami dello zar, come era solito chiamare il conformismo, e il conformismo delle mode. Eppure usciti da questo grande guscio bianco, costruito con sensibilità e rispetto, sia per il luogo che per l’autore, malgrado tutto l’essenza di Cocteau che si è cercato di catturare, si dilegua rapida, come una lucertola sorpresa al sole.
A fronteggiare il museo è stato allestito un grande spiazzo generosamente vuoto; ai lati, come corridoi, panchine chiare sono sovrastate da frangisoli in legno bianco, disegnata in terra a mosaico con pietre levigate come uova, campeggia una enorme lucertola stilizzata, ricavata da un disegno di quel “Ragazzo terribile” di Cocteau. Sosteneva che la lézard simboleggia la mediterraneità ma anche l’immortalità dell’anima.
Il museo ospita in modo temporaneo opere di altri artisti, al momento della visita erano presenti le installazioni di Bernard Moninot, artista noto e insegnante a l’Ecole des Beaux-Arts di Parigi.

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