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Massimo Dapporto come Alberto Sordi: al Teatro Palazzo rivive “Un borghese piccolo piccolo”

24 Nov 2018 | Nessun Commento | 522 Visite
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dapportoQuesta presentazione al libro aveva promesso di scriverla Pier Paolo Pasolini: voleva essere lui a tenere a battesimo il primo romanzo del nuovo scrittore. Nessuno meglio di lui avrebbe saputo mettere in valore questo quadro d’una Roma feroce, quest’indagine molecolare d’un mondo in cui un processo di omogeinizzazione sociale e culturale si compie in un deserto di valori. E nessuno meglio di lui avrebbe saputo dare una definizione esatta di questo stile diretto e spoglio, che non si allontana mai dall’oggettività visuale e dalla soggettività elementare del personaggio, ma che ogni tanto si allarga a evocare i colori e gli umori dell’aria e si carica di grumi espressivi inaspettati.” (Italo Calvino)

 

Nell’arte ci sono pietre miliari inamovibili, capolavori impareggiabili ed irraggiungibili, con cui si evita finanche il velato confronto, magari celato in forma di omaggio al passato, talmente sono radicati nell’immaginario collettivo come estrinsecazione di una perfezione che sarebbe molto difficile – se non impossibile – replicare. Non vi è dubbio che a questa ristretta cerchia appartenga “Un borghese piccolo piccolo”, l’opera cinematografica che Mario Monicelli trasse nel 1977 dal primo romanzo di un Vincenzo Cerami che, pur non essendo ancora quarantenne, e, quindi, molto prima di diventare lo sceneggiatore del film premio Oscar “La vita è bella” di Roberto Benigni, dimostrò di aver mirabilmente assimilato le lezioni del suo giovane professore di lettere della scuola media di Ciampino, tale Pier Paolo Pasolini, che, dopo aver caldeggiato la pubblicazione del dattiloscritto del suo ex allievo prediletto, non poté nemmeno scriverne, come aveva promesso, la prefazione a causa del suo – ancora oggi oscuro – omicidio, lasciando la desiderata incombenza ad Italo Calvino, il quale, dopo aver onorato il mentore del giovane autore con le parole riportate in apertura d’articolo, affermò che Cerami obbligava il lettore “a fissare uno sguardo spietato su di un campione di società italiana quanto mai rappresentativo”, colpendo le nostre sopite coscienze con la sua spietata ma sincera analisi della trasformazione politico e sociale che aveva interessato l’Italia negli anni Settanta, soffermandosi, soprattutto, “sulla tenace rabbia di vivere che persiste in fondo a un desolato svuotamento di ragioni vitali”.

Roma fa da scenario alla tragica iperbole della famiglia Vivaldi, di Giovanni, anonimo impiegato statale per trent’anni, della moglie Amalia, casalinga, e del figlio Mario, novello ragioniere, a cui il padre vorrebbe far seguire la sua medesima “carriera” lavorativa, garantendogli un posto nel proprio ufficio, finanche iscrivendosi alla massoneria per ottenere le soluzioni dei quesiti del concorso ministeriale, così da raggiungere il suo scopo. Ma Mario rimane vittima di una sparatoria proprio mentre si reca al suo esame, e quando Amalia apprende la notizia dai telegiornali, viene colpita da un ictus, restando totalmente immobilizzata. Chiamato più volte in commissariato senza esiti positivi, Giovanni finalmente riconoscerà l’assassino di Mario ma, invece di denunciarlo, lo pedinerà, catturerà e torturerà sino alla morte, confessando l’efferata vendetta solo ad Amalia, prima che la stessa spiri tra le sue braccia.

Monicelli prende questa storia infausta, di infinita pena, e la mette in scena da par suo, sottolineando, attraverso una squisita satira, le manie di quel piccolo mondo antico di impiegati che si cela nei grigi palazzoni del potere statale oltre che, naturalmente, dell’intera società italiana; ne venne fuori, così, un film gustosamente comico nella prima parte e, viceversa, dolorosamente angosciante nella seconda, che fu baciato dal successo, sia di pubblico che di critica, giungendo a vincere ben tre David di Donatello e quattro Nastri d’argento, grazie anche e soprattutto ad una assolutamente indimenticabile interpretazione di Alberto Sordi, a nostro modesto parere tra le migliori del suo magnifico repertorio, cui si unirono le convincenti prove di Shelley Winters nella parte di Amalia, di Vincenzo Crocitti nel ruolo di Mario e di Romolo Valli in quello del burocrate massone Spaziani; un’opera davvero immancabile nella cineteca di chiunque si dica amante della settima arte.

Accettando l’arduo confronto con il film, ma in definitiva anche discostandosene per tornare prevalentemente a rifarsi alle pagine dell’originario romanzo di Cerami, Fabrizio Coniglio ha rischiato parecchio, originando un onesto adattamento teatrale ed una più che buona regia, operazione tentata per la prima volta dopo quarant’anni e, senza dubbio, più facilmente realizzabile se si può contare sulla presenza di uno dei più grandi attori che il nostro teatro possa vantare, un gigante delle dimensioni di Massimo Dapporto, degnissimo figlio d’arte dell’indimenticabile Carlo, talmente bravo da non far nemmeno per un attimo – e non è poco – rimpiangere l’Albertone nazionale, padrone assoluto di uno spettacolo memorabile, giunto a Bari per una sola replica al Teatro Palazzo, facendo registrare un meritatissimo sold out che – pronostichiamo – sarà solo il primo di una lunga serie, a giudicare dai nomi che impreziosiscono il cartellone della sua ottima neonata Stagione di prosa. Anzi, ben supportato da una bravissima Susanna Marcomeni e dalle convincenti caratterizzazioni di Roberto D’Alessandro nel ruolo di Spaziani e di Matteo Francomano in quello di Mario, Dapporto ci regala un’interpretazione maiuscola, talvolta risultando – non sembri un’eresia – più credibile di Sordi nella parte del protagonista, che riesce a rendere, scevro dalla sagace ironia monicelliana, perfettamente aderente alla realtà, con una recitazione di matrice verghiana, oseremmo dire; il suo volto sembra davvero segnato da trent’anni di soprusi lavorativi, di bocconi amari inghiottiti, di inevitabili sconfitte e delusioni, di ulcere rancorose malcurate, di una esistenza vacua ed irrisolta, di un destino malvagio e patrigno che sembra volerlo illudere, paventandogli la realizzazione dell’unico sogno a lungo accarezzato, solo per rendere più amara la sua definitiva sconfitta e la successiva accettazione di un triste e disilluso ritorno all’anonimato, alla propria condizione di sopravvissuto cui non resta altro che assistere attonito ed apatico al trascorrere di un tempo impietosamente lento. Grazie alla sua sublime interpretazione, il testo riacquista una drammatica attualità, tanto che appare impossibile non immedesimarsi in Vivaldi, nel suo tentativo di rivalsa, nel suo egoistico cinismo, nella sua premurosa e commovente attenzione verso Mario prima e nei confronti della moglie ammalata poi; come Alberto Sordi nel film di Monicelli, Massimo Dapporto ci mette davanti ad uno specchio, costringendoci a guardarci dentro, vale a dire nella nostra immagine riflessa ma anche – se non di più – in noi stessi, fino a farci comprendere non solo che noi siamo figli di quella Italia, ma che verosimilmente ne siamo ancora parte integrante, infettati da un cancro che, purtroppo, non sembra conoscere rimedio né cura.

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