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Maryl Streep con il suo The Laundromat incanta la platea del Festival del Cinema di Venezia

2 Set 2019 | Nessun Commento | 378 Visite
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“Sono le persone semplici, come può essere mia madre, che si fidano degli altri e credono nella giustizia e quando scoprono che non c’è si attivano e non mollano a far andare avanti le cose», dice Meryl Streep parlando del suo personaggio in The Laundromat di Steven Soderbergh oggi in concorso a Venezia 76 (dopo un passaggio al cinema sarà il 18 ottobre su Netflix). E’ una vedova che indaga su una frode assicurativa arrivando a Panama City a scoprire che i due soci in affari (il fantastico duo Gary Oldman e Antonio Banderas) sono a capo di una rete di evasione fiscale mondiale. Soderbergh cita il dottor Stranamore come fonte di ispirazione: The Laundromat, con un ritmo divertente da gran commedia, racconta una cosa drammatica come i Panama Papers e nonostante la trama di fantasia è puntualmente basato su «Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite» di Jake Bernstein.
«C’è un sistema di collusione mondiale dietro questa vicenda – spiega la Streep – e che nasconde quello che il club dell’1% di potenti combina. Ma non solo: tutti noi abbiamo soldi investiti e non sappiamo in quale scatola cinese vanno e quanto anche noi supportiamo questo sistema. Non è certo qualcosa che ha i colori di un unico paese, ma interessa tutti e i giornalisti sono in prima linea e ne sono anche vittime, penso a Daphne Galizia, la giornalista maltese uccisa due anni fa».
In The Laundromat il regista di Erin Brokovich, Ocean’s Eleven, Traffic parte da lontano: durante una gita al lago si capovolge il vaporetto in cui una coppia di anziani stava trascorrendo la domenica, il marito muore nell’incidente e la vedova, interpretata da una Streep al solito formidabile (anche nel look floreale da americana di provincia), non per i soldi ma per senso di giustizia comincia un percorso accidentato quanto tenace tra la burocrazia delle assicurazioni trasformandosi via via da mite a implacabile segugio. «Il mio personaggio è il cuore morale della vicenda, mi ha ricordato i genitori dei ragazzi delle stragi senza senso di Parkland High School, di Newtown: il dolore, il lutto, è un grande motore di cambiamento e se sulle armi si protesta e si tenta di legiferare oggi in America è merito loro. Tutti noi facciamo affidamento alle persone più passionali che portano avanti le cause ma ciascuno dovrebbe fare la propria parte».
L’incontro a Venezia, con due premi Oscar e anche due primi ministri (Meryl Streep è stata la Lady di ferro Thatcher e Gary Oldman Winston Churchill nell’Ora più buia), è anche l’occasione per parlare di come artisti eccezionali trovino sempre nuovi spunti e nuove sfide. «Sono stato fortunato, ho avuto grandi ruoli nella mia carriera, come in Harry Potter, ma la mia preferenza è per personaggi realmente vissuti – dice Oldman, 61 anni – per i quali ti prepari leggendo e scoprendo tutto su di loro. Oggi è il testo della sceneggiatura e il regista coinvolto a farmi dire di sì ad un nuovo progetto». Meryl Streep, 70 anni appena compiuti, prosegue: «ho avuto la fortuna di fare ogni tipo di film e ad intrigarmi ancora è proprio la sfida che il ruolo mi mette davanti. Per me imparare un copione non è prendere una medicina o fare i compiti a casa, per me è un modo per aprire la mente alla conoscenza, a cose nuove. Quando invecchi pensi di sapere tutto invece non c’è cosa più bella di continuare a meravigliarsi, quasi a spaventarsi del nuovo. Mi capita abbastanza spesso di fare film con temi sociali ma non scelgo questo a prescindere: le buone intenzioni possono nascondere sceneggiature noiose. Ormai mi faccio sempre questa domanda: «quanto è tossico per il mondo quello che accetto di raccontare? Magari fa meglio una risata, un film divertente e se posso, preferisco».

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