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Melomani in festa per la Tosca di Puccini al Teatro Petruzzelli diretta da Joseph Franconi Lee

26 Giu 2019 | Nessun Commento | 518 Visite
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 In scena al Teatro Petruzzelli di Bari l’opera di Giacomo Puccini “Tosca” nelle serate  del 22-23-25-26-27-28-29-30 giugno e  l’ultima il 2 luglio. Nelle varie date si alternano due direttori d’orchestra e più interpreti.Per questa recensione il riferimento è lo spettacolo del 25 giugno con la direzione del Maestro Alvise Casellati.
Ha assistito nel palco d’onore in veste privata la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, madre  del Maestro. L’opera, in tre atti si avvia con la rappresentazione degli interni della basilica capitolina di Sant’Andrea della Valle. Siamo nel 1800 nella Roma papalina e borbonica densa di intrighi e moti rivoluzionari . Sussiste il contrasto Borboni, anticlericalisti e bonapartisti. Il pittore Mario Cavaradossi è interpretato da Rubens Pellizzari, dotato del “fisico del ruolo” e invaghito  della sua amante Tosca, ottimamente  impersonata dal soprano Burcin Savigne. Si alternano così  momenti drammatici ed altri più lievi con note riposanti che illustrano attività profane o sacre come una preghiera in latino perfezionata dal sagrestano della basilica. Si recita infatti l’Angelus. Il linguaggio del libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Ilica mutuato da un soggetto francese è aulico ma insieme “popolare”, mischiando vari linguaggi. Floria Tosca è ovviamente il motore dell’azione, ma al “movimento”  contribuisce anche la fuga dalla prigione di Castel Sant’Angelo di Angelotti, bonapartista che si rifugia nel luogo di culto chiedendo l’aiuto del pittore per nascondersi. La gelosia è l’ingrediente- principe del primo atto, attuale in tutti i tempi e le classi sociali. Lo scopo di Cavaradossi è lusingare la sua donna e rassicurarla per i suoi  puerili sospetti sul ruolo della marchesa Attavanti, raffigurata in un dipinto sacro e tacciata di una relazione con l’amato. Il costume del soprano è sui toni del blu, con una sottoveste celeste. La frase “ma falle gli occhi neri” riferita al dipinto della “rivale” ha scatenato le risate del pubblico femminile, molto compreso e attivo nel  seguire  la vicenda amorosa. Il capo della polizia papalina Scarpia, infido ed empio, è impersonato dal tenore coreano Leo An.

L’artista è risultato il più applaudito nel finale, ma a livello personale mi è risultato troppo rigido in alcuni passaggi, a livello di fisicità ma anche di espressività.Scarpia è definito all’interno del testo boia e confessore mentre un passaggio di bambini in mantelli rossi, i chierichetti diretti da Emanuela Aymone  crea un contrasto  cromatico piacevole in scena.Ci troviamo di fronte a una rappresentazione ben congegnata, quasi felliniana con la regia di Joseph Franconi Lee. Scarpia dunque coinvolge Tosca nel rintracciare Angelotti, con  più ricatti. 
La donna è da lui concupita e il baciapile è deciso ad arrivare alla preda, che se gli resiste è più sensuale, almeno  ai suoi occhi. Il conseguente arresto del Cavaradossi alimenta il dramma. Una parte dell’opera è ambientata a Palazzo Farnese, nobile residenza romana. Una delle scene più suggestive e ben coreografate è quella che vede il Papa benedicente sullo  fondo accompagnato e contornato dalle guardie svizzere. Si direbbe che il tutto è maestoso. Gli applausi molto fluenti e intensi dopo il primo atto verranno replicati anche alla fine del secondo con l’apoteosi di un consenso finale pressoché unanime. Nel contorcersi del dramma incombente, l’abito di Tosca è adesso scuro ed ella reca in testa un diadema. Scarpia  assume le sembianze di un satiro maledicente o empio mostro, col suo “sogghigno di demone”. Efficaci gli “insulti” e le definizioni che calzano a pennello col terribile personaggio, mentre sullo sfondo domina un grande dipinto che rappresenta la deposizione di un uomo dopo la sua crocifissione. Finalmente parte l’aria Vissi d’arte, che rasserena gli animi dopo alcune scene violente. La Tosca qui appare raccolta in una meditazione dolorosa che si attesta come uno dei punti più elevati dello  spettacolo, assieme   alla celebre E lucean le stelle del finale intonata da Cavaradossi. L’uccisione di Scarpia ad opera di Tosca è il riscatto della donna oppressa e concupita, ma anche violentata. Il terzo atto è certamente il più spettacolare, c’è poi la scelta di un gigantesco cartonato rappresentante un angelo   reggente  una freccia che rende il  luogo di Castel Sant’Angelo, assieme a un ampia scalinata.L’argomento di tale contesto è la finta fucilazione di Cavaradossi, della quale Tosca è regista e complice.Ci troviamo comunque  qui di fronte a una partitura musicale se possibile ancora più splendida rispetto al resto. E splendido è anche l’abbraccio tra i due naufraghi di un amore che sarà presto perduto, a causa della tragedia inevitabile che seguirà, con tuffo suicida dal Castello della protagonista dopo avere abbracciato il cadavere dell’amato, fucilato suo malgrado. Fuori nell’anti- sala numerosi gruppi di spettatori hanno inscenato  selfie davanti ai cartelloni dell’opera, ma anche prima dell’ingresso alla rappresentazione, in pose compiaciute e un po’ fanatiche. Questa moda un po’ ingenua stupisce, ma non coinvolge di solito gli spettatori della prosa. Va detto che però  che di contro  i melomani sono un pubblico ancora più scelto rispetto a  quello di rappresentazioni di altro genere, perché ancora più attento e preparato. L’Orchestra che ha accompagnato il tutto è quella della Fondazione Petruzzelli.Altri interpreti oltre a quelli già citati sono stati Andra Comelli, a piedi scalzi nel ruolo di Angelotti, il “sagrestano” Giuseppe EspositoBlagoj Nakoski (Spoletta) Rocco Cavalluzzi  (Carceriere) e Claudio Mannino (Sciarrone).

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