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Mektoub, My Love: maratona di tre ore  di dialoghi     e vacanze in  spiaggia nella Francia anni ’90

30 Mag 2018 | Nessun Commento | 746 Visite
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143718-mdMektoub, My Love-Canto uno è una coproduzione Francia/ Italia che vede alla regia il regista tunisino ( naturalizzato francese) Abdellatif Kechiche.

La pellicola, presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia in concorso,, è una sfida allo spettatore perché per la durata di tre ore propone scene dilatate nella durata che hanno per argomento la vita vacanziera in un piccolo centro costiero francese, con protagonisti   due giovani  di origine tunisina.
Amin (Shain Bomedine) sui vent’anni, è uno  sceneggiatore in erba e lavora come cameriere a Parigi.
Tony, più maturo, sui trenta  (Salim Kechioche) gestisce con la madre  alcuni locali di ristorazione.
Nel film compaiono infatti  anche le mamme dei  due giovani, donne  umane e comprensive.
Tanto però  Amin è angelico, quanto Tony è playboy e scafato.
 Quest’ultimo intrattiene infatti una relazione con la formosa Ophélie (Ophélie Bau) che è promessa sposa a un giovane francese   impegnato in una missione nel Golfo, dunque assente dall’intreccio.
Siamo nell’estate del 1994. Tony oltre ad essere l’amante di Ophélie seduce subito la più ingenua della coppia di ragazzine francesi che lui e Amin rimorchiano in spiaggia :Charlotte, interpretata da Alexia Chardard.
Mentre la bionda Céline (Lou Louttiau)  dall’aspetto angelico, è una Lolita apparentemente  virginale  ma avida di emozioni forti. Le piace infatti  essere sedotta e sedurre e termina la sua carriera all’interno della pellicola con una svolta-lesbo.
Sète è la località francese dove è ambientato il tutto, me i crediti alla fine della pellicola ci dicono che essa è stata girata anche in Portogallo e Spagna.
I personaggi si muovono attraverso locali notturni,  principalmente, mentre altre scene sono ambientate in spiaggia.
I dialoghi sono fluviali e le buone interpretazioni di tutti gli attori, naturalistiche, rendono in parte sopportabili le scene dalla durata infinita.
 Ma in parte no: c’è una certa insofferenza nelle sale dove viene proiettato questo film che è tratto dal romanzo La Ferita, Quella Vera di Francois Begadeau.
L’intenzione del regista è di spiazzare, forse esasperare certi  aspetti della giovinezza, intrecciati con la contaminazione tra la cultura nordafricana  e quella francese.
Infine la storia ha contenuti ecologici: una delle protagoniste (Ophélie) gestisce un allevamento di pecore e capre.
Viene ripreso in una lunghissima sequenza il parto di una pecora con la nascita di due agnellini.
Il contraltare è una   scena in discoteca, anche questa esasperante per la  lunghezza e per la sua apparente inutilità all’interno del film. Serve però per decantare il lato b dell’attrice Ophelie Bau, di notevoli proporzioni.
Kechice che ha anche co-sceneggiato il tutto con Ghalia Lacroix ha voluto creare una storia di formazione che non avesse però la carica sessuale del precedente la Vita di Adele, allo  scopo di descrivere i sentimenti di personaggi contrapposti.
Da un lato   film di formazione dunque, dall’altro invece  predomina l’ affermazione delle  personalità di personaggi ormai maturi che vogliono vivere in libertà, come ad esempio  la madre di Amin, che non si è mai sposata.
I due caratteri  più innocenti, Amin e Charlotte, saranno destinati ad incontrarsi, mentre l’ubriacatura di notti insonni e feste alcoliche rimane indietro, come una sorta di deriva inutile.
Il senso è che la vita non può essere una festa continua e che l’eccesso di divertimento produce noia e perversione fine a se stessa.
Comunque il film non vuole essere moralista, ma è una sorta di compendio di   vita anni Novanta, post-Aids, nella quale rinascono  la movida e la voglia di spensieratezza.
Nella colonna sonora vintage vengono recuperati You Make me Feel (Mighty Real) di Sylvester e San Francisco di Scott  McKenzie .

 

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