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Mediterraneo Frontiera di Pace. A Bari summit di Vescovi: “trovare insieme strategie per la pace”

21 Feb 2020 | Nessun Commento | 224 Visite
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«La responsabilità della Chiesa è impegnarsi per il bene dei popoli e contribuire a risolvere i conflitti e portare una nuova speranza per i Paesi che si trovano in difficoltà. Abbiamo tutti una responsabilità comune». Lo dice chiaramente il segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati, mons. Paul Richard Gallagher, parlando a Tv2000 dell’incontro di Bari «Mediterraneo, frontiera di pace“ promosso dalla Cei. «Il Papa – aggiunge il ‘ministro degli Esterì di Francesco – ha un grande affetto per la città di Bari anche per il suo significato per tutto il mondo cristiano. È un ponte tra il cristianesimo occidentale e orientale. È una città simbolica e perfetta per lanciare di nuovo l’invito a tutti i cristiani a impegnarsi per il bene dell’umanità».
E qui a Bari, nella terza giornata dei lavori che saranno conclusi domenica proprio con l’arrivo del Pontefice, i vescovi dei 20 Paesi affacciati sul Mediterraneo fanno oggi un richiamo corale alla politica, su temi come i migranti, la pace, e i tanti drammi che costellano l’area del ‘Mare nostrum’. «Noi non siamo capi politici e non dobbiamo prendere le decisioni dei capi politici e anche per loro preghiamo, perché ci rendiamo conto che hanno grandi pesi sulle spalle», spiega mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e vicepresidente della Cei.
«Vogliamo trovare una strategia per la pace – dice il card. Vinko Puljic, di Sarajevo -. Per noi cattolici la prima cosa è la preghiera e la seconda è creare un clima nel quale rispettare ogni uomo nei suoi diritti, nella sua dignità, dove tutti siamo uguali. Bisogna rispettare, accettare e conoscere le nostre diversità». Per Puljic, Bari «è una bellissima esperienza», perché «bisogna dare un messaggio positivo per creare la pace in questo mare che non sia di sepoltura ma un mare per la vita».
Il patriarca copto di Alessandria Ibrahim Isaac Sedrak sottolinea che «la pace ha un prezzo, rinunciare a un pò del benessere, alle armi che sono dappertutto e anche la Chiesa stessa, per essere strumento di pace, deve rinunciare a tante cose ancora». Secondo Sedrak «per vivere insieme in pace dobbiamo guarirci dalla paura, perché la paura crea sospetto e, alla fine, crea odio, guerra e tutto ciò che ci separa».
Uno dei focus oggi è la questione migranti, e si parla della lettera inviata da tre cardinali – Jean-Claude Hollerich, Michael Czerny e Konrad Krajewski – agli episcopati dell’Ue per ricollocare i profughi che languono sfiniti a Lesbos. «L’appello è di aprire corridoi umanitari. L’appello ai Governi è di collaborare per questo con le Chiese, le parrocchie, le diocesi. Dobbiamo utilizzare tutti gli strumenti che abbiamo per aiutare la gente. Se c’è anche solo una vita salvata in più, ne vale la pena», rileva Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece (Commissione delle conferenze episcopali dell’Ue).
«Bisogna trasformare la xenofobia in xenofilia, è un valore molto antico del Mediterraneo di cui abbiamo bisogno. L’accoglienza ha bisogno di una solidarietà ampia. Il tema migranti coinvolge Malta e altri Paesi come Italia, Grecia e Spagna. Noi facciamo un grido unificato per la solidarietà di tutta l’Europa», è il richiamo di mons. Charles Jude Scicluna, arcivescovo di Malta, che a fine maggio accoglierà il Papa: “Malta non può evitare il fatto che è periferia in questo discorso di accoglienza. Il Papa viene non solo a riconoscere una comunità cristiana antica e accogliente, ma anche a invitarci a continuare con questa tradizione di accoglienza».
«L’irrilevanza non è il destino dei cristiani», sintetizza il professor Adriano Roccucci nella sua relazione d’apertura su ‘Speranza cristiana e Mediterraneo. Le sfide di un cambiamento d’epocà: «C’è sete di pace nel Mediterraneo ferito da troppi conflitti. La pace ha bisogno di dialogo e di amicizia, di costruire ponti e superare i muri della divisione e dell’odio». Guerre come Siria, Iraq, Libia, «ferite aperte e dolorosissime», con la «violenza terribile e cieca del terrorismo» che le ha accompagnate, «sono una domanda per tutti i cristiani del Mediterraneo. Non è questione che riguarda solo chi detiene le leve del potere politico, militare o economico. C’è una responsabilità particolare dei cristiani in questo tempo difficile. C’è la domanda di fare il possibile e l’impossibile per facilitare la fine delle guerre, per favorire i processi di riconciliazione. La prima sfida per le Chiese nel Mediterraneo è la pace».

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