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MDLSX, i Motus portano al Kismet di Bari, lo spettacolo con l’ennesimo sold out più che meritato

29 Apr 2017 | Nessun Commento | 735 Visite
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MDLSXIl cambiamento necessario è talmente profondo che si dice sia impossibile, talmente profondo che si dice sia inimmaginabile. Ma l’impossibile arriverà e l’inimmaginabile èinevitabile. Del resto cosa era più impossibile e più inimmaginabile, la schiavitù o la fine della schiavitù? Il tempo dell’Animalismo è quello dell’impossibile e dell’inimmaginabile. Questo è il nostro tempo: l’unico che ci rimane.” (Paul B. Preciado dal Manifesto Animalista)

Ci sono pièce teatrali che cessano di essere solo semplici spettacoli nel momento esatto in cui vengono rappresentate, tramutandosi, nell’attimo in cui incontrano lo sguardo, la mente, il cuore del pubblico, in celebrazioni collettive, riti comunitari, liturgie pagane. “MDLSX” probabilmente non è stato un “semplice spettacolo” mai, soprattutto non lo è mai stato nella testa di Enrico Casagrande, Daniela Nicolò e Silvia Calderoni, rispettivamente regista, regista e drammaturga, drammaturga ed unica (in tutti i sensi) interprete, dei Motus, eccelsa Compagnia “nomade ed indipendente”, dice il loro Manifesto, fondata nel ‘91 proprio da Nicolò e Casagrande, che “animata dalla necessità di confrontarsi con temi, conflitti e ferite dell’attualità, fonde scenicamente arte e impegno civile attraversando immaginari che hanno riattivato le visioni di alcuni tra i più scomodi “poeti” della contemporaneità”.

Partendo dal romanzo Middlesex (da qui il titolo) di Jeffrey Eugenides in cui, ispirandosi alla vita di Herculine Barbin, si narravano le vicende dell’ermafrodito Cal (da Calliope) e del suo essere uomo in corpo di donna, e richiamandosi agli scritti di Paul Preciado, Judith Butlere Donna Haraway, i nostri, per trattare il tema del gender e dellintersessualità, hanno costruito una cattedrale di sublime bellezza, invasa da una luce accecante che squarcia il velo dell’ipocrisia e del conformismo, scardinando e demolendo ogni rassicurante convenzione – anche stilistica – perpetuata dalla storia della nostra (dis)umana società, scompaginando ogni nostra convinzione sul politicamente corretto e sul socialmente accettabile, proiettandoci, anzi scaraventandoci in una realtà parallela che fingiamo di non conoscere solo per tenere fede a quanto impartitoci da antichi insegnamenti, alla scoperta di una identità complessa, in un conflitto forse consapevole ma certamente irrisolto; uno spettacolo essenziale, necessario, fondamentale, che non potremmo non definire assolutamente politico e drammaticamente attuale in un mondo che ancora criminalizza l’omosessualità, punita con la morte in cinque Stati dell’Africa e dell’Asia, con una reclusione che va dai 14 anni all’ergastolo in altri dieci Stati e con pene detentive inferiori in altri cinquantacinque Paesi, mentre in alcune zone della Nigeria e della Somalia la legislazione non proibisce esplicitamente l’uccisione di gay e lesbiche, ed in un’epoca che ancora innalza nuovi confini, steccati, barriere, muri che nascono dall’interno, dalla percezione deviata e deviante che (anche noi) abbiamo dell’altro, che non tardiamo a definire mostruoso.

Sono ormai anni che i Motus portano in giro con osannante successo questo capolavoro assoluto, giunto al Teatro Kismet per l’ennesimo sold out della straordinaria annuale stagione dei Teatri di Bari, di cui la Calderoni è l’ipnotica protagonista assoluta, attrice, affabulatrice, spiritata danzatrice, dj e vj, potenza detonatrice al fulmicotone, esclusiva occupante dello spazio scenico delimitato da un enorme foglio argenteo triangolareche, a mo’ di tappeto, copre gran parte del palco spoglio, con sul fondo scena solo un lungo tavolo che ospita la strumentazione dellimpianto suoni dello stesso Casagrandee quello luce e video diAlessio Spirli, sovrastato da un occhio elettronico, un dio svogliatamente osservatore ed indagatore ma anche una lente di ingrandimento, uno specchio attraverso cui riconoscersi, ricordarsi, sezionarsi e selezionarsi, riappropriarsi della propria esistenza per fuggirla, sottrarsene invadendola, dominandola persino, inventando una realtà virtuale e parallela, surreale ed irrazionale, immaginaria ed onirica; così, quando scorrono sullo schermo immagini reali tratti dalla vita di Silvia, dall’infanzia in poi, siamo portati a credere che si stia raccontando davvero la sua storia, in un corto circuito emotivo che ci porta infine ad immedesimarci in lei: nulla di più fittizio ed ingannevole, perché non c’è una sola parola biografica nello spettacolo e Silvia non è – a dispetto del suo corpo androgino – l’ermafrodita che interpreta, ma tutti noi siamo certi che sia così, perché non abbiamo alcuna difficoltà ad incarnare le parole con l’attrice, a credere che la sua sia una spontanea confessione, una spudorata esibizione di sé, una folle corsa verso il baratro o verso un volo liberatorio, una sterzata verso la ribellione anarchica del suo corpo e della sua anima. Non è solo il gioco del teatro che si compie davanti ai nostri occhi, ma è molto di più: è la realizzazione di una più che perfetta sovrapposizione tra attrice e personaggio ma anche tra spettatore e personaggio, e tra personale ed universale. Il personaggio non è più l’attore o, meglio, non è più solo dell’attore, ma di ogni anelito di vita presente in sala, ognuno dei quali è mentalmente sul palco con Silvia: come lei canta in un improbabile karaoke, come lei crea una sublime playlist musicale e ci balla su, ci si dimena in preda a tarantolate vibrazioni, come lei cita film (“Il silenzio degli innocenti”, “Cowgirl – il nuovo sesso”, “Videodrome”, per ricordarne solo alcuni), come lei sboccia come fosse un fiore, perfetto esempio della presenza dell’ermafrodita in natura, come lei perde ogni contegno ed ogni sensazione di nudità che possa limitare la voglia di libertà non solo del corpo ma anche dell’anima, come lei giungerà, dalla lettura degli esami clinici per l’accertamento del sesso, ad autodefinirsi “mostro”, in un devastante crescendo che toglie il respiro ed emoziona al pari del video finale in cui una giovane Silvia (ancora ignara di sé o già riconciliatasi con se stessa?)balla e canta assieme al padre, così da giungere ad una catarsi collettiva, talmente completa e compiuta da spingere finanche uno spettatore, durante la finale ovazione, a salire sul palco del Kismet per abbracciare, in vece di tutti noi, la nostra eroina.

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